"La Calabria è una nuova e importante Terra dei Fuochi". l'ennesimo grido d'allarme nei confronti di una pratica da sempre utilizzata dalla 'ndrangheta, la gestione illecita dei rifiuti. Allarma lanciato con coraggio dal Marica Brucci, sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Lamezia Terme, nell'ambito di un suo intervento al Forum Internazionale Polieco sull'economia dei rifiuti a Napoli. In realtà tante sono state le indagini giudiziarie sin dai lontanissimi anni '80 che dimostrano in modo inequivocabile di come la 'ndrangheta che controlla il territorio abbia sotterrato in tante zone della nostra regione rifiuti pericolosi e non ed abbia creato negli anni tante bombe ecologiche. In realtà essendo avvenuto in Calabria dove l'omertà regna diffusa ed il controllo del territorio è capillare tanti allarmi, tante denunce e tante indagini non hanno mai risolto nulla. Ma in un territorio consegnato alle mafie, alla borghesia mafiosa e alla corruzione tutto ciò era ed è inevitabile. L'interramento abusivo e criminale dei rifiuti è una delle tante attività di lucro della più potente holding del mondo e frutta milioni e milioni di euro l'anno.  A raccontare del giro d’affari legati al controllo del traffico di rifiuti anche numerosi pentiti. Fra i tanti anche il pentito di Camorra, Francesco Schiavone, noto alle cronache per aver raccontato della Terra dei Fuochi controllata dal clan del casalesi ha sostenuto, in più occasioni, che anche in Calabria la ‘ndrangheta sin dagli anni ’70 ha utilizzato il territorio per seppellire tonnellate e tonnellate di rifiuti di ogni tipo. Ma in Calabria, essendo la terra dell’impunità e dell’omertà, non è accaduto alcunchè. Non esiste in Calabria un movimento popolare o di impegno civile come in Campania o in Sicilia. E Schiavone non è stato il primo pentito a parlare del traffico dei rifiuti. Ne parlò per anni anche Francesco Fonti, boss pentito di ‘ndrangheta. E Francesco Fonti il 5 dicembre del 2012 ha lasciato la sua vita terrena colpito da un male incurabile dopo aver trascorso gli ultimi diciotto anni della sua esistenza da collaboratore di giustizia. Ma chi è stato realmente Francesco Fonti. Un vero boss della ‘ndrangheta prima ed un pentito scomodo dopo, oppure un uomo che ha sempre cercato da dare di sé una visione diversa millantando credito e romanzando la sua vita cercando di farsi accreditare per quello che in realtà non era. E fra le due tesi quella che ebbe la meglio fu quella di essere considerato poco credibile. Eppure a leggere il libro autobiografico, “Io, Francesco Fonti, pentito di ‘ndrangheta e la mia nave dei veleni” edito dalla “Falco Editore” nell'ottobre del 2009 non sembra poi essere del tutto inattendibile. Inoltre da quando, e precisamente dal 23 maggio 2014, alcuni documenti coperti da segreto di Stato relativi alle indagini sulla morte di Ilaria Alpi e sul presunto traffico internazionale di rifiuti sono stati desecretati su decisione del Consiglio dei Ministri, non sembra affatto che in alcuni di questi il collaboratore di giustizia Francesco Fonti venisse ritenuto completamente inaffidabile per come poi invece è stato giudicato nell’ambito processuale. Fonti collezionò, fra l'altro, anche tre condanne per calunnia nei confronti di diversi magistrati. E nelle sue dichiarazioni Francesco Fonti non risparmia nessuno. Racconta di cene romane con esponenti importanti dei servizi segreti, di incontri con importanti personaggi della Prima Repubblica.  Si tratta ovviamente del periodo nel quale Francesco Fonti frequentava Roma e girava l'Italia per lungo e per largo. Si tratta degli anni ’70 ed anni ’80 considerando che, condannato a 50 anni di reclusione, diviene collaboratore di giustizia nel 1994, quando aveva soli 46 anni, e quando nella gerarchia ‘ndranghetista aveva raggiunto il grado di “Vangelista”. Francesco Fonti nasce a Bovalino il 22 febbraio 1948. “Avevo meno di vent’anni, ma nel Sud questa età è quella buona per essere affiliato”, “Venni mandato a Torino per farmi le ossa” racconta Fonti di se stesso. E nel suo libro racconta anche della sua esperienza vissuta nel cosentino, della sua permanenza a Rossano Calabro dove acquistò una villa e dove espletò l'attività di commerciante nel settore dell’arredamento, del contrasto poi risolto con Peppino Cirillo, in quel tempo boss della sibaritide. Il racconto della sua vita prosegue con l'arresto nel 1985 nel carcere di Vibo dove Fonti conosce Franco Pino, il boss dagli occhi di ghiaccio. Sempre nel 1985 Fonti nel carcere di Vibo partecipa alla veglia funebre in onore di Paolo De Stefano, ucciso nella guerra di ‘ndrangheta reggina il 13 ottobre 1985. Racconta anche della sua esperienza carceraria vissuta all'interno del carcere di Via Popilia a Cosenza. Del suo ingresso nella “Santa”, l'organizzazione di vertice della ‘ndrangheta ai quali componenti è permesso di avere contatti con esponenti deviati dello Stato, del suo rapporto per anni con uomini dei servizi segreti, con potenti personaggi della mafia siciliana. Ma la sua credibilità subisce un duro colpo quando il Ministero dell'Ambiente accerta che il relitto antistante il mare di Cetraro non è la nave “Cunsky” che, per le dichiarazioni di Fonti, venne fatta affondare con il suo carico tossico, bensì quello del Piroscafo “Catania” affondato durante l'ultima guerra. Vi è chi pensa che la storia delle navi dei veleni sia uno di quei misteri all'italiana che tali rimarranno per sempre nonostante la desecretazione degli atti coperti dal cosiddetto segreto di Stato. Una storia, quella delle navi dei veleni, sulla quale sono stati scritti fiumi e fiumi d'inchiostro, sulla quale sono stati pubblicati numerosi libri con diversa fortuna editoriale. Così come mai si saprà con certezza se Francesco Fonti raccontò da pentito una verità vera ma scomoda oppure Francesco Fonti, nel suo paese detto Ciccillo, nel suo memoriale di 49 pagine del 2003 consegnato a Enzo Macrì della Procura nazionale Antimafia nel quale si racconta delle tante navi affondate nel Mediterraneo, si avventurò nel fantasticare fatti non veri per darsi un ruolo che non ha mai avuto. Anche questo rimarrà un mistero come rimarrà un mistero su cosa cercassero coloro i quali hanno saccheggiato la sua modesta abitazione assegnatagli nell'ambito del regime di protezione e collocata segretamente in un centro assistenziale di una provincia del Nord Italia pochi giorni dopo la sua morte.

Gianfranco Bonofiglio


 

Il Procuratore capo della Procura della Repubblica di Catanzaro, dott. Nicola Gratteri, ospite al Salone della Giustizia a Roma, nel suo seguitissimo intervento ha sostenuto che "anche nella magistratura vi sono magistrati corrotti e collusi". Una dichiarazione forte, coraggiosa, che impone serie riflessioni nell'ambito del sistema giustizia. "Vi è un problema corruzione ma conosco migliaia di magistrati e la loro serietà, soprattutto di quelli che non si vedono in tv e non hanno notorietà. I magistrati italiani sono quelli che lavorano di più in Europa. Sarebbe ingrato parlare di un sistema, però ci sono corrotti, collusi. Abbiamo visto di recente dei magistrati arrestati - ha affermato Nicola Gratteri - che aprivano buste e contavano i soldi: il problema c'è e i magistrati sono uomini di questa società, non marziani. Spero che chi decide di fare questo lavoro così delicato lo faccia per amore. Eppure lavoriamo bene e guadagnamo bene, il resto si chiama ingordigia".  "Dobbiamo essere feroci - ha rimarcato Nicola Gratteri - nei confronti di questi magistrati che commettono reati e ricevono soldi e regali. Molti avvocati sanno che esiste questo fenomeno e mi auguro che ci siano coloro che non sopportino e denuncino il fatto che colleghi riescano ad ottenere cause o assoluzioni perché hanno i canali per pagare. Gli avvocati sono i primi a sapere quello che accade dietro le quinte di un processo". Più volte è stato affrontato il tema scottante della corruzione nel mondo della magistratura e non sono stati pochi i casi di corruzioni accertate ma sicuramente le dure parole espresse con coraggio dal Procuratore Gratteri evidenziano come esista un fenomeno di corruzione nell'ambito della magistratura che costituisce una forte ferita alla credibilità dell'azione giudiziaria. In alcun Procure calabresi storicamente si è sempre sottovoce discusso della presenza di magistrati che probabilmente corrotti hanno garantito negli anni una forte impunità a tanti colletti bianchi e politici che provenienti da ceti popolari poveri in pochi anni hanno costruito fortune economiche immense sulle quali mai nessuno ha indagato. E' necessario che la parte pulita della magistratura possa impegnarsi con forza per arginare quella parte corrotta che per fin troppo tempo ha impedito la possibilità di far luce nel mondo oscuro del terzo livello e delle coperture altolocate che hanno garantito alla 'ndrangheta e alla corruzione una crescita illimitata ed una totale impunità. E' giunta l'ora di voltare pagina e di supportare l'azione forte ed incisiva del Procuratore capo Nicola Gratteri, punto di riferimento della Calabria onesta che vuole cambiare.

Redazione



 

La sanità in Calabria è da sempre al collasso e non è certamente una novità il fatto che ci si barcamena da sempre fra annunci e declamazioni ai quali segue la mancanza assoluta di fatti concreti. Ma la triste situazione che ha cambiato tutto, quella della diffusione del Covd-19 ha reso ancora più un vero martirio che nessun vocabolo può descrivere pienamente per coloro i quali sono costretti oggi ad affidarsi alle strutture sanitarie. Continua ad aggravarsi la cronica mancanza di personale sanitario. Si pensi al sovraccarico del Pronto Soccorso dell'Ospedale dell'Annunziata di Cosenza che deve sopperire ad un'utenza vastissima considerata la chiusura di tanti ospedali periferici con un personale sempre esiguo e che certamente non può fare miracoli. Inoltre, e non è fatto di poca importanza, i degenti, soprattutto quelli anziani che sono sempre di più considerando che la popolazione calabrese invecchia sempre più, non possono più contare sull'assistenza dei familiari essendo proibito loro qualsiasi visita ai propri cari per motivi di sicurezza anti-Covid. I servizi sanitari sono peggiorati, i tempi per le diagnosi e per i relativi trattamenti si sono dilatati, il personale medico, quello infermieristico e OOS vivono in sempre maggiori difficoltà. La mancata risposta di tutela della salute rappresenta sempre più uno dei problemi più gravi da affrontare, ma essendo la sanità terreno di conquista della politica e luogo di gestione del potere è sempre più arduo sperare in qualche miglioramento. E' necessario un forte impegno corale e popolare per affrontare il dramma della sanità. Non è più il momento di stare zitti, di attendere ciò che non arriverà mai, di continuare a credere alle solite menzogne della politica e ai soliti annunci da campagna elettorale sempre fasulli e farlocchi. E' giunto il momento di aprire gli occhi e muoversi autonomamente creando associazioni, mobilitando le piazze, riportando il dramma all'attenzione dell'opinione pubblica. Prima che sia troppo tardi e prima che il tutto non diventi irreversibile. Si tratta del bene più prezioso di ognuno di noi, quello della salute e della sua tutela.

Redazione

Nel pieno centro cittadino, si Via Simonetti, vi sono dei lavori di rifacimento di una parte del marciapiede che sono fermi da più mesi. In seguito alla rottura di una conduttura idrica è stato necessario per ripararla procedere a degli scavi sul piastrellato del marciapiede. Lavori di rifacimento che non sono stati completati. I lavori non completati costringono i pedoni a transitare sul manto stradale con grave rischio per la propria incolumità anche perchè Via Simonetti è caratterizzata da un continuo transito di auto di giorno e di notte. Nonostante le continua segnalazioni agli uffici preposti comunali sia da parte di commercianti della zona che di inquilini nulla si è mosso. evidentemente si attende che qualcuno possa subirne conseguenze di natura personale. Ci si augura che tale ennesima segnalazione possa sollecitare il veloce e sacrosanto intervento per ripristinare il marciapiede al più presto e eliminare il pericolo che il lavoro incompiuto rappresenta.

Redazione

Il dramma della giustizia "giusta" in Italia è un dramma irrisolto da sempre. Tanti i casi di ingiuste detenzioni, cioè di detenzioni che la stessa giustizia ha riconosciuto come ingiuste condannando lo Stato ad un rimborso nei confronti di chi subisce una simile tragedia. Quella di vivere una drammatica e scioccante esperienza di detenzione da innocente. "Persone arrestate ingiustamente, famiglie distrutte, attività lavorative andate in frantumi, ondate di fango sulle persone arrestate, e, soprattutto nessuno che paghi per gli errori commessi. Anzi, spesso chi ha sbagliato è promosso a prestigiosi incarichi".  Ad affermare ciò il deputato di Forza Italia, Enrico Costa, responsabile del dipartimento giustizia del movimento berlusconiano. "Nel 2019  i casi di ingiusta detenzione sono stati 1000, per una spesa complessiva in indennizzi di cui è stata disposta la liquidazione pari a 44.894.510,30 euro. Rispetto all'anno precedente, sono in deciso aumento - afferma Enrico Costa -  il numero di casi (+105) e soprattutto la spesa (+33%). Sul sito "errorigiudiziari.com"  emerge che nel 2019 il record di casi indennizzati spetta a Napoli con 129 seguita da Reggio Calabria con 120 e da Roma con 105, poi Catanzaro con 83 casi, Bari con 78 e Catania con 75. Il record della somma per indennizzi per il 2019 spetta invece a Reggio Calabria con 9.836.000 euro, seguita da Roma con 4.897.000 e Catanzaro con 4.458.000". 

Redazione

Da alcuni anni in Calabria non si registra più una qualsiasi indagine di una certa rilevanza dove non vi sia anche il presunto coinvolgimento di esponenti politici di primo piano. Ed anche nella recentissima operazione "Imponimento" coordinata dalla Procura della Repubblica di Catanzaro guidata al Procuratore capo, Nicola Gratteri, vi sono indagati alcuni amministratori locali di comuni del Catanzarese e del Vibonese come nel caso dell'ex assessore regionale della Giunta Scopelliti, Francescantonio Stillitani, e figurano anche, ennesima costante, episodi di sostegno elettorale di presunti appartenenti a clan 'ndranghetisti com nel caso dell'elezione al Senato di Giuseppe Mangialavori di Forza Italia. E' ovvio e doveroso precisare che si tratta di presunti reati tutti da dimostrare poi nelle fasi processuali. Ed in merito alle presunte collusioni fra settori della criminalità organizzata e mondo della politica il Procuratore Capo di Catanzaro, Nicola Gratteri, nella conferenza stampa tenuta per illustrare l'operazione e nel confronto con i giornalisti ha affermato che "Purtroppo è una costante: nelle indagini che stiamo facendo in procura troviamo sempre pubblici amministratori e politici, sia perché noi abbiamo alzato il tiro e il livello investigativo, sia perché  la criminalità organizzata e la ‘Ndrangheta da sole non potrebbero commettere certi reati senza il controllo di una pubblica amministrazione corrotta o collusa e di una politica collusa. Il nostro è un lavoro che durerà a lungo, cercando di convincere, anche attraverso i risultati qualitativi di oggi, che delinquere non conviene”. L'analisi del Dott. Nicola Gratteri è impeccabile ma vi è da chiedersi. In Calabria ed in particolare in alcune aree della stessa con un controllo sociale e del territorio capillare e asfissiante da parte del potere criminale è possibile prendere voti senza il rischio di collusioni. E' possibile essere eletti nelle elezioni amministrative e regionali senza essere parte integrante di un sistema politico - clientelare - amicale che inevitabilmente collima spesso anche con interessi criminali? Il voto clientelare da sempre in Calabria è frutto di controllo del territorio, di una struttura di potere che gestisce i favori, i piaceri, la sanità, i bisogni infiniti di una società assistita e di una società dove la cultura dell'illegalità impera e dove per ottenere quello che dovrebbe teoricamente essere un diritto lo si ottiene solo se ci si rivolge all'amico e all'amico degli amici. In un simile contesto è possibile fare politica ed essere impegnato concretamente nella lotta per la legalità?. Assolutamente inconciliabile la vera lotta per la legalità e la possibilità di essere eletti. A parte, ovviamente, le ipocrite e false parole di tutta la politica calabrese che, sempre a parole, è sempre contro le mafie ed è sempre dalla parte della legalità. Anche se oggi, almeno, a differenza del passato, non vi crede più nessuno. Ma fin quando non sorgerà una nuova cultura che potrà sostituire la cultura mafiosa imperante e diffusa non sarà possibile alcun cambiamento. Ed in ogni operazione giudiziaria che verrà continueranno ad esservi sempre esponenti della politica, i quali, per la gran parte, continueranno ad essere eletti o saranno sostituiti da altri apparentemente nuovi ma sempre scelti dalle famiglie di 'ndrangheta, i veri nuovi padroni della Calabria e sempre più potenti a livello planetario, essendo la stessa 'ndrangheta ormai una grande holding internazionale con capitali immensi e sempre più diffusa in ogni angolo del pianeta.

Redazione
 



Da alcuni anni in Calabria non si registra più una qualsiasi indagine di una certa rilevanza dove non vi sia anche il presunto coinvolgimento di esponenti politici di primo piano. Ed anche nella recentissima operazione "Imponimento" coordinata dalla Procura della Repubblica di Catanzaro guidata al Procuratore capo, Nicola Gratteri, vi sono indagati alcuni amministratori locali di comuni del Catanzarese e del Vibonese come nel caso dell'ex assessore regionale della Giunta Scopelliti, Francescantonio Stillitani, e figurano anche, ennesima costante, episodi di sostegno elettorale di presunti appartenenti a clan 'ndranghetisti com nel caso dell'elezione al Senato di Giuseppe Mangialavori di Forza Italia. E' ovvio e doveroso precisare che si tratta di presunti reati tutti da dimostrare poi nelle fasi processuali. Ed in merito alle presunte collusioni fra settori della criminalità organizzata e mondo della politica il Procuratore Capo di Catanzaro, Nicola Gratteri, nella conferenza stampa tenuta per illustrare l'operazione e nel confronto con i giornalisti ha affermato che "Purtroppo è una costante: nelle indagini che stiamo facendo in procura troviamo sempre pubblici amministratori e politici, sia perché noi abbiamo alzato il tiro e il livello investigativo, sia perché  la criminalità organizzata e la ‘Ndrangheta da sole non potrebbero commettere certi reati senza il controllo di una pubblica amministrazione corrotta o collusa e di una politica collusa. Il nostro è un lavoro che durerà a lungo, cercando di convincere, anche attraverso i risultati qualitativi di oggi, che delinquere non conviene”. L'analisi del Dott. Nicola Gratteri è impeccabile ma vi è da chiedersi. In Calabria ed in particolare in alcune aree della stessa con un controllo sociale e del territorio capillare e asfissiante da parte del potere criminale è possibile prendere voti senza il rischio di collusioni. E' possibile essere eletti nelle elezioni amministrative e regionali senza essere parte integrante di un sistema politico - clientelare - amicale che inevitabilmente collima spesso anche con interessi criminali? Il voto clientelare da sempre in Calabria è frutto di controllo del territorio, di una struttura di potere che gestisce i favori, i piaceri, la sanità, i bisogni infiniti di una società assistita e di una società dove la cultura dell'illegalità impera e dove per ottenere quello che dovrebbe teoricamente essere un diritto lo si ottiene solo se ci si rivolge all'amico e all'amico degli amici. In un simile contesto è possibile fare politica ed essere impegnato concretamente nella lotta per la legalità?. Assolutamente inconciliabile la vera lotta per la legalità e la possibilità di essere eletti. A parte, ovviamente, le ipocrite e false parole di tutta la politica calabrese che, sempre a parole, è sempre contro le mafie ed è sempre dalla parte della legalità. Anche se oggi, almeno, a differenza del passato, non vi crede più nessuno. Ma fin quando non sorgerà una nuova cultura che potrà sostituire la cultura mafiosa imperante e diffusa non sarà possibile alcun cambiamento. Ed in ogni operazione giudiziaria che verrà continueranno ad esservi sempre esponenti della politica, i quali, per la gran parte, continueranno ad essere eletti o saranno sostituiti da altri apparentemente nuovi ma sempre scelti dalle famiglie di 'ndrangheta, i veri nuovi padroni della Calabria e sempre più potenti a livello planetario, essendo la stessa 'ndrangheta ormai una grande holding internazionale con capitali immensi e sempre più diffusa in ogni angolo del pianeta.

Redazione
 

Conquista la  prima pagina dei quotidiani nazionali, come nel caso de "IlGiornale.it" e "LaRepubblica.it", la protesta dei cittadini di Amantea, popoloso comune del Tirreno cosentino, contro il trasferimento di ben 13 migranti provenienti dal Bangladesh risultati positivi al Covid19. Trasferiti da Roccella Ionica ad una struttura Cas di Amantea. Una protesta che ha registrato momenti nei quali è stato necessario anche l'intervento delle forze dell'ordine per liberare la Ss 18 bloccata dal fatto che alcuni manifestanti si erano stesi a terra per bloccarne il transito in segno di dura protesta. A guidare la manifestazione l'ex consigliere comunale Tommaso Signorelli, molto conosciuto nella cittadina tirrenica. “Amantea è sempre stata una cittadina tranquilla senza casi eclatanti di Covid. Voglio sapere chi ha dato l'autorizzazione a inviarci 13 persone affette dal Coronavirus. Qualcuno avrà dato sicuramente il consenso, per questo motivo - ha affermato Signorelli - voglio parlare con i commissari prefettizi“. E' bene ricordare che Amantea è sorretta dai Commissari Prefettizi in seguito allo scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni mafiose. Scioglimento decretato dal Consiglio dei Ministri. inutile negare che il trasferimento di 13 giovani migranti positivi al Covid ha suscitato forti preoccupazioni, anche se si tratta di positivi asintomatici, motivo per il quale non è stato disposto alcun ricovero. I manifestanti hanno richiesto il trasferimento immediato dei migranti in un centro più idoneo. Deve essere sottolineato anche cha la cittadina di Amantea è una cittadina costiera che vive di turismo e che, quindi, attraversa un momento di gravissima crisi economica. Suscitare allarmi e pure potrebbe ancor più disincentivare la presenza turistica estiva che rappresenta per molti l'unica attività di mantenimento economico. E sul continuo flusso di sbarchi di persone che provengono da Paesi in cui il contagio da Coronavirus è fuori controllo è intervenuta l Presidente della Regione, Jole Santelli. "Siamo stati facili profeti quando abbiamo avvertito il governo - ha affermato Jole Santelli - circa i pericoli relativi a un'immigrazione fuori controllo. Purtroppo, però, non abbiamo avuto ascolto e ora ci troviamo tutti a dover far fronte alle conseguenze di queste non scelte". In merito alla vicenda il Prefetto di Cosenza e il responsabile dei dipartimento prevenzione dell'Asp hanno assicurato che   "Da Roccella i migranti sono stati trasportati, senza alcun contatto con la popolazione di Amantea, direttamente nella struttura e da lì non sono più usciti" e che "non usciranno per tutta la quarantena, grazie a un controllo costante delle forze dell'ordine e a un monitoraggio dei medici dell'Azienda Sanitaria". 

Redazione

Editoriale del Direttore (2)