Dia: La mafia calabrese è “l’associazione criminale più estesa, ramificata e potente al mondo"

L'Italia è un narco - Stato?

Si mettano l'anima in pace i negazionisti e i 'normalizzatori'.
 
La relazione della Dia parla chiaro: la 'Ndrangheta "si è ritagliata un ruolo di 'leadership' mondiale nell’ambito del narcotraffico", divenendo "una vera e propria 'holding' criminale di rilevantissimo spessore internazionale", tanto che, si legge, è oggi "l’associazione criminale più estesa, ramificata e potente al mondo".
 
Le "reti criminali fanno riferimento" alla 'Ndrangheta, si leggeva nella relazione annuale della Dcsa (Direzione Centrale Servizi Antidroga) firmata dal Direttore Centrale Antonino Maggiore.
 
Inoltre, la mafia calabrese è "certamente l’organizzazione mafiosa italiana caratterizzata dalla maggiore espansività, sia su scala nazionale che internazionale, e sicuramente la più influente nel traffico della cocaina proveniente dal Sud America e dalle principali aree di stoccaggio temporaneo in Europa".
 
La "disponibilità di ingenti capitali di provenienza illecita ed una spiccata capacità di gestione dei diversi segmenti e snodi del traffico, le hanno permesso, nel tempo, di consolidare un ruolo rilevante nel narcotraffico internazionale".
 
La questione, però, non è il parlare di 'Ndrangheta in sé e per sé.
Ciò che è veramente grave è che le politica non ha mai raccontato la verità al popolo: la “grande Europa” dal 2014 ha inserito nel Pil, secondo la direttiva prevista dal sistema di contabilità “Sec 2010”, i proventi del mercato illecito di stupefacenti, che, come attestano i dati, sono in perenne crescita. Si tratta del Pil: il Prodotto interno lordo lercio, ingrassato dai 200 miliardi di euro – stimati per difetto – che ogni anno le mafie lucrano sul sangue e la pelle della gente con il traffico di droga, il riciclaggio di denaro e la corruzione.
 
Emerge infatti un evidente aumento di sequestri rispetto all’anno precedente. Dalle 59 tonnellate rinvenute nel 2020, si è saliti alle 91 tonnellate del 2021.
 
Gli introiti - si legge nella relazione della Dia - possono essere usati per diversi scopi, tra cui la somministrazione di liquidità a "imprenditori in crisi" con il duplice scopo di "riciclare le proprie risorse economiche di provenienza illecita e di impadronirsi di ampie fette di mercato inquinando l’economia legale".
 
 
La 'Ndrangheta, ricordiamo, ha un “fatturato” di 100 miliardi annui (sui 150 totali del narcotraffico) e detiene il monopolio degli stupefacenti nel mondo occidentale, come è stato ormai ampiamente documentato da un eccellente lavoro giudiziario, in particolare svolto dai magistrati Nicola Gratteri, Giuseppe Lombardo e dai colleghi delle Dda calabresi.
Un fiume di denaro che va a finire dritto nei canali di riciclaggio di città come Londra e non solo.
Sarebbero emersi, nel corso della inchiesta, "rapporti consolidati tra il cartello messicano di Jalisco Nueva Generation (che concentrerebbe la maggior parte delle attività di narcotraffico in Asia, Africa ed Europa) e la ’Ndrangheta, in relazione a traffici di cocaina spedita all’interno di container".
 
La ’Ndrangheta utilizzerebbe il porto di Gioia Tauro (RC), snodo strategico per il traffico di cocaina in Europa.
Un potere, quello delle cosche - unito al forte condizionamento esercitato nelle sfere dell'alta finanza - particolarmente presente nell'economia nostrana, che ancora resta tra quelle delle sette nazioni più ricche al mondo.

L'Italia, dunque, è un narco-Stato?

Come dovremmo definire una nazione che basa il proprio Prodotto interno lordo anche sul fatturato delle organizzazioni criminali?
Coloro che andranno a comporre il nuovo Governo dovranno, gioco forza, 'scendere a patti' con questi magnati dell'economia, della finanza e dell'imprenditoria.
 
Quotate in borsa, le organizzazioni criminali raggiungono 1680 miliardi di euro, mentre tutte le società valgono insieme 558 miliardi. Ciò vuol dire che se la mafia le acquistasse tutte, le avanzerebbero ancora 1092 miliardi da investire. Potrebbe comprarsi tutta la Borsa di Milano, con un avanzo di 500 miliardi di euro. Se si allarga il raggio d’azione, poi, lo scenario globale non è molto diverso, se pensiamo che il valore nazionale dei derivati sui mercati mondiali a metà 2016 era – secondo la Banca dei Regolamenti internazionali – pari a 637 trilioni di dollari. Un valore che è 10 volte il Pil dell’intero pianeta.
 
Chi, tra i candidabili al Governo è consapevole di questi numeri? E chi avrà intenzione di ‘chiudere i rubinetti’ di quei canali che conducono diritti a Londra?

La city londinese

Gli esiti delle più rilevanti inchieste concluse nel semestre restituiscono ancora una volta l’immagine di una ‘Ndrangheta "silente ma più che mai pervicace nella sua vocazione affaristico imprenditoriale".
 
Come scritto nella relazione, "non si può sottovalutare il rischio" che la 'Ndrangheta (o la mafia in generale) sia attratta dalla facilità con cui si ricicla il denaro attraverso il "sistema economico-giuridico anglosassone, caratterizzato dall’alta finanza londinese e dalla flessibilità di un settore finanziario che si estende dai grattacieli della City di Londra ai paradisi bancari dell’isola di Man e di quelle di Cayman".
 
Anche "l’apertura di società offshore" può "risultare determinante nelle scelte anche da parte delle mafie italiane di potere agevolmente reinvestire capitali illeciti in una ricca e florida economia. L’ampliamento degli affari mafiosi nel Regno Unito non riguarda solo l’export di un modello criminale, ma una prassi che vede consolidare il ruolo sempre più finanziario della mafia, che persegue l’obiettivo di massimizzare i profitti in maniera indisturbata".
 
Proprio il Procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri aveva spiegato come “i miliardi del narcotraffico possono alterare una democrazia” tenuto conto del grande potere di acquisto che le stesse mafie detengono. Ed è sempre il magistrato calabrese ad aver lanciato più volte l’allarme sul fatto che la City di Londra, oggi, è uno dei centri di riciclaggio del denaro proveniente dalle criminalità organizzate.
 
Nei primi anni Novanta, la giornalista americana Calire Sterling aveva scritto un libro intitolato “Un mondo di ladri. Le nuove frontiere della criminalità internazionale” (edito da Mondadori). Una pubblicazione particolarmente criticata in cui si evidenziava come tra il 6 e l’8% del totale dei flussi finanziari mondiali (pari a centinaia di miliardi di dollari) spariva nel nulla. La Sterling sosteneva anche che le organizzazioni criminali avevano nelle mani il più grande giro d’affari (calcolato in miliardi di dollari) e sosteneva che l’economia legale mondiale già allora dipendeva dalle organizzazioni mafiose. Non solo.
 
Riteneva che un personaggio come Totò Riina, il Capo dei Capi di Cosa Nostra, era al vertice delle organizzazioni mafiose a livello mondiale. E al tempo anche il collaboratore di giustizia Leonardo Messina parlava di una struttura mondiale di cui Riina era il capo. Secondo la teoria della giornalista americana Giovanni Falcone e Paolo Borsellino stavano svelando questo sistema di potere e sarebbe stato per questo motivo che sono stati uccisi.
 
Allora in molti non presero sul serio il libro della Sterling. Oggi però, rileggendo i dati forniti da autorevoli figure come Nicola Gratteri e Antonio Maria Costa (già vice segretario generale delle Nazioni Unite) si intravede più di una connessione. Parlano i numeri.
 
E i numeri non mentono.
 
Fonte: Antimafiaduemila.it
Articolo scritto da Luca Grossi

Editoriale del Direttore