Gli effetti disastrosi della Pandemia si sono riversate in modo drammatico sulle economie più deboli e già traballanti ancor prima dell'arrivo della Pandemia.

E ciò vale soprattutto per la Calabria, da sempre ultima in tutte le graduatorie socio - economiche. Basti solo accennare alcuni dati che possono illustrare chiaramente il livello di crisi economica raggiunto. Ben 1.300 le attività di ristorazione che hanno chiuso con una perdita netta di un miliardo di euro. Le famiglie che si rivolgono al Banco alimentare per evidente stato di necessità sono passate dalle 40.000 in periodo pre - Covid alle attuali 130.000. Più che triplicate. Oltre 200.000 i cassaintegrati  e, fra questi, almeno per la metà alla fine del contributo statale seguirà il licenziamento. Mantengono ancora la flebile struttura economica le 710.000 pensioni erogate su 1.750.000 calabresi che "realmente" vivono in Calabria ( L'Istat nell'ultimo censimento ha conteggiato 1.890.000 residenti ma molti residenti domiciliano altrove per lavoro o motivi di studio), i 186.000 percettori del reddito di cittadinanza e i 105.000 dipendenti pubblici ( che nel 1990 erano 140.000). Una radiografia disarmante, da vera bancarotta sociale, dove l'ascensore sociale si è praticamente bloccato e dove l'unica speranza per i giovani, soprattutto quelli scolarizzati, per trovare un lavoro è quella di andarsene. Basta citare che nel 2020, l'anno del Covid, ben 16.500 calabresi hanno abbandonato la Calabria e, fra questi, almeno 4.000 giovani laureati. Non vi è necessità di alcun commento con tali numeri. Parlano chiaramente da soli. Ma vi è da chiedersi come sia possibile che dinanzi ad una simile situazione non vi sia alcuna protesta, alcun movimento, ma solo rassegnazione e silenzio. In qualsiasi altra popolazione "normale" che vive in un regime non dittatoriale sarebbero emersi momenti di ribellione e di sommovimento sociale. Invece la Terra di Calabria subisce tutto in un modello culturale e sociale della rassegnazione, del silenzio, con l'atavica ed ancestrale convinzione che tutto sia predestinato come una maledizione secolare di sottomissione e sofferenza. In realtà il modello di assistenza clientelare, amicale, l'immensa economia sommersa frutto di illegalità diffusa e di corruzione dilagante, di lavoro nero,di riciclaggio di denaro sporco e di evasione fiscale ancora riesce a reggere. Non è dato sapere fino a quando lo farà. A ciò è necessario aggiungere una cultura submafiosa, permeata dalla cultura dell'assistenza e soprattutto l'assenza di una classe giovanile in grado di preparare momenti di cambiamento. Le rivoluzioni ed i cambiamenti, lo insegna la storia, sono prerogativa delle nuove generazioni. In Calabria, invece, i giovani vanno via. Non è certamente pensabile che i 710.000 pensionati calabresi, il 40% della popolazione, possano rivoluzionare la società. Mancano gli attori principali del cambiamento. Del resto il futuro sono i giovani ed una terra senza giovani e che li costringe ad andare via è una terra senza futuro. Come lo è da anni oramai la nostra Calabria. Ed è necessario avere anche il coraggio di dirlo, rompendo quel silenzio di rassegnazione e di omertà che tanto danno ha fatto e continua a fare alla nostra sventurata ma bellissima terra.
Gianfranco Bonofiglio


Editoriale del Direttore (2)