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Il 27 ottobre 1981 Lucio Ferrami cadde sotto il piombo dei sicari della 'ndrangheta ad Acquappesa in Calabria perchè si oppose con coraggio al pagamento del pizzo.

( in apertura la foto di Lucio Ferrami, una delle pochissime foto esistenti donata dalla famiglia a WikiMafia )

Il 29 agosto 1991 Libero Grassi venne ucciso dal piombo dei sicari della mafia a Palermo in Sicilia perchè si oppose al pagamento del pizzo.

Due uomini coraggiosi, due eroi che credevano nella giustizia ma che ebbero dopo la morte due destini completamente diversi.

Lucio Ferrami venne dimenticato, il delitto rimase impunito. Libero Grassi divenne un grande eroe dei siciliani onesti e gli autori e i mandanti vennero condannati dalla giustizia.

Due destini opposti perchè Libero Grassi venne assassinato in Sicilia dove spadroneggiava la mafia ma vi era e vi è anche una forte coscienza antimafia e una parte del popolo siciliano che ha risposto con coraggio alla strapotere mafioso.

Lucio Ferrami venne invece ucciso in Calabria dove la 'ndrangheta comandava e comanda tutto,allora come oggi.

Una terra dove la popolazione onesta preferisce il silenzio, dove le istituzioni sono spesso colluse e proteggono i criminali e dove non esiste alcun anticorpo per la crescita della cultura per la legalità.

Infatti la storia di Libero Grassi è nota e famosa, la storia di Lucio Ferrami è sconosciuta.

Il delitto di Libero Grassi ha avuto per la giustizia dei colpevoli, il delitto di Lucio Ferrami è rimasto impunito e lo rimarrà per sempre.

Lucio Ferrami non era calabrese. Era nato a Casalbuttano, in provincia di Cremona, laboriosa cittadina lombarda.

E da lombardo Doc era abituato a lavorare e produrre fin da giovanissimo.

Il suo lavoro nel campo dell'edilizia stradale lo porto' in Calabria e precisamente a Guardia Piemontese dove conobbe quella che poi divenne la sua futura moglie, Maria Avolio.

Dopo il matrimonio Lucio Ferrami aprì una attività commerciale di materiale da costruzione e considerato il periodo di boom economico e di costruzioni sul litorale tirrenico cosentino gli affari iniziarono subito positivamente fin quando non ricevette la prima richiesta di estorsione.

E in quel periodo di guerra di mafia ( basti ricordare che nel 1980 e 1981 fra Cosenza e la costa tirrenica si consumarono almeno una quarantina di omicidi negli scontri fra i clan rivali ) la tangente dovevano pagarla tutti.

Ma Lucio Ferrami era lombardo e non calabrese e quindi non abituato a quello che era un modello economico consolidato e accettato da tutti e si rifiutò di pagare.

Anzi decise con coraggio di andare a denunciare i suoi estorsori non sapendo che in quel periodo sulla costa la 'ndrangheta esercitava un controllo totale su tutto e tutti e anche su gran parte delle istituzioni.

Da quel giorno iniziò l'inferno.

Ovviamente la sua denuncia circostanziata con nomi e cognomi non sortì nulla per come era uso in quei sciagurati tempi e dopo un anno dalla sua denuncia Lucio Ferrami pagò con la vita la sua decisione sbagliata di fidarsi della giustizia.

Non aveva evidentemente compreso cosa fosse in quei tempi la giustizia in Calabria.

Mentre guidava la sua auto in Contrada Zaccani di Acquappesa, Lucio Ferrami cadde sotto il piombo dei sicari.

Aveva solo 32 anni.

Era giovanissimo. Lasciò la giovane moglie che era con lui in macchina al momento dell'agguato e che si salvò perchè Lucio Ferrami con il suo corpo fece da scudo a quello della moglie, avendo i killer l'intenzione di uccidere entrambi, e lasciò i figli Pierpaolo di 9 anni e Paolo di soli 3 anni.

Un assassinio feroce e spietato.

Nello stesso periodo e nello stesso clima di totale impunità nel quale si consumò anche il delitto di Giovanni Losardo, ovviamente, anch'esso rimasto impunito, per come era di prassi.

Le indagini furono lacunose e approssimative.

Addirittura le indagini sulla morte di Lucio Ferrami e di Giovanni Losardo vennero riunite in un solo fascicolo e presso la Corte d'Assise di Bari i presunti colpevoli vennero tutti assolti.

Quella stessa Corte d'Assise di Bari che assolse anche gli esecutori di un altro omicidio eccellente avvenuto negli anni '80 a Cosenza, quello del Direttore delle carceri, Sergio Cosmai.

A differenza dei delitti di Losardo e Ferrami alcuni degli esecutori del delitto Cosmai divennero nel 1995 collaboratori di giustizia e dichiararono di essere realmente gli esecutori del delitto.

Ma nonostante la confessione il delitto di Cosmai rimane senza colpevoli e quindi impunito perchè essendo passata la sentenza in giudicato per la legge ( assurda) italiana anche se hanno confessato non possono più essere processati.

In poche parole la Corte d'Assise di Bari in quel periodo si rilevò per Cosenza e provincia essere una vera e propria manna dal cielo.

Evidentemente un caso fortuito anche se un pentito eccellente di 'ndrangheta, Franco Garofalo, disse che a Bari vennero consegnati in una valigietta 70 milioni di vecchie lire di allora per addolcire la sentenza relativa al delitto Cosmai.

Ma tali dichiarazioni non furono mai corroborate da verifiche e prove certe e, di conseguenza, rimasero senza alcun seguito e senza alcuna conseguenza.

Gli anni '80 erano questi. Si uccideva impunemente.

Addirittura gli avvocati di parte civile avanzarono la richiesta di riapertura del caso: con un gesto clamoroso e senza precedenti, Maria Avolio ricostruì l’intera vicenda fino a denunciare la Procura della Repubblica di Paola, competente sull'indagine per l'uccisione del marito, per omissione di atti d’ufficio; accusò i magistrati di non aver fatto tutto il possibile per impedire l'omicidio, di aver trascurato precise denunce della polizia che segnalavano l'escalation mafiosa a Cetraro, a Paola, a Guardia Piemontese e negli altri paesi limitrofi della costa tirrenica.

Ma anche da tutto ciò non scaturì nulla di nulla.

Solo il 9 ottobre 2014, dopo ben 33 anni dall'omicidio, venne intitolata a Lucio Ferrami l’associazione antiracket di Cosenza, guidata da Alessio Cassano, giovane imprenditore locale: “E’ il nostro Libero Grassi calabrese ed è diventato il nostro esempio da seguire. Ricordarlo e farlo riconoscere è assolutamente doveroso” e il 27 ottobre 2015, in occasione del 34° anniversario della morte di Lucio Ferrami, il movimento antiracket della FAI si impegnò per l’affissione della lapide in marmo sul luogo dell'omicidio, fino ad allora abbandonato ed usato come punto di discarica abusivo.

La lapide di marmo e il ritratto in ricordo di Lucio Ferrami sul luogo del delitto

 
Un destino ben diverso nella memoria di due eroi antimafia, Libero Grassi, ricordato e onorato dai siciliani e Lucio Ferrami, dimenticato e ignorato dai calabresi.
 
Ma seppur in un contesto terribile di omertà e di cultura mafiosa totalizzante vi è ancora oggi, in un periodo in cui l'impegno antimafia è oramai deriso da tutti e la stagione dell'antimafia è definitivamente tramontata, qualche isolata e sparuta voce che ha il coraggio di esprimersi.
 
Per Maria Teresa Morano, Coordinatrice delle associazioni antiracket calabresi "Ricordare Lucio Ferrami è ricordare la parte migliore della Calabria, di quella Calabria che non si rassegna e che non si è mai voluta rassegnare alla prevaricazione della ndrangheta.
 
Tutti noi calabresi abbiamo un debito di riconoscenza nei suoi confronti. Lucio Ferrami ha combattuto da solo ed è morto da solo, e per troppo tempo è stato dimenticato. La Calabria ha il dovere, abbiamo il dovere per oggi e per il futuro di ricordare i nostri figli migliori".
 
E su questo non vi è alcun dubbio.
 
Ma in Calabria l'antimafia, gli eroi che hanno sacrificato la loro vita contro le mafie non hanno mai avuto alcuna fortuna, neanche dopo morti.
 
La cultura dominante è quella dell'illegalità, dell'ammirazione verso i mafiosi, verso chi si arricchisce sulle spalle degli onesti.
 
I politici che ogni giorno blaterano di legalità e che poi nei fatti adottano sistemi di illegalità quotidiana e di voto di scambio che consente loro carriera a vita e addirittura il passaggio ereditario delle poltrone da padre in figlio sono sempre osannati e votati nelle urne.
 
La Calabria è oggi come era la Palermo ai tempi di Vito Ciancimino o era Napoli ai tempi di Don Raffaele Cutolo.
 
Per loro sfortuna sia Vito Ciancimino che Raffaele Cutolo non erano calabresi, altrimenti uno sarebbe deputato e l'altro libero di scorazzare ovunque.
 
Il tempo in Calabria si è fermato e non per nulla la grande mafia che ha vinto, ha trionfato, ha superato in potenza e denaro tutte le altre mafie è la 'ndrangheta, la più potente al mondo.
 
E un motivo di tale successo è anche l'omertà e la cultura dell'illegalità che da decenni regna sovrana.
 
Redazione
 

Editoriale del Direttore