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La scrittrice termolese Maria Carmela Mugnano, recentemente premiata per il teatro alla IX edizione del “Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura”, in virtù di un nutrito percorso culturale con la nostra Regione ha scritto alcuni brevi saggi su arte, cultura, storia e tradizioni di territori calabresi, e ci invia questo suo articolo su Castrovillari datato alla prima edizione del suddetto Premio che volentieri pubblichiamo.

L'articolo ci ricorda le origini di molti nostri territori, con uno sguardo amoroso rivolto alla storia, alla cultura popolare e alla bellezza di luoghi che hanno visto fiorire nel tempo arte e vita.

( nella foto in apertura la scrittrice Maria Carmela Mugnano con Ines Ferrante, Presidentessa di Mystica Calabria )

“I paesi che non hanno leggende sono destinati a morire di freddo”

(Patrice de La Tour du Pin).



"Ho avuto la fortuna, grazie a un mio viaggio di qualche anno fa, di scoprire uno dei luoghi del nostro Sud che sono riscaldati da un grande e antico patrimonio culturale e popolare, un “sole” che ha dato luce e vita alle radici del passato, per farle fiorire splendidamente nel presente.

Questo luogo è Castrovillari, la Castrum Villarum romana, e tutto il territorio calabro abbracciato al Massiccio del Pollino.

Quando ho ricevuto l’invito dalla Presidentessa dell’Associazione Culturale Khoreia 2000,

Angela Micieli, in quanto premiata per il teatro in quella che era la I Edizione del Premio Città di Castrovillari, mi sono chiesta l’origine della passione per la cultura e l’arte scenica di una terra che quell’anno ospitava la XVIII edizione de La Primavera dei Teatri , importante appuntamento teatrale a livello internazionale, e altri fiori all’occhiello del panorama culturale come il Calabbria Teatro Festival, rassegna autunnale di spettacoli.

Avendo a mente il passato di questo territorio, si può immaginare che la vocazione della città ad aprirsi ad un palcoscenico che va oltre i confini territoriali abbia origine dalla cultura teatrale di antichi insediamenti qua giunti da “oltre i confini”.

E vi sono varie testimonianze di queste radici.

Oltre al rinvenimento di reperti tipici della cultura ellenica, il dialetto locale contiene diversi termini che richiamano la lingua greca, e il fiume che scorre ai lati dell’abitato, il Coscile, è la grande via d’acqua che collegava Castrovillari ad una delle più importanti Colonie della Magna Grecia, Sibari, la cui piana è visibile dalla Civita, la parte vecchia della città. Lo stesso nome antico del fiume è Sybaris.

La scrittrice Maria Carmela Mugnano con Angela Micieli, Presidentessa dell'Associazione Khoreia 2000


Ma quando si arriva a Castrovillari ci si rende conto che il Teatro non è solo elemento di un patrimonio atavico… ma è nella stessa morfologia della città che è come adagiata sul palcoscenico di un grande anfiteatro naturale, di cui il Massiccio del Pollino che l’abbraccia, costituisce la presenza viva di un “Grande Spettatore”.

O, ribaltando la prospettiva, la Montagna è lo spettacolo vivo che si offre quotidianamente, una perenne “Presenza narrante” che nei secoli non ha mai smesso di rappresentarsi agli abitanti con i suoi scenari storici e fantastici, le sue grotte, i suoi tesori nascosti, il suo popolo di briganti, angeli, pastori, contadini, uomini devoti e demoni, piante e bestie mirabolanti… attori protagonisti o figuranti di storie, leggende, tradizioni.

Il Pollino, l’antico “Monte di Apollo”, il dio delle arti mediche, ha anche avuto un ruolo rivestito di sacralità in quanto bosco d’elezione dei rimedi offerti dalla Madre Terra, un’infinita varietà e ricchezza di erbe curative dei mali del corpo e dell’anima, che venivano sapientemente dosate e utilizzate da mani esperte per essere offerte a chi ne avesse bisogno: al ricco come al povero, agli uomini come alle bestie.

Un suggestivo scorcio di Castrovillari

Ed è facile immaginare come, in un mondo arcaico, l’antica sapienza legata alla natura, alle cose, e alla conoscenza del cuore umano, potesse sconfinare in un terreno occulto e a tratti pericoloso, la magia, in cui tutto ruotava intorno alle emblematiche figure dei magàri, gli stregoni e le streghe dell’epoca.

Pozioni e filtri magici venivano preparati da loro per compiere le magarìe, gli incantesimi, i legamenti, reti magiche che si tessevano intorno a ignare vittime e, nelle mani dei personaggi più abietti, per realizzare riti negromantici e sacrileghi.

Riporto qui antichi versi magici tramandati oralmente:

“Amami bedda, si mi vu bene/ sinnò ti fazzù amà cu magarìe/ Pigghju tri pili i nù nìvuru canu/ tri pitruzzedde i ‘nu crucivia,/ i mintu a buddi ‘nta na cavudara/ e la scloma chi ni jiesse è magarìa…”

(“Amami bella, se mi vuoi bene/ altrimenti ti faccio innamorare con magarìe /Prendo tre peli di un cane nero/ tre pietruzze a un crocevia/ li metto a bollire in un pentolone/ e la schiuma che ne esce è magarìa…”)

Un patrimonio notevole questo, che non avrei mai avuto modo, non solo di scoprire ma di comprenderne il cuore, senza la guida esperta della prof.ssa Ines Ferrante, Presidentessa dell’Associazione Culturale Mystica Calabria, l’altra Associazione promotrice del Premio, ed il suo tratto profondo e amorevole nel parlare dell’antica cultura popolare, una passione di vita che arriva all’animo dell’ascoltatore e lo coinvolge.

Uno degli obiettivi fondamentali di Mystica, ad evidenziare che l’amore da solo non basta senza l’impegno, la ricerca, e tutta l’energia e il lavoro spesi per mantenere viva questa grande ricchezza, ce lo indica la stessa Ines nell’introduzione del suo avvincente libro “Le leggende popolari del Pollino” : “… Recuperare quelle tradizioni che scandiscono il vivere dei contadini e dei pastori del nostro territorio, quella religiosità che affondava le sue radici nel paganesimo, quelle feste, quelle credenze, quelle superstizioni, quella cultura orale e quell’immaginario popolare che, attraverso il calendario delle stagioni, davano senso al fluire di un tempo condizionato dagli influssi positivi e negativi della natura, testimone di rituali legati ai ritmi del lavoro quotidiano…”

Ed è così che, inoltrandoci per le vie e viuzze d Castrovillari con Ines, e in compagnia della pittrice catanese Isabella Cunsolo, la conoscenza della Storia attraverso episodi, luoghi o monumenti, è stata filtrata da un richiamo inevitabile alle storie del quotidiano, alle tradizioni e alle leggende, come due facce inscindibili della stessa medaglia.

Dal Corso principale, antico Piano dei Peri o Piano della pira dove una volta la vecchia Castrovillari si affacciava alla campagna, delimitata da conventi, piazzette e palazzi storici, si attraversa il Ponte della catena che unisce la città nuova a quella vecchia. Qui lo sguardo si perde nella valle del Coscile, le cui acque, secondo la credenza popolare, rendevano sterili gli uomini e vigorose le donne.

Il massiccio del Pollino visto da Castrovillari

Passato il ponte si arriva al Castello Aragonese, che a tutti gli effetti è stato concepito per essere una prigione, la più terrificante del regno di Napoli, fatta costruire da Ferdinando I di Aragona per rinchiudervi i nemici e i ribelli, luogo di indicibili torture da cui non si usciva, né vivi né morti…

C’è chi, in certe notti, racconta di udire nel suo Mastio, o Torre infame, il rumore sordo di catene sbattute alle pareti o lo schiocco di frustate, o di vedere una misteriosa figura di uomo a cavallo lungo l’unico tratto rimasto del camminamento di ronda.

L’animo si rattrista a queste memorie, ma basta sollevare lo sguardo dalla tetra prigione sulla piccola montagna di fronte a noi per emigrare con gli occhi e col cuore in un’altra dimensione, e rendersi conto che, in così breve distanza, si realizza un passaggio di anni luce tra il mondo delle nequizie umane e quello della sacralità che appartiene ai Santi, agli angeli e agli uomini probi, di fede.

Si tratta del Monte Sant’Angelo con la piccola Cappella della Madonna del Riposo, perché sorta in mezzo alla montagna in un luogo pianeggiante, adatto a fornire riposo a chi era diretto alla vetta. La Cappella fu costruita da un pio uomo che vi custodì l’immagine della Madonna a cui tutte le sere, risalendo la montagna, recava olio per la lampada che poteva illuminare il cammino dei viandanti notturni in quei luoghi.

Sul Monte Sant’Angelo sono state trovate orme di piedi impresse nella roccia. Secondo la leggenda si tratta della Pidicata i San Franciscu, le orme di San Francesco di Paola in viaggio verso la Francia con i suoi confratelli, che in quel punto alto si voltò a benedire per l’ultima volta la sua Calabria, consapevole che non vi sarebbe più tornato.

Una bella poesia di Salvatore Rotondaro, poeta di Castrovillari, intitolata “A Madonna du Ripusu” ci ricorda i prodigi del Monte Sant’Angelo:

“… cc’è ‘nna muntagnedda paesana/ addù ‘a tant’anni c’è nna chjisiedda/ ritunna, aggraziata e ttanta bbedda!/ Jè ddittu u “monticiddu” di Sant’Angilu/ picchì ci su’ vvulati ‘a supa l’angiuli/ quannu San Franciscu cc’è acchjanatu / e ss’è qua ssupa ‘u Santi ripusatu…/ Si dici ch’a da dducu ha bbinidittu/ tutt’a Calabria soja , ‘nfinu allu Strittu…/ quannu jè jutu in Francia Pilligrinu/ alla corta di rre e ddi riggine;/ ‘A tannu tantu timpu jè passatu/ e dducu puru ‘i ‘mpronte t’ha lassatu/ sup’a nna grossa petra, mazzacana/ ‘stu Santu calabbrisu, “paulanu”…/ C’è statu ‘nu divotu, da tant’anni/ chiamatu zi’ Nicola ‘u jettabbannu,/ cu’friddu, d’acqua e vvintu t’acchjanavi/ e alla Madonna l’ugghju t’appicciavi!…/ “

Un’altra montagna del Massiccio che ha ispirato leggende e fiabe è il Monte Dolcedorme, così denominato perché, da uno dei suoi versanti, pare una donna coricata. In corrispondenza della sua vetta, di notte, si può scorgere in cielo un grappolo di stelle che sembrano inseguirsi l’una con l’altra: in testa le due più grandi appaiate, e le altre a seguire, fra cui una stella più grande con accanto una piccolina.

I pastori la chiamano “la costellazione dei ladri” e raccontano la leggenda secondo la quale due ladri rubarono di notte due buoi a un contadino, il quale li vide e li seguì. Dopo un po’ anche la moglie del contadino, con il loro bimbo in braccio, si mise sulle tracce del marito per non restare sola. Alla fine partì alla loro ricerca anche il garzone della stalla preso dai rimorsi per non aver vigilato. Camminando per ore e ore, e non riuscendo mai a raggiungersi, i personaggi di questo fantastico corteo arrivarono in cielo…

Questa vetta, chiamata Serra del Dolcedorme o Cozzo della Principessa, è protagonista di un’altra storia che pare lo scenario della favola della “Bella addormentata nel bosco”. La zona ospita molti esemplari di una grande e complessa specie arborea risalente all’epoca delle glaciazioni, il Pino loricato, che è diventato il simbolo del Parco del Pollino, un “fossile vivente” che in Italia è presente solo in questi luoghi, tra Calabria e Basilicata, con i suoi ritmi millenari a noi sconosciuti : alcune piante, infatti, sono state datate a novecento anni fa.

Sulla cima le sagome di questi monumenti arborei contorti e spesso ripiegati su se stessi dal vento, dal gelo e dalle intemperie, assumevano delle forme plastiche, quasi umane, per cui i pastori della montagna che, dal basso, le osservavano stagliarsi alla luce della luna, raccontavano, con timore reverenziale, che lassù vi fosse un luogo i cui abitanti erano addormentati in un sonno perenne...

Sulla vetta della montagna c’è anche il luogo mitico in cui è nascosto il più antico tesoro del Pollino, custodito da famelici lupi che possono essere uccisi solo trafiggendone il cuore con uno stiletto di pietra. Così come, avvolto da una paurosa leggenda, è un animale mostruoso che si aggirava per il Massiccio, “u lifande-serpente”, un grosso serpente con la proboscide simile a quella dell’elefante, che risucchiava animali da pascolo ed era il terrore dei pastori.

Fu ucciso proprio da questi grazie all’intervento di un magàro, uno stregone abile ad addomesticare sia i serpenti che gli elefanti.

Continuando il nostro giro nella Città vecchia, la Civita, la scopriamo piena di scorci caratteristici, di batacchi “apotropaici” sulle porte delle abitazioni, a forma di teste di leone o altre bestie che servono ad allontanare il male e le “fatture” dalla famiglia che vi dimora, di supporti, arcate tra vecchie costruzioni, che testimoniano di riunioni di magàre, e di viuzze in cui sembrano ancora risuonare i fischi dell’uomo dei serpenti, “u ceravularu” che portava con sé una cassetta di rettili che obbedivano ai suoi cenni, a tal punto che i padroni di orti e terreni gli affidavano la disinfestazione dalle serpi.

Scendiamo per la Giudecca, gli antichi orti degli Ebrei che qui dimoravano e potevano tenere in base ad un’ordinanza i banchi dell’usura esclusivamente sotto un supporto, e giungiamo all’ultima tappa del nostro giro, la Chiesa di San Giuliano, avvolta da leggende che raccontano di messe celebrate nel passato alla presenza di un pubblico… di defunti.

Ai lati la suggestiva fontana del Cavaliere o dei Templari, con tre visi di Cavalieri, di cui quello centrale ha in mezzo alla fronte un simbolo esoterico datato dagli esperti almeno a 500 anni fa, a ricordarci che Castrovillari fu anche sede di una domus dei Cavalieri Templari.

Incantevole scenario denso di storia di Castrovillari

Di fronte a noi il Colle dove si erge il Santuario di Santa Maria del Castello, Protettrice di Castrovillari, luogo dove, tra storia e leggenda, nel 1090 Ruggero , figlio di Roberto il Guiscardo, ordinò di costruire un Castello che doveva dominare la città e servire da monito ai ribelli. Ma inspiegabilmente di notte crollava tutto quello che veniva costruito di giorno.

Si cercò allora di scavare più a fondo per dare maggiore solidità, ma dagli scavi venne fuori l’effigie della Madonna, e questo fu visto come un evento talmente miracoloso che Ruggero si convinse a costruirvi non più un Castello, ma una Chiesa, dove l’immagine sacra nei secoli successivi fu molto venerata.

In virtù di questa leggenda, alle pendici di Santa Maria del Castello si compie il percorso inverso che abbiamo vissuto finora.

Non è più la Storia da cui prendono vita le storie del popolo, la sua quotidianità e il suo patrimonio culturale, ma questa strada della vecchia Civita che porta al Santuario, universo minore di povera gente, di magàre e ceravulàri, di leggende raccontate ai bambini sugli usci delle case di ritorno dal lavoro dei campi o dalla mietitura… un giorno del 1535 è stata percorsa dalla Storia, quella che si studia sui libri.

La leggenda aveva travalicato tutti i confini, e Carlo V d’Asburgo, l’Imperatore di un Universo su cui “il sole non tramontava mai”, la percorse religiosamente col suo corteo di ritorno dall’impresa di Tunisi, quando si volle recare dalla Madonna del Castello per omaggiarla e inginocchiarsi a pregare davanti all’effigie sacra.

Ed ecco che giunge la risposta a ciò che mi chiedevo rispetto alla fioritura culturale di Castrovillari. Un popolo, riscaldato dalle proprie leggende e le cui tradizioni sono vive nella vita reale, è un popolo che fa fiorire l’immaginazione, che è il motore dell’apertura e del progresso.

“L’immaginazione è più importante della conoscenza. La conoscenza è limitata, l’immaginazione abbraccia il mondo, stimolando il progresso, facendo nascere l’evoluzione” è una grande conferma che ci arriva dalla “sapienza” di un uomo come Albert Einstein".

 
Maria Carmela Mugnano

Editoriale del Direttore