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In una società dove il merito è inesistente, dove pochi segretari di partito decidono la composizione della stragrande maggioranza dei 600 parlamentari ai quali è delegato, nella teoria, l'esercizio della democrazia in nome della delega degli elettori e dove il partito più grande che continua a crescere e quello del non voto, vi è da chiedere chi oggi, difende gli ultimi, chi oggi è impegnato per la tutela dei diritti dei più deboli.

Soprattutto in una realtà consumistica dove il denaro conta sempre più e dove il ceto medio, figlio del benessere del dopoguerra, è in fase di scomparsa.

Un tempo la tutela dei ceti più deboli era prerogativa della sinistra. Era uno slogan molto apprezzato "Meriti e Bisogni" di quel partito socialista della vecchia e rimpianta Prima Repubblica, che, seppur inquinato da tangenti e voto clientelare, non era, in tal senso nulla di più e nulla di meno di coloro i quali, un tempo gettavano le monetine a Bettino Craxi, ed oggi al potere ne superano di gran lunga arroganza e demeriti.

Per lo meno il ceto politico del vecchio Psi, da Giacomo Mancini a Claudio Signorile, da Rino Formica a Claudio Martelli, solo per citarne alcuni, erano l'everest in confronto ai nai e al pulviscolo di ignoranza e inefficienza che affolla le Aule di Montecitorio e Palazzo Madama.

Molti dei parlamentari di oggi nella Prima Repubblica non sarebbero stati in grado neanche di essere segretari di sezione dei più piccoli comuni del Paese.

Il progetto suicida dei post - comunisti con l'ala della sinistra Dc, spalleggiati da quelle forze straniere che hanno gestito il Paese nella Prima Repubblica in nome dell'anticomunismo e nel quadro della guerra fredda soprattutto per vendicarsi di Bettino Craxi che non è mai stato prono e servo della potenza degli USA che dal dopoguerra hanno controllato e diretto la politica italiana, non ha concretizzato l'obiettivo prefissato di condurre la gioiosa "macchina da guerra" di Achille Occhetto al potere.

La discesa in campo di Berlusconi ha sconfitto tale disegno e si è avviato il trentennio berlusconiano che, comunque, non ha realizzato quella nascita di una grande partito liberale e democratico del quale il Paese aveva ed ha ancora estrema necessità

Oggi si assiste alla Terza Repubblica con il passaggio dal centrodestra alla destra di Giorgia Meloni e Matteo Salvini con un partito, Forza Italia, che paga lo scotto dell'egocentrismo del fondatore, Silvio Berlusconi, che ha sempre epurato i migliori per non nominare mai alcun delfino o successore, sbranando sempre quaelli su cui all'inzio dava fiducia ma che poi, sistematicamente, eliminava dalla scena.

La mancanza di una vera sinistra, il fallimento oramai trentennale di decine e decine di tentativi di far decollare un "centro" degno di avere un ruolo politico non marginale, pone oggi una grande incognita sul futuro.

Saprà la destra di Giorgia Meloni, oggi astro nascente, e di Matteo Salvini, oramai al suo crepuscolo politico dopo aver dilapidato un favoloso 34% ottenuto nelle Europee del 2019 e dopo aver dimostrato di mantenere il partito al guinzaglio e di impedire sistematicamente ogni voce anche di flebile dissenso rispetto ad una più che decennale segreteria che ha fatto sparire nella Lega ogni entusiasmo riducendolo ad un partito di sol gestione del potere, dare risposte concrete al Paese?

Riuscirà il Pd a scrollarsi di tanti burocrati oramai invisi a tutto che impediscono un vero e necessario rinnovamento a ritrovare le giuste motivazioni per essere il vero faro degli ultimi per come teoricamente dovrebbe essere ogni sinistra nel mondo?

Quesiti molto difficili ai quali poter rispondere o azzardare delle possibili previsioni.

Certamente per il Paese il momento vissuto non è dei migliori.

Troppe le incertezze, troppi i dubbi.

Troppo scadente la qualità del ceto politico per poter sperare in grandi cambiamenti.

Cosa sarà la Terza Repubblica dopo una Prima Repubblica dalla democrazia bloccata e controllata ed una Seconda Repubblica di solo transizione?

Si riuscirà a costruire una vera sinistra ed una vera destra?

Saprà risorgere una vasta area di centro moderata e liberale?

Chi vivrà vedrà.

Gianfranco Bonofiglio

 

 

 

o ucciso Achille Occhetto”. È un libriccino di 80
pagine, si legge in poco tempo, è divertente. È una
storia ambientata alla fine degli anni ’80 del secolo scorso, in una Casa del Popolo con tutti i personaggi tipici al loro posto. Quando Achille Occhetto annuncia di
voler cambiare nome al Pci, Adelio decide di ammazzarlo.
E parte per Roma. Non riuscirà nell’impresa, anzi morirà
proprio lui ucciso in un giro di spioni. Occhetto sopravviverà all’attentato e quando si presenterà alla stampa per
mostrare il nuovo simbolo… Sorpresa! Il nuovo simbolo
sarà ancora quello vecchio, quello del Partito Comunista
Italiano. Da lì gli autori, Pilade Cantini e Marcello Cavallini, due scrittori toscani irriverenti, ormai comunisti immaginari, faranno uscire dalla bocca del segretario del Pci
una previsione sul futuro. Ecco una significativa sintesi.
Achille Occhetto entrò con pochi minuti di ritardo e appoggiò sulla scrivania una cartellina di appunti. «Cosa
stavamo per fare…», sospirò. «Stavamo per dare il via
alla dispersione irreversibile del nostro patrimonio immenso di idee, di militanti, di strutture territoriali, una
cosa che avrebbe causato dei disastri indicibili. Avessimo
oggi rinnegato la nostra idea, cosa sarebbe accaduto?
Quali speranze sarebbero rimaste ai disperati, ai sottoproletari, agli sfruttati? Siamo diversi e orgogliosi della
nostra storia, della nostra diversità. Chi c’invita gentilmente a cambiare, in realtà non vuole altro che la nostra
distruzione, così da essere libero di trasformare in senso
reazionario questo Paese. L’assenza d’utopia nel dibattito politico avrebbe lasciato spazio a surreali predicatori. La nostra gente, orfana di una grande idea di trasformazione reale, sarebbe stata facile preda di imbonitori e
populisti d’ogni genere. Per non parlare delle lotte fratricide che si sarebbero scatenate fra di noi: tutti pronti a
saltarsi alla gola, una frattura epocale e mai più sanabile. Senza la massa d’urto dei comunisti, divisi e lacerati, in pochi anni sarebbe stata facilmente annientata la
legislazione del lavoro, si sarebbero trasformate in senso aziendale scuole, università e
ospedali, sarebbero stati privatizzati i servizi
essenziali come l’energia, i trasporti, la telefonia, svendute le industrie di Stato.
I partiti tradizionali, sconfitti e svuotati, si
sarebbero giocoforza dovuti unire, magari in un generico partito democratico per
niente di sinistra, una cosa ridicola copiata
da tristi modelli americani. Quello che è più
grave ancora, in un mondo senza più ideali e utopie, se non quella del mercato, è che
ognuno di noi si sentirebbe allo stesso tempo libero e perso, non più vincolato a quei
valori solidali che così tanto hanno fatto
avanzare la nostra società dal dopoguerra
ad oggi. E allora si comincerebbe a elogiare la furbizia, ad apprezzare l’arrivismo, il far
soldi ad ogni costo. Queste idee malsane, incontrastate, presto finirebbero per insediarsi anche nei cuori e nelle menti della nostra
gente. Che brutta fine per noi che volevamo
costruire l’Uomo Nuovo. Ma tutto questo
non succederà!».
E invece è successo. Se il Pci non avesse cambiato pelle, sarebbe successo ugualmente?
Chissà. Il problema forse non era tanto il
simbolo quanto quello che aveva significato quel movimento di popolo, che a un certo
punto aveva “minacciato” di essere vicino, democraticamente, ad arrivare al governo. Nostalgia? Amarcord? Più che altro nostalgia di
futuro. Nessuno ha raccolto legittimamente
quell’eredità ideale. E oggi ne paghiamo ancora le conseguenze per non esserci saputi
attrezzare, per non essere riusciti a governare
il cambiamento, per non aver saputo trasportare nel nostro tempo quei valori che hanno
segnato la costruzione dell’Italia democratica. Ormai chi rappresenta gli ultimi, chi difende i lavoratori, i disoccupati, i diritti sociali e civili? Presto ci chiederemo anche chi
difende i diritti democratici, se passerà la riforma costituzionale del centrodestra. Quei
valori li abbiamo persi per strada. E nessuno
si volta più nemmeno a guardare.
Tutta colpa del Pci
O di chi non ne ha
raccolto l’eredità?
H


Editoriale del Direttore