Nel bellissimo libro di Danilo Chirico "Storia del'antindrangheta" edito da Rubbettino con prefazione di Enzo Ciconte si colma una grave lacuna. Quella della mancanza di un testo che raccontasse come anche in Calabria, nonostante tutto, vi sia una storia dell'antindrangheta. Vi sia la storia di tanti che con caparbietà e con tanti sacrifici hanno creduto e credono in una primavera della Calabria. Un libro che ripercorre la storia dell'antindrangheta in una terra di 'ndrangheta. Che racconta la storia di donne e uomini che hanno avuto il coraggio, con fortune alterne, di cimentrasi ed esporsi contro una cultura, quella mafiosa, radicata e fortissima. Di donne ed uomini che hanno sfidato l'omertà, che hannop sfidato l'antico detto "Fatti i fatto tuoi e vivrai cento anni". Che hanno deciso di vedere, ascoltare, parlare in una terra dove non sentire, non vedere, non parlare era ed ancora è la regola sociale imposta dal potere mafioso. Una storia avvincente con le sue glorie e le sue ombre, con momenti alti e cadute. Tutte storie coraggiose in una terra distante anni luce dall'insurrezione sociale della Sicilia dopo la morte di Falcone e Borsellino e lontana anni luce dalla Scampia di oggi che rinasce e rinnega la Scampia di Gomorra. Tante le storie raccontate, anche quelle più antiche, quelle degli anni '80 quando erano ben pochi coloro i quali avevano il coraggio di pronunciare la parola "ndrangheta". Ed in merito alle storie di 'antindrangheta relative agli anni '80 a pag. 59 il giornalista - scrittore Danilo Chirico, menzionando il Centro di ricerca e documentazione sul fenomeno mafioso dell'Unical, il primo centro di ricerca nato nel 1978 e voluto dal Prof. Pino Arlacchi, allora docente ad Arcavacata, scrive:
" Un gruppo di giovani frequenta l'Università affascinato dal lavoro di Arlacchi e Tucci. Tra loro anche il giornalista Gianfranco Bonofiglio. "Seguo il corso di Arlacchi (era il 1983), comincio a frequentare il centro con Tonio Tucci. Cosenza è dentro una guerra tra il clan Pino e il clan Perna, ma in città nessuno vuole ammettere che esista la mafia" Nel 1986 danno vita a un Comitato Antimafia - Lega giovanile per lo sviluppo della coscienza antimafia. Resta in vita soltanto per qualche mese. " non abbiamo subito attacchi, ma derisioni e minacce sì. Io fui avvicinato. mi misero una pallottola nella buca delle lettere. le istituzioni restarono sorde e la città non reagì, tanti andarono via e decisero di sottrarsi: a Cosenza non c'è mai stata una primavera della legalità". La città reagì una sola volta, secondo Bonofiglio: " E' stato il 13 dicembre 1988 con una grande manifestazione contro la droga, niente di più". Un corteo di solidarietà alla comunità terapeutica "Il Delfino" da Piazza Fera alla Chiesa di San Nicola organizzato dalla Consulta pastorale diocesana giovanile con l'Alleanza Cattolica, il Fronte della Gioventù e i giovani socialisti. Nel 1990 Pino Arlacchi e Fausto Tarsitano ( che fu l'avvocato del Pci nei processi per gli omicidi di Valarioti e Losardo) affidano alle pagine dell'Unità un appello per la costituzione di una lega giovanile per combattere la mafia. Ma "l'appello non suscitò nessun vero interesse e in egual modo la riproposizione del comitato non ebbe seguito" commenta Bonofiglio".
Danilo Chirico menziona gli anni '80, che furono gli anni più duri a Cosenza, nel solo 1981 ben 19 omicidi. Sono trascorsi decenni da allora ma la cultura della legalità non è mai decollata. Cosenza rimane una città dove nessuno spara più, ma dove l'imprenditoria è permeata di criminalità e la politica si basa su regole di corruzione e di fedeltà ai capi - politici speculari alle modalità dei clan di 'ndrangheta. Il voto di scambio, il comparaggio, il lecchinaggio ai potenti è come negli anni '80. Molti politici di allora sono ancora in auge e sono pronti a tramandare ai figli le loro eterne poltrone. Una città dove la borghesia illuminata di un tempo non esiste più e dove le elitè dominanti sono i politici e i "prenditori" di risorse pubbliche. Una trasformazione sociale che ne ha distrutto e abbassato il livello culturale e che ha costretto i giovani migliori e preparati ad andarsene. Una grande sconfitta per coloro i quali credevano in un cambiamento. Con una magistratura che non ha mai indagato nel rapporto fra politica e mafia e dove molti dei 139 pentiti ( la città con più pentiti in Italia) che hanno parlato dei rapporti fra politica e mafia, sono stati dichiarati inattendibili. Una città omertosa, impunita e priva di qualsiasi sussulto di cambiamento. Dove la famiglie politiche come le famiglie di mafia sin dagli anni '80 hanno vinto e sempre vinceranno.
Redazione

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