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Il fallimento della Calabria, una terra che costringe i migliori ad andarsene

Economia
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Il momento storico vissuto dalla Calabria con la diffusione della Pandemia ha, ancora una volta, reso protagonista la nostra terra per lindecoroso spettacolo offerto sulla gravissima crisi della sanità, figlia di anni di malaffare, di intrecci fra 'ndrangheta e malapolitica, fra corruzione dilagante ed impunità dei colletti bianchi garantiti da una magistratura silente e spesso anche connivente. In tale contesto, aggravato da anni di commissariamento con personaggi che hanno dimostrato la Paese la loro incompetenza, è obbligatorio per chi crede in se stesso e per chi ha maturato competenze e valide professionalità andare in altre regioni per poter giungere a risultati eccellenti. Infatti sono migliaia e migliaia i calabresi che fuori dalla Calabria hanno raggiunto traguardi strepitosi. E' di questi giorni l'elezione della prima Rettrice dell'Università "La Sapienza", Antonella Polimeni, calabrese, che succede ad una ltro calabrese, Eugenio Gaudio, che è stato Rettore della Sapienza dal 2014 sino a qualche giorno fa. L'elenco dei calabresi che rivestono ruoli importanti è lunghissimo. Soprattutto nel campo medico, scientifico ed universitario. Basti pensare che su 1.700.000 calabresi che vivono in Calabria vi sono almeno 1.500.000 di calabresi che vivono nelle altre regioni italiane. E fra i tanti calabresi che in Lombardia hanno sfondato vi è anche Giannicola Rocca, cosentino, che sul suo facebook ha scritto una bella pagina di analisi sul perché in Calabria non si riesce a cambiare. Tesi che sono state raccolte da Italia Oggi che ha pubblicato una intervista a Giannicola Rocca. Riteniamo di fare cosa giusta nel pubblicare integralmente il suo scritto.


"Sollecitato da più amici che non riescono a comprendere le vicende che riguardano la sanità calabrese, provo, non senza dolore, a fornire la mia chiave di lettura.
Il racconto della mia terra è anche un viaggio nei miei ricordi, della terra che sento orgogliosamente mia anche se gli anni trascorsi lontano da Cosenza e dalla Calabria sono oramai quasi il doppio degli anni dell'adolescenza, della formazione e di ciò che sono (o che non sono) diventato, e vorrei provare a farlo senza retorica così da fornire una chiave di lettura di qualcosa che, altrimenti, sembra incomprensibile.
Raccontare la Calabria parlando solo di Cosenza può non essere rappresentativo dell'intera regione, ma credo di non offendere nessuno dicendo che è sempre stata la città culturalmente più importante della regione, con le sue tradizioni culturali, l'Università sorta ad Arcavacata per volere di politici molto illuminati (nel mio racconto non citerò alcun nome, voglio raccontare i fatti e non le persone), la sede regionale della RAI, un sistema di formazione scolastica di eccellenza, un Teatro di tradizione, diverse accademie culturali, una realtà associativa molto sviluppata, le redazioni di tv locali e quotidiani, la mia città è sempre stata culturalmente all'avanguardia, la libertà di espressione ed il pluralismo ne sono sempre state un baluardo.
Sul versante economico, purtroppo, la città è sempre stata priva di una significativa attività imprenditoriale, i pochi (validi) imprenditori sono stati una mosca bianca nel tessuto economico e sociale, e lì dove manca la cultura del mercato, della competizione, del merito, cresce e si sviluppa la pianta dell'assistenzialismo, della protezione, della ricerca di stratagemmi per garantirsi i privilegi della rendita di posizione.
Ai miei tempi le aziende, i datori di lavoro, più importanti della città ( e della regione) erano la Cassa di Risparmio di Calabria e di Lucania, che aveva a Cosenza la propria sede principale, l'Ospedale, inteso come sanità pubblica, il Provveditorato agli Studi, l'Università, la RAI e gli altri Uffici pubblici dell'Amministrazione Finanziaria.
Sono cresciuto come molti figli della borghesia cittadina, in un clima di benessere garantito da famiglie nelle quali il padre lavorava in Banca, o in Ospedale o in ufficio pubblico, e la madre insegnava. Ho pochi amici figli di imprenditori e quei pochi erano prevalentemente figli di costruttori, quindi comunque legati alla politica per le commesse pubbliche e per i temi legati alle concessioni edili.
In un'economia ed in una società così organizzata, quando il controllo delle risorse è di fonte pubblica, quando anche gli avanzamenti di carriera, o semplicemente i trasferimenti da Uffici pubblici del nord ad uffici pubblici del sud, sono all'interno di strutture pubbliche, chi controlla quelle risorse controlla la città, l'economia, i voti, le elezioni, gli eletti, ed anche gli umori della gente.
Le vicende della mia regione, perchè io mi sento cosentino e calabrese, nascono in qell'humus culturale, ne siamo i responsabili perché siamo noi che lo abbiamo consentito.
Esaurita questa premessa antropologica, andiamo alle vicende della sanità calabrese. La voce più importante del bilancio di ogni regione italiana è costituita dai fondi destinati alla Sanità. In una regione caratterizzata dalla scarsa presenza di iniziativa imprenditoriale privata e di mercato, i fondi destinati alla sanità sono quindi il più importante volano dell'economia. La società calabrese si è quindi organizzata (o adattata) ad un tipo di economia nella quale il decisore non è il mercato, con le sue storture, i suoi limiti e le sue contraddizioni, ma è statà la poltica che, controllando e gestendo quelle risorse, ha controllato la società.
Per anni ho letto le ricerche dell'AIFI, Associazione Investitori in Capitale di Rischio per cercare traccia di investimenti fatti in aziende calabresi.
Purtroppo non ne ho trovate, forse mancano le aziende, o forse più tragicamente manca il mercato. Il capitale se ne fotte del colore politico, se ne fotte di chi è che conta, il capitale cerca i rendimenti più elevati (o meglio le aspettative di rendimento più elevato)
Il sistema ha retto, o meglio ha trovato un suo equilibrio, fino a quando, con lo sviluppo della sanità privata convenzionata, non è stato offerto alla politica un ulteriore strumento di accrescimento della propria influenza, delle ricchezze personali ( di qualcuno) e quindi del potere.
Per le classi dirigenti che vi ho narrato nelle premesse è stato facilissimo adattarsi a tale sistema, un sistema di relazioni consolidato, padri e figli che si sono frequentati per anni, favori chiesti e ricevuti, la borghesia della mia città si è adagiata sulle rendite di posizione ed ha perso, o non ha mai avuto, la cultura individualista del merito. Perchè sforzarsi di essere più bravi se eravamo amici ( o elettori) dei politici di turno, perchè competere nel mercato se i criteri di gara potevano essere "discussi" prima della stessa? Perchè fare ricerche, studiare, andare all'estero se per diventare accademico, o primario, o per entrare in Ospedale o in Università bastava la raccomandazione del politico in auge?
Per non sapere o per non volere rinunziare ai privilegi acquisiti, a volte anche "offrendo" i propri servigi ai potenti di turno e diventando così pezzi importanti della catena del consenso e dei voti che hanno garantito il potere, la società ha perso quindi capacità decisionale.
Intorno alla filiera della Sanità c'è tutta o gran parte dell'economia della regione, ci sono i medici, i dirigenti, il personale paramedico delle strutture pubbliche e di quelle che operano in regime di sanità convenzionata, ci sono gli appalti, le forniture ospedaliere, ciascuna con la sua sottofiliera, c'è il mondo del credito, del factoring, del leasing, dei recuperi, dei ricorsi giudiziali e stragiudiziali, delle professioni, non c'è settore della vita economica delle regione che non sia direttamente o indirettamente legato alla Sanità.
Faccio un esempio che potrebbe rendere l'idea di quello che sto provando a raccontare. Analizzando il voto (io l'ho fatto) delle varie tornate elettorali, quelle di tipo amministrativo che prevedono il voto (alle elezioni politiche invece si è nominati e non eletti, ma questo sarà tema di un altro post) e che come tutti sanno sono le più difficili da affrontare, perchè è necessario farsi votare per essere eletti, emerogono chiaramente le differenze culturali e di approccio.
Mentre a Milano ed in Lombardia il cittadino elettore vota il partito e magari anche il candidato, in genere i voti ai candidati sono poco più del 10/15% dei voti alla Lista di Partito, in Calabria quella stessa percentuale è superiore al 90%.
In Calabria non si esprime il voto di appartenenza ad un partito, ad un'ideologia, ad un orientamento culturale, in Calabria si vota il candidato. Non c'è dispersione di voto, avviene quello che Cetto La Qualunque ha espresso in caricatura, raccontando la verità: tu mi voti, io ti faccio un piacere, non mi voti, sei mio nemico.
Il Commissariamento prolungato da dieci anni, i tre inadatti che si sono succeduti in meno di un anno, ed anche quelli che si sono avvicendati prima degli stessi, sono solo il frutto avvelenato di una pianta che noi abbiamo contribuito ad uccidere.
La politica non vuole il commissariamento, perchè non vuole perdere la propria sfera di influenza.
Tutti i Commissari sono destinati a fallire, nessuno può farcela da solo.
Questo sistema che rappresenta un cancro culturale non può più essere curato, la società ha prodotto delle metastasi che hanno pervaso tutti i suoi gangli vitali, non c'è più la cura, è troppo tardi.
I cosentini che pochi giorni fa sono scesi in strada a protestare, tutti quelli che si interrogano sulle cause e sui rimedi, io stesso, tutti noi dovremmo farci un esame di coscienza e capire che solo liberandoci dalle catene di chi controlla le risorse potremo risolvere (anche) il problema della Sanità.
Dedicato a mio padre ed a mia madre, che ci hanno educato nel rispetto della meritocrazia, dello studio e dei sacrifici (che loro hanno fatto per noi) e che ci hanno consentito di inseguire i sogni.
E' per loro e per gli insegnanti che hanno contribuito alla mia formazione che non rescinderò mai il legame con la mia terra.
Ad maiora
Di Giannicola Rocca (Fonte: post Facebook)