* Quella dei Piromalli è una cosca che, nonostante i pesanti colpi subiti negli anni dalla parte sana dello Stato, non è stata sradicata dai suoi vincoli mafiosi, sia interni, in particolari nei suoi legami familiari e nei suoi rapporti con le varie ‘ndrine, sia quelli esterni e collusivi, strutturati nella società, nell’economia, nelle istituzioni.
Il reparto speciale dei Carabinieri e la Procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria, con indagini mirate, fanno emergere le odierne e classiche attività criminali: il controllo capillare delle attività portuali a Gioia Tauro, i lucrosi traffici di cocaina, le truffe e gli affari in agricoltura, le estorsioni…
* È ancora una volta dimostrato che appena un capo del rilievo di Pino Piromalli ritorna in libertà, dopo ben 22 anni di reclusione, riprende a pieno regime il proprio ruolo apicale, secondo la regola aurea di tutte le mafie.
È l’ennesima dimostrazione che il vincolo mafioso non cessa senza una sua reale rottura. Pino Piromalli, soprannominato "Facciazza", è protagonista delle cronache giudiziarie degli ultimi sessant'anni. La rete familiare è notoriamente estesa. È figlio di Antonio Piromalli, fratello dei due boss molto noti, conosciuti come “don Mommo” e “don Peppino”, che per anni hanno dominato nella Piana di Gioia Tauro.
* La 'ndrangheta nel suo complesso, nonostante i pesanti colpi subiti, è tuttora in piena attività e rimane potente nel grande traffico globale delle droghe e del riciclaggio, come in tutte le altre attività illegali e legali, tanto a livello locale che nazionale ed internazionale, a conferma che il mantenimento di un forte vincolo mafioso, rigido all’interno e collusivo all’esterno, facilita comunque l’espansione dei suoi traffici.
Le tre letture possono convergere e integrarsi, per avere un quadro completo della 'ndrangheta di oggi, rispetto alla sua abilità nel tenere fermo il caposaldo del vincolo mafioso nel suo modo di esplicarsi e di colludere.
Ci sono inoltre alcune specificità che dobbiamo considerare per completare la capacità analitica intorno alle caratteristiche del vincolo mafioso presente nella ‘ndrangheta.
Prima specificità. Dopo le forme di accumulazione primordiale di risorse, derivanti dai rapimenti, i boss della ’ndrangheta hanno compreso che fosse più redditizio e meno rischioso investire nel traffico internazionale degli stupefacenti, in particolare della cocaina, instaurando rapporti diretti con i narcotrafficanti.
Così hanno potuto acquisire via via un potere economico senza precedenti, che consente al loro vincolo associativo di reggere l’impatto con la repressione dello Stato, tenere testa alla concorrenza delle altre mafie, proiettare i propri interessi e affari nei più rilevanti circuiti finanziari e sedere al tavolo dei grandi poteri.

Conferenza Stampa della Procura della Repubblica - Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria sull'operazione "Res Tauro"
Seconda specificità. L’aver messo da parte la sanguinosa fase delle “faide” tra le ‘ndrine, ha consentito ai boss di preservare meglio il vincolo di appartenenza, dotarsi anche di forme di governo verticale e darsi livelli compartimentali di coordinamento e cooperazione in grado di interloquire alla pari con settori collusi dell’economia, della politica e della massoneria.
Terza specificità. La ‘ndrangheta ha sviluppato, anche grazie a queste sue caratteristiche, una capacità di azione ben radicata sul piano territoriale ed estesa a livello globale, non perdendo mai le regole costituenti il vincolo mafioso, anzi creando interazioni tra i due livelli in cui agisce, si espande e si riproduce.
Quarta specificità. Le prime tre peculiarità sono alla base di un’ulteriore crescita del vincolo criminale verso una rappresentanza diretta, con propri uomini di estrema fiducia, dentro l’economia, le istituzioni e la politica, garantendosi così la possibilità di coltivare la propria ambizione di controllo e incidenza nella società e attenuando inoltre le furbizie dei poteri pubblici corrotti, che negano gli accordi collusivi quando il gioco si fa eccessivamente rischioso.
Adesso il buco nero della ’ndrangheta rischia di fagocitare le risorse pubbliche che con il PNRR e le altre fonti europee e nazionali stanno realizzandosi sui territori calabresi e del centro-nord.
Al di là di come la si possa pensare, nel mio caso criticamente, sulla costruzione del Ponte sullo Stretto, va evitato di consegnare risorse pubbliche estremamente rilevanti all’intermediazione clientelare, affaristico e mafiosa, con danni devastanti sul sentire comune e sugli interessi legittimi e puliti, impegnati nello sviluppo del Paese.
È possibile disarticolare il vincolo mafioso posto alla base della ‘ndrangheta? Senz’altro, tenuto conto che non partiamo da zero. Oggi abbiamo le conoscenze maturate sul campo per agire in profondità! Certo, le difficoltà sono enormi e il percorso è accidentato per le insidie collusive che bisogna continuamente superare. Quali scelte allora vanno compiute?
1) Innanzitutto, abbiamo bisogno con estrema urgenza di attuare una rigorosa selezione della classe dirigente, che abbia nel cuore e nella mente, oltre che nelle proprie competenze, il binomio legalità-sviluppo, meglio ancora se caratterizzato come legalità costituzionale e sviluppo sostenibile socialmente ed ambientalmente.
2) Abbiamo poi un urgente bisogno di rompere il vincolo mafioso, con una strategia di aggressione alla ‘ndrangheta e alle mafie che abbia un profilo progettuale e operativo integrato, mirato al piano sociale ed educativo, repressivo e militare, economico e finanziario, politico ed istituzionale, tanto sul livello locale che su quello globale.
Anno dopo anno, con risorse umane ed investimenti si dovrebbe monitorare l’andamento di selezionati progetti-obiettivo che incidano soprattutto nel radicamento sociale ed economico della ‘ndrangheta.
3) Bisogna applicare pienamente l’attuale Codice Antimafia, che consente di intervenire pure sui delicati settori del riciclaggio e delle misure di prevenzione patrimoniali attraverso “bisturi giudiziari e amministrativi” potentissimi, se c’è la capacità di ben maneggiarli e la volontà di utilizzarli.
Un esempio concreto calza a tal proposito: la legge n. 310 del 1993 obbliga i notai e i segretari comunali a comunicare alla questura tutti i passaggi di proprietà. Con l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, si potrebbero avere per tempo tutti gli alert adeguati a prevenire il radicamento mafioso negli esercizi commerciali e nelle attività edili, soprattutto in vista delle attività propedeutiche alle grandi opere pubbliche, come la costruzione del Ponte sullo Stretto.
4) Bisogna dotare la Procura Antimafia Nazionale di venti magistrati specializzati nella lotta alla ‘ndrangheta, con una sezione della DIA di trecento investigatori adeguatamente selezionati per professionalità e affidabilità, in collegamento con le Procure Antimafia di Reggio Calabria e Catanzaro rafforzate con lo stesso criterio. Solo così potremmo schierare una potenza investigativa che, se ben guidata e senza condizionamenti, potrebbe ottenere risultati senza precedenti e risolutivi.
In conclusione, l’ottima operazione “Res Tauro” è l’ennesima occasione che non va sprecata e lasciata alla lunga cronaca dell’“antimafia del giorno dopo”. Semmai, deve diventare uno stimolo a spostare energie, risorse e progettualità verso la risolutiva “antimafia del giorno prima”.


