Il 23 maggio ricorre il trentennale della Strage di Capaci dove morirono Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini della scorta.

Tante le iniziative di ricordo. Tante anche in Calabria, alcune delle quali di grande interesse e con la partecipazione di coloro i quali si battono ( molto pochi in verità) realmente contro le mafie e la corruzione. In tanti, invece, i pseudo paladini della giustizia che, con la solita ipocrisia, pronunceranno da "blasfemi" il nome di Falcone mentre nella loro quotidianità alimentano il voto di scambio, gli intrallazzi, la "raccomandocrazia" e tutti quei comportamenti che sono alla base della cultura dell'illegalità sulla quale la 'ndrangheta è cresciuta prendendo il posto della mafia siciliana.

 

 

Giovanni Falcone con Paolo Borsellino

 

L'opera di Falcone e Borsellino e la risposta della società civile siciliana hanno ridimensionato il ruolo della mafia.

Di tutto ciò ha approfittato la 'ndrangheta, che, a differenza della Sicilia, vive ed opera in una realtà dove la cosiddetta "società civile" non esiste o, nel migliore dei casi è talmente minoritaria da essere ininfluente,  e dove la cultura dell'illegalità regna sovrana come accadeva a Palermo ai tempi di Vito Ciancimino e Salvo Lima che erano dei "signori" in confronto ai politici 'ndranghetisti calabri. Non per nulla l'unico latitante ancora oggi libero che partecipò alla Strage di Capaci, Matteo Messina Denaro, ama trascorrere periodi della sua dorata, protetta e quasi trentennale latitanza in Calabria, spalleggiato da quella parte corrotta dell Stato che in Calabria impera sovrana da decenni.

La Strage di Capaci del 23 maggio 1992

 

Quella parte dello Stato che parteciperà ad iniziative nella memoria di Giovanni Falcone.

Paradossalmente l'azione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che ha ridimensionato il potere della mafia siciliana, ha avvantaggiato l'ascesa della 'ndrangheta sul piano nazionale ed internazionale. Ma l'uovo di Colombo della 'ndrangheta è stata la scelta diametralmente opposta che, invece, venne adottata nella follia dei corleonesi di attaccare frontalmente lo Stato con le stragi.

Totò Riina, accecato dall'odio e dal potere, reagì contro lo Stato nel momento in cui, caduto il Muro di Berlino, la Prima Repubblica  non poteva più garantire quell'accordo fra Stato e Mafia che è l'essenza stessa della vivibilità della mafia.

Una tattica stragista che ha costretto lo Stato, suo malgrado, a dover reagire. Invece la 'ndrangheta non ha mai optato per lo scontro. Infatti non ha mai ucciso magistrati o giornalisti. Ha sempre scelto la trattativa, l'accordo, la protezione con la parte corrotta dello Stato sfruttando anche l'ambiente favorevole di una Calabria permeata da una cultura mafiosa e contro lo Stato che ha radici storiche e lontane.

Un modello "vincente" che ha condotto la 'ndrangheta in pole position in Italia e fra le più temibili organizzazioni criminali al Mondo se non la più temibile, per come si deduce da una classifica stilata addirittura dalla CIA americana.

L'accordo con la politica, l'elezione nei vari consessi comunali, regionali e parlamentari di uomini propri, il legame sempre più stretto con il potere è la formula del successo della 'ndrangheta, sempre più potente e sempre più espressione di un capitalismo da riciclaggio che la pone quale "multinazionale" mondiale a pari titolo delle multinazionali del petrolio, della grande finanza o dei colossi planetari del mondo dell'informatica.

Una entità economica e finanziaria globalizzata che, con una rete capillare di investimenti nel mondo, con rapporti diretti con tutte i paesi off- shore e con tutti paradisi fiscali e con i centri di potere sovranazionali, è parte integrante di quel "capitalismo globalizzato" che volutamente non distingue ma amalgama denaro pulito e denaro "sporco" alla pari dei tanti "NarcoStati" che, con il controllo della produzione mondiale della droga, alimentano le varie Borse del Mondo e l'alta finanza che, alla fine, comanda tutto e tutti.

Redazione

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