Mi chiedo spesso cosa ci dia sollievo e gratificazione in un mondo ormai privo di valori. In una società che scombussola e arreca turbamento senza chiedere il permesso. Una realtà, quella che viviamo, che si sgretola tra le nostre mani perché caduca.

Siamo una società globalizzata e capitalista, perciò oggigiorno è così arduo trovare la linea di demarcazione che separa il concreto dall’astratto, la verità dalla finzione. Si è persa l’essenza dei rapporti umani, probabilmente li abbiamo smaterializzati senza rendercene conto.  Bauman, teorico della “società liquida”, non ha tutti i torti quando ritiene che “nessun contante e credito” possano sostituire i rapporti umani. Può, una realtà così misera e sterile, sostituire l’empatia, l’ausilio umano, la soddisfazione personale e l'amor proprio? Crediamo di poter trovare altrove quello che ci manca, e mi torna alla mente la celebre citazione di Seneca “quod tibi deerit, a te ipso mutuare”, ossia “ciò che ti manca, prendilo in prestito da te stesso”. Noi tutti dovremmo bastare a noi stessi, per noi stessi e tra noi stessi. L'uomo necessita dell’altro uomo, proprio per questo sono necessari i nodi inestricabili dell'altruismo, dell'ascolto e dell'empatia. Dovremmo garantire sempre la cura della famiglia, ultimo baluardo di affetto e amore sulla Terra; e dovremmo svegliarci da questo sonno che fa accettare di buon grado una società sprezzante, fatta di azioni offensive ed umilianti. L’indifferenza uccide e perciò va elisa totalmente.  Tendiamo a essere vittime della manipolazione, sia per i social network, per la televisione, per le fake news. I social network, ad esempio, cristallizzano la nostra attenzione verso l'immagine che ognuno ha di se stesso, arrivando quasi a distorcerla. Tutti abbiamo il desiderio, che poi si tramuta in bisogno, di essere migliori, di essere altro, di allontanarci da ciò che siamo. Una società che mira alla distruzione e a plasmare le menti per renderle fertili all’omologazione. A volte, per alcuni uomini è più importante, in una scala di priorità, essere ricchi e superficiali e peccare di “ὕβϱις”,-ancora oggi peccato grave, non solo presso i Greci-piuttosto che essere umani capaci di mettere da parte i propri eccessi e il proprio egoismo. Mi viene in mente il Natale, il periodo dell'anno più atteso ma anche il più malinconico, che fa da catarsi per le famiglie attraverso somme di danaro esagerate, regali costosi, addobbi volgari, cibo sprecato. Tutto per essere “uguali” agli altri, perdendo di vista il vero significato di questa festa, che è riunione di famiglie distanti e soprattutto condivisione. Parlo da atea, dunque da persona che non crede, motivo per cui potrei  dare sfogo al materialismo e allo sfarzo imposto dal capitalismo e da questo senso sociale di essere di più e di avere di più.  Ecco, ritorna il pensiero di Bauman, “non troveremo in un centro commerciale l'amore e l'amicizia, i piaceri della vita familiare...” A parer mio, nulla ti arricchisce più di qualcuno da aiutare e più di stare in famiglia, specie a Natale. Spero che come tutti i periodi storici anche questo sia transitorio, in modo da farci riflettere su cosa sia davvero necessario e su cosa, per contro, sia solo complementare. Non dimentichiamo la nostra natura, per quanto sia giusto evolverci e dare peso anche a ciò che è effimero, ma senza soccombere alla superficialità del nostro tempo. Menandro direbbe “che bella cosa è l’uomo, purché sappia comportarsi come un uomo.”

(Foto: esempio di quadro che si ispira all'arte dell'effimero)

Greta Palermo


Editoriale del Direttore