Pubblichiamo sulle pagine di cultura de "La Voce Cosentina" un pregevole ed interessante saggio a cura del docente emerito, poeta e scrittore, Francesco Vetere, che abbiamo più volte ospitato con i suoi scritti. Un saggio sulla sempre eterna figura del Filosofo Lucio Anneo Seneca.

"La società pagana nell'Occidente della Roma imperiale post-augustea, trova nella vigorosa personalità del Filosofo ispanico Seneca una vitale rinascita in un'era in cui la " Caput mundi " vive aspra esacerbazione del dispotico potere di inadeguati imperatori, protesi a creare iniqua calamità sui propri sudditi, pervasa anche da ambiguità e perversione.
La filosofia stoica rigenera la sua anima, suscitando in Lui la ricerca di se stesso dopo attenta analisi della psiche umana e senza aver tema di ritorsione da parte dei potenti chiamati in causa.
Non estranee in Seneca sono le dottrine epicuree e platoniche, condivise in seguito anche dal filosofo stoico Marco Aurelio, che si raffermano nella sua mente con la certezza di poterle applicare pur nel coacervo delle problematiche morali, ormai radicate nella società del tempo.
È assertore dell'idea che l'uomo ha capacità di approcciarsi alla felicità terrena e a liberarsi dagli interiori affanni solo se riuscirà a imbrigliare quelle pulsioni, schiave di  insane passioni e suffragate da irrefrenabili moti d'ira.
La consapevolezza della caducità della vita lo avviluppa in uno stringente vortice emotivo fino a scoprire  la fragilità dell'umana natura, in perenne lotta fra bene e male, pervasa anche da febbrile attesa della morte e ghermita anche dal germe del peccato.
L' agio esistenziale non procura felicità, anzi l'allontana perché non generato da vivifica forza delle virtù,disattese per immorale egoismo e mancanza di saggezza, la cui assenza beneficia la brama di cose inutili e capziose.
Buon viatico vitale per Seneca è la lungimiranza di un pensiero rivolto a un Dio che sovrasta l'uomo, non visibile ma percettibile nella sua interiorità per temperarne l'agire, attraverso una sentita tolleranza, rara in una società schiavista, ancora non propensa ad abbracciare il concetto di uguaglianza tra gli uomini, rivolto anche verso il ceto di vilipesa servitù.
 
Una parossistica ansia fa da corona allo stoico Filosofo, sulle orme di uno sfuggente ideale pregno di funesti contrasti, invisi alla sua coscienza. L'influenza del pensiero epicureo si concreta sul concetto della morte, che non si deve temere, per cui è d'uopo vivere nel quotidiano come se si avvertisse essere l'ultimo istante di vita materiale, in contezza però che l'anima sopravviverà al corpo.
Il mito di Platone lo pervade attraverso la  dottrina del Filosofo di Atene, massimamente sul mistero della conoscenza, da interpretare mediante la filosofia esoterica che anima l'uomo, sgombro di ferina natura a diradare le tenebre dell'ignoranza per approdare verso la Luce.
È proprio con la Luce della saggezza che Eglj cerca di illuminare le menti di quei reggenti imperiali, da Caligola a Nerone, propensi ab initio ad ascoltare le sue parole ma non a coglierne la saggia essenza.La protervia di costoro è pari alla loro ottusa mentalità, lungi dall'abbandonare il senso dell'assoluto dominio per prostrarsi verso una clemenza non albergante nella propria indole.
Cade l'illusione di Seneca di fondare uno stato retto da saggi regnanti, educati alla filosofia quale strumento necessario di governo, mentre si fa pressante in Lui il pensiero di dedicare la sua meditazione verso la ricerca interiore del "nosce te ipsum", nell'esteriore intento di educare eticamente le umane generazioni.
Per validare tale proposito, Egli mette in luce quel groviglio di passioni, di ambigue azioni, di travagli e dubbi esistenziali che lo attanagliano in una soffocante morsa psicologica, foriera in seguito del fallimento di ogni sua aspettativa.
Perciò il Filosofo stoico,  si arrende davanti ad una realtà senza prospettive per l'umanità, che è avviluppata da un pressante senso del peccato, divisa tra brama di vivere e ansiosa paura della morte, come a voler esternare la precaria caducità umana di fronte alla lotta fra bene e male.
È proprio qui che emerge la sua grande personalità, capace di delineare e cambiare i contorni della storia letteraria del Primo secolo d.C., attraverso la forza del suo pensiero, trasfuso nei suoi scritti attraverso uno stile unico, permeato da passaggi sciolti e decisi, a volte non simmetrici ma ricchi di pervasiva forza e atti a trapassare i limiti dell'animo umano.
La Morale senechiana è sublimata nelle " Epistulae ad Lucilium ", sul modello platonico ed epicureo, in cui esprime e condensa la "summa " del suo pensiero morale mediante esternazione del suo spirito, affranto dall'esistenziale fragilità dell'uomo, falcidiata dallo spettro della morte.
Esaltante è la sua filosofica considerazione sulla " Brevità della vita", che diventa breve per gli incapaci di viverla in modo sano e contro i canoni della natura, pur riconoscendola dispensatrice di valori eterni che non si possono disattendere.
Tenere e delicate sono le missive alla madre Elvia, che Seneca cerca di consolare per lenire le proprie sofferenze, aggravate da forzato esilio e dalla nostalgia di essere lontano dagli affetti familiari.
 La sua Humanitas spesso travisata come mero esercizio letterario privo di anima, è impressa nelle immortali pagine sugli schiavi, non visti come esseri umani ma come oggetti senza soffio vitale. Risuonano con forte empito le sue parole: "Servi sunt. Immo homines", a dimostrazione che la Natura ha generato la stirpe umana legata da stretto nesso di fratellanza, con uguali elementi di sostanza e di amore, partecipe di comune ragione, sia essa divina che universale.
 La sua storia esistenziale è racchiusa nel suo immenso Corpus di variegate opere filosofiche e letterarie, a cui fanno da prezioso corollario le Tragedie di matrice ellenica, vergate anch'esse con stile unico e di difficile emulazione, e sublimate da costante anelito di umana e morale rivalsa.
 ( Da "Poetica e Filosofia"  di  Francesco Vetere )

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