Su iniziativa del Professor Franco Vetere, docente emerito dei Licei, umanista e cultore di filosofia,nell'ambito delle numerose iniziative culturali che hanno contraddistinto l'estate grimaldese del 2019, si è tenuto presso la Sala "Madre Teresa di Calcutta" un interessante dibattito sull'emigrazione, che pur cambiando nelle forme, rimane sempre attuale.

Il momento importante della serata seguita da un attento e appassionato uditorio si è materializzato con la magistrale lettura da parte dell'artista Noemi Vetere del poemetto scritto dal Professor Franco Vetere, "Profonde Radici" che riportiamo integralmente corredato da una breve biografia del Professor Franco Vetere e da una approfondita nota critica del professor Eugenio Maria Gallo, esperto letterario e storico. A moderare i lavori il giornalista Gianfranco Bonofiglio. Lavori aperti da Alessandro Tartaro, presidente dell'associazione culturale "Grimoaldo I°" che ha patrocinato l'iniziativa insieme all'amministrazione comunale che ha concesso il patrocinio. A recare i saluti dell'amministrazione comunale il giovane Sindaco, Roberto De Marco, sempre sensibile alle iniziative di alto spessore culturale. Dopo la lettura del poemetto "Profonde Radici" da parte di Noemi Vetere è intervenuto Don Luca Perri, parroco del Duomo di Cosenza, che con una dotta e approfondita relazione ha discusso del tema dell'emigrazione, dell'incontro, della ricerca di una nuova terra dall'ottica del Sacro Vangelo e di come "il ricordo" sia la nostra memoria, la nostra storia, il nostro passato quale guida per il presente e per il futuro ed ha sottolineato come l'Esodo verso la Terra Promessa sia insite alla storia dell'uomo e dell'umanità. Molto articolato l'intervento del professor Eugenio Maria Gallo, storico e critico letterario, che ha rimarcato come il tema del "Ricordo" sia particolarmente e indissolubilmente legato alla figura storica e al contempo attuale del migrante. Il "Ricordo" legato al tempo che non passa, al desiderio del ritorno alle proprie radici, alla propria terra, ai forti legami delle origini, dei ricordi delle terre dell'infanzia. Ha concluso i lavori il promotore e curatore dell'evento culturale, il Professor Franco Vetere, che ha sottolineato il "Phatos" dell'emigrazione tracciandone anche la storia dell'ultimo secolo che ha fortemente caratterizzato l'evolversi di una terra come la Calabria di forte emigrazione. "Oltre cinque milioni i calabresi che vivono nel mondo a fronte dei quasi due milioni che vivono in Calabria". Ma il professor Franco Vetere non si è fermato alla freddezza dei numeri ma ha voluto e saputo analizzare il fenomeno nei suoi aspetti sentimentali ed umani, dove il "ricordo" assume la sua centralità, il ricordo, la memoria, la nostra storia.
A corredo dell'illustrazione del convegno pubblichiamo anche, integralmente, il poemetto scritto dal Professor Franco Vetere, la nota critica a firma del Professor Eugenio Maria Gallo ed una breve biografia dell'autore.

PROFONDE RADICI
Il Tempo
ricongiunge remoti momenti
di vita intrecciandoli come
anelli di indefinita catena
avvinghiano l'animo
climax di sopiti empiti mai
fustigati dall'oblio di ciò che
il passato conserva nello
spazio dei ricordi. E' questo il
momento di nuove sensazioni
nell'approdo in Terre lontane
nel cui grembo si condensano
sogni di agognata speranza
e non fallaci miraggi di
evanescenti chimere. Familiari
affetti leniscono eventi paludati
di amara prostrazione più
sentita e più affliggente dopo
aver sciolto per impellente
umana necessità il legame con
la propria martoriata Terra
avara di amorevole afflato
i suoi figli ma rea di incolpevole
e avvilente povertà. Uno
struggente lirismo immortala i
momenti del distacco nell'innato
bisogno di evocare empiti roridi
di intima sofferenza intrisa
di amare lacrime. Il Tempo
adombra nella sua assoluta
infinitezza i passati ....
ricordi di umile trascorso
vissuto fregiato di fiera dignità
giammai prostrata a vana
commiserazione. Lacerante
afflizione ghermisce con i suoi
acuminati aculei mesti animi
ancor più feriti dalle strazianti
grida materne e dalle mani
protese come a voler fermare
l'atroce atto d'un annunciato
e forzato distacco. Un animo
foscoliano pervade le altrui
coscienze e il pensiero dei
genitori segnati dagli anni
acuisce vieppiù il calvario della
mente nella vana speranza
di non aver lasciato loro
l'estremo addio. Le nuove Terre
mostrano il loro arcigno volto
privo di umanità ma avide di
crear profitto da coloro che
hanno lasciato cuore e anima
nella patria terra. Alacre lavoro
sorretto da ferrea volontà di
rivalsa lenisce l'amara tristezza
ma non rimargina la piaga
che si è formata nel cuore.
Il senso di vuoto si attenua nel
calore di una rinata famiglia in
terra straniera
che però è illusoria sensazione
non recepita dai sensi ma tanto
profonda da immergersi nei
meandri di un'anima fustigata
da nostalgici pensieri. Allor la
brama di divenir novelli Ulisse
alla ricerca dell'amata Itaca
spinge a spiegar le vele per
solcar di nuovo quel crudele
mare del passato ricordo
adesso limpido e azzurro come
il desiderio di tornare a rivedere
quella Terra non più selvaggi
ma pregna di mai sopiti affetti.
(Franco Vetere)

CRITICA LETTERARIA DI EUGENIO MARIA GALLO SUI VERSI DI FRANCO VETERE "PROFONDE RADICI"

Un profondo tormento accompagna i versi di questo poemetto di Franco Vetere, un poemetto tutto
intriso di sospiri e tristi ricordi, di sofferti addii, di angosce e di paure per un domani in una Terra
ignota, ma sostenuto anche da un sottile e pur forte filo di speranza, quella speranza che, in fondo,
ha spinto l'uomo a partire, ad affrontare il mare e a trasformarsi in un nuovo Ulisse immerso nel
sogno di realizzarsi in una nuova Itaca. E' il tema del viaggio della speranza, comune a tanti, ieri e
oggi, comune a chi lascia la propria Terra spinto non tanto da vaghezza di conoscere un nuovo
mondo e nuove terre, quanto se mai dal desiderio e dal bisogno di dare una svolta alla propria vita.
E spesso ciò avviene in una realtà che è ben diversa dal sogno. E' sottile il velo che separa la realtà
dal sogno, il certo dall'incerto, la speranza dalla delusione. E il "varco" è il mare, la distesa azzurra
alla fine della quale l'uomo che sogna pone la speranza d'una nuova età dell'oro che, spesso, non c'è
e non può esserci. Allora la vaghezza del sogno e della speranza si scontra con la spettrale realtà
quotidiana ed il calvario diventa ancora più doloroso e penoso per chi, spinto dall'ansia e dalla
speranza del meglio, vede smarrirsi ogni propria attesa nelle acque scure della notte o nei profondi
baratri d'una quotidianità difficile e misera, nell'inconsistenza e nella precarietà d'una indigente
umana condizione. Allora ritorna, quasi come un morso che divora ogni speranza, il desiderio della
propria Terra e dei propri cari, di un'Itaca che, l'orgoglio o altri impedimenti, rendono sempre più
lontana tanto da far venir meno, talora, ogni possibilità di ritorno. Il "varco" ha tradito le attese ed
ha sconfitto ancora una volta l'uomo, che resta solo a consumarsi fra la nostalgia dei propri affetti e
della propria Patria lontana. Non resta che affrontare di nuovo il mare e drizzare le vele verso
l'amata Terra dove, almeno, gli aviti affetti mai sopiti attendono il ritorno dell'esule che, come
Ulisse, dopo aver tanto vagato, tenta di approdare alla propria Itaca.
Franco Vetere, in un verso dolce e toccante, accompagnato dalle pause suggerite dall'enjambement,
coglie questo dramma e lo vive dall'interno, entrando nel profondo dell'animo dei protagonisti, con
struggente e con sofferta immedesimazione. Ne viene fuori una poesia che ha il senso triste delle
stagioni dell'addio. E l'addio, insieme con la Terra, è in fondo il tema fondamentale del poemetto,
l'uno e l'altra inquadrati nella dimensione del Tempo che segna l'umana vicenda e che, nel ricordo
e nei ricordi, attraverso il proprio eterno ritorno, si fa un Tempo senza tempo. E nella misura della
memoria che non passa, i momenti e le vicende della vita, pur se lontani, tornano a palpitare e a
parlare al cuore del poeta che ha vissuto il dramma d'una Terra, che ha conosciuto il distacco
forzato dei propri figli, partiti in tempi lontani, ma sempre vivi nel cuore, per un mondo ignoto in
cerca d'un futuro migliore. E' lo strazio del distacco, il profondo dolore per l'addio che palpita nel
cuore di Franco Vetere che, da uomo universale come ogni poeta, sa cogliere in pienezza la misura
profonda del sentimento e lo traduce in versi di grande tensione etica e umana, comunicandone gli
effetti laceranti nel cuore di chi parte e di chi resta, in modo particolare dei "familiari", che vedono
allontanarsi i propri mariti, i propri figli che, con il "lutto" nel cuore, se ne vanno in cerca di
fortuna in un Paese straniero, in un Paese che non è il proprio, orfani della propria Terra. Il
Tempo, poi, nel proprio svolgersi, sembra lenire, negli uni e negli altri, il dolore della separazione,
ma la sofferenza continua a bruciare dentro, lenta e implacabile, per un esilio alienante che rode
l'anima e non passa. Allora, la voce di Franco Vetere si fa ancora più tenera ed il suo cuore cerca
conforto nella dolcezza di versi che esprimono, fino in fondo, il dramma intimo dell'uomo e del
poeta: "Lacerante / afflizione – egli canta - ghermisce con i suoi / acuminati aculei
mesti animi / ancor più feriti dalle strazianti / grida materne e dalle mani / protese come a voler
fermare / l'atroce atto d'un annunciato / e forzato distacco." In quel verbo "ghermire", nello
strazio di quelle "grida" e nelle immagini di quelle "mani", che ci scorrono davanti agli occhi come
una fotografia del tempo fermata nel Tempo, la voce che detta i versi diventa una dolorosa e
graffiante risonanza dell'anima ferita. Ed il dolore graffiante, che accompagna questi versi, è il
dolore di ieri e di oggi perché, in fondo, le partenze, sotto altra forma e sotto altra specie,
continuano. L'uomo, allora, è l'eterno esule cantato anche dai versi foscoliani, di cui Franco Vetere
avverte e comunica il respiro, incastonandolo in quel quadro in cui riappaiono le figure dei
"genitori segnati dagli anni". E' la voce più angosciante, quella che sembra levarsi da persone
provate dalla fatica e dall'età e rimaste a riva, quasi sospese fra speranza e paura. E poi le "nuove
Terre", che purtroppo per chi lascia la propria casa, non si presentano come "nuovi cieli", ma si
manifestano nella propria stressante misura dell'interesse e del "profitto". E se il lavoro riesce, in
parte, a lenire le pene all'esule, di certo non basta a risanare la piaga della lontananza e dell'esilio
forzato. E Franco Vetere sa cogliere questo sentimento e sa comunicarlo con immediatezza in versi
di delicata tensione, quella tensione che è tendersi sempre ed infaticabilmente, con il cuore, alla
propria Terra Madre. "Allor la / brama – egli canta - di divenir novelli Ulisse / alla ricerca
dell'amata Itaca / spinge a spiegar le vele per / solcar di nuovo quel crudele / mare del passato
ricordo / adesso limpido e azzurro come / il desiderio di tornare a rivedere / quella Terra non più
selvaggia / ma pregna di mai sopiti affetti". E' il "varco" che si apre di nuovo, ma questa volta per
ritornare alla Terra Madre, lasciata un dì per vaghezza di vita migliore. E, in quel mare "azzurro"
e "limpido", l'esule, cioè colui che emigra, sembra riabbracciare quell'armonia che le immagini del
mondo greco, che questi versi di Franco Vetere richiamano, sembrano far rivivere, nel cuore
dell'uomo, con la suggestiva aria di casa. E quasi come nel mito, come Anteo a Gea, l'emigrante
torna alla propria Terra, alla Terra Madre e non alla Madre Terra, così che, vinto il doloroso "vuoto"
della straniera terra e placata la nostalgia della propria, possa ritornare a vivere.
Eugenio Maria Gallo

Breve Biografia del Professor Francesco Vetere

Umanista e profondo cultore di Filosofia. ha esercitato per anni l'attività di docente di Lettere umanistiche nei Licei. E' stato primo relatore nei convegni su Gioacchino da Fiore, Pitagora e "Ars Poetica", coadiuvato dal compianto Prof. Mauro Francaviglia. Coltiva l'arte della poesia. Alcune delle sue poesie sono raccolte nelle seguenti tre sillogi: "Lo sguardo e la memoria", Riflessioni poetiche di storia umana" ed "Eroi in poesia". Ha scritto numerosi saggi che evidenziano la profondità e la valenza della sua ricerca e del suo studio. Fra essi si ricordano: Mitologia, Egittologia, Filosofia greca, Poesia latina, Exoterica, Hermetica, Theologica, Religioni orientali, Monachesimo illuminato, Bohème esistenziale, Storia letteraria del Primo Novecento.

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