La puntata di "Presa Diretta" dedicata al maxiprocesso "Rinascita Scott" ha provocato una serie di reazioni e di polemiche. Riportiamo integralmente l'intervista rilascita dal giornalista Riccardo Iacona a "articolo21.org" e firmata dal giornalista Michele Cervo nella quale il conduttore di "Presa Diretta" ribadisce le sacrosante ragioni della libertà di stampa.

 
"L’unione delle camere penali della Calabria ha attaccato la tua trasmissione scrivendo in un comunicato che “i processi non si fanno in tv”, ma soprattutto che i giudici possono essere condizionati da queste trasmissioni.

“Il comunicato spara cannonate senza acchiappare l’obiettivo. Era chiaro a tutti che l’oggetto della trasmissione non era e non poteva essere il processo scaturito dall’operazione “Rinascita Scott”, ma l’inchiesta “Rinascita Scott”. Dico questo perché le riprese le abbiamo terminate prima dell’inizio delle udienze. Se uno vuole fare un’inchiesta sul processo “Rinascita Scott” deve attendere la fine del dibattimento. Ma per fare questo ci sono altre trasmissioni come “Un giorno in Pretura”.  Invece abbiamo realizzato un’inchiesta andando a vedere quello che per noi è d’interesse pubblico, cioè raccontare la dimensione del fenomeno mafioso calabrese nelle carte di “Rinascita Scott”. Carte aperte, fonti aperte”.

Ma loro lamentano che è stata violata “la verginità cognitiva dei giudici”.

“Anche questa è una stupidaggine. Dal 19 Dicembre 2019 (data dell’operazione “Rinascita Scott” ndr) fino ad oggi tutte le testate locali nazionali ed estere hanno raccontato i contenuti di questa indagine hanno saccheggiato quelle 13.000 pagine. La stragrande maggioranza delle cose che raccontiamo sono tutte già uscite sugli organi di stampa, anche le intercettazioni virgolettate, cioè sono uscite quelle parti dell’inchiesta  d’interesse pubblico. Insisto su questo punto”.

Certo è un’indagine che ha colpito l’opinione pubblica e gli stessi colleghi giornalisti. Quindi andava raccontata per far capire quali sono glì intrecci pericolosi della criminalità organizzata con uomini delle istituzioni.

“A tal proposito vorrei mandare un abbraccio e ringraziare l’unione dei cronisti calabresi che ha subito capito la gravità dell’attacco che c’è dentro quella lettera, Un attacco al diritto dovere d’informare costituzionalmente tutelato. Giustamente tutte le testate hanno raccontato quello che l’inchiesta ci consegnava: la capacità pervasiva della ndrangheta. Qui c’è un assunto che è pericolosissimo che riporta le lancette dell’orologio a quando nella trasmissione Samarcanda di Michele Santoro ci dicevano che la mafia non esiste. Per loro non esiste altra verità che quella giudiziaria, quindi con questo criterio non avremmo mai raccontato il paese reale e secondo loro avremmo dovuto aspettare il terzo grado. Questa è mancanza di cultura: dire che non esiste altra verità da quella accertata nelle sentenze. Se un avvocato incontra ed abbraccia i mafiosi, quella è una verità, a prescindere se poi verrà condannato oppure no. Questo ci da il quadro di un paese e la gente deve conoscere ciò che succede. Questa è la differenza tra un paese libero e la dittatura”.

Quindi quel comunicato vuole mettere in qualche modo il bavaglio all’informazione, un avvertimento.

“Credo anche che quel documento sia una pistola che era stata già caricata in attesa che andasse in onda il programma, sparata però a salve, dove si dicono delle falsità. Nessuno ha fatto il processo in televisione, non c’è un’immagine del processo, non poteva esserci perché abbiamo finito le riprese prima. Però nella furia iconoclasta contro la trasmissione, da parte delle camere penali calabresi,  si dimentica che ci sono centinaia di magistrati e giornalisti oggi sotto scorta. Qui si tratta la ndrangheta come se fosse un reato da gabellare. In questo attacco furioso all’informazione, ed i colleghi calabresi hanno ben capito la portata, c’è anche questo: esporre chi racconta la ndrangheta al rischio di una rappresaglia.E questo vale anche per i magistrati. Qui c’è una sottovalutazione totale del pericolo ndrangheta, di come sia organizzata militarmente e del suo inserimento nel tessuto sociale,economico e democratico del Paese. Tra l’altro credo sia la prima volta che le camere penali minacciano uno sciopero contro una trasmissione televisiva. Anche questo fa capire che si è superata la misura. Si può polemizzare, dire che il lavoro è fatto male che non mi piace come lavora Iacona, si può dire quello che si vuole, però non si può stravolgere il diritto dovere d’informare.

In Calabria ci sono tanti colleghi che lavorano in condizioni difficili, minacciati, oggetto di querele temerarie, alcuni li hai intervistati nel programma come Michele Santagata, Alessia Truzzolillo, Pietro Comito, o Michele Albanese, presidente del Gruppo Cronisti Calabria che vive sotto protezione e da tempo in Parlamento è ferma la legge sulle querele bavaglio.

“E’ il  segno della sottovalutazione del fenomeno mafioso . Sono cose che non sarebbero successe all’indomani delle stragi quando c’era una grandissima attenzione nel contrasto alla criminalità organizzata ed anche al lavoro che fanno i giornalisti. Invece questi  la prendono come una lite da cortile. Anch’io mi unisco, come ho già fatto tante volte, alla richiesta affinché vada avanti la proposta di legge contro le querele temerarie, ma invito tutti a mettere al centro dell’agenda dell’informazione e della politica  la lotta alla grande criminalità organizzata. Proprio perché abbiamo visto cosa significa sottovalutare il fenomeno, ci siamo ritrovati un mostro in casa. Questo mostro è cresciuto nel silenzio e per la politica pare  non ci sia più.  La ndrangheta invece, come dimostrano le carte di “Rinascita Scott”, in questa sottovalutazione è cresciuta talmente tanto da diventare quasi uno stato illegale parallelo che amministra la cosa pubblica e che entra anche nelle istituzioni con le elezioni. Negli ultimi anni sono decine i rappresentanti politici, da sindaci a consiglieri comunali, regionali, parlamentari, che in Calabria sono entrati in inchieste per concorso esterno in  associazione mafiosa. Così come in varie parti d’Italia e questo non viene avvertito come un segnale d’allarme . E’ una sottovalutazione pericolosissima, perché quando la ndrangheta riesce ad inquinare il tessuto democratico del paese poi non basteranno centinaia di arresti a fermare il fenomeno, perché vorrà dire che sarà inquinata la democrazia e la libertà di tutti noi”.

Che sensazione hai provato quando Gratteri ha dichiarato “se tocchi certi livelli prima o poi te la faranno pagare?

“La stessa che hanno provato le persone che hanno seguito il programma.  Preoccupazione. Perché si vede che la questione della criminalità si è saldata con la questione del potere ed è una cosa che va assolutamente eradicata. Gratteri nei tre interventi che ha fatto non ha mai nominato un imputato ha volato molto alto e tutte le cose che ha raccontato sono frutto di anni e anni di lavoro sul fenomeno ‘ndrangheta. Il processo non è a Mancuso o a Pittelli, la puntata si chiama “processo alla ‘ndrangheta”. Gratteri  ha parlato della ‘ndrangheta, della sua capacità di avere occhi ed orecchie nella Procura. Queste sono cose molto importanti, notiziabili, che le persone devono sapere, perché così si muove la ndrangheta in tutto il mondo. Sono assolutamente false le accuse che gli vengono mosse di aver utilizzato la trasmissione per spostare le sorti del processo dalla sua parte. Ripeto, se giudici e giornalisti non devono più parlare, se le inchieste non le dobbiamo più fare, questo disegna una dittatura non un paese libero e democratico”.
 
Fonte: articolo21.org - (Intervista a Riccardo Iacona a cura di Michele Cervo)

 

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