Premessa: Sono trascorsi esattamente ben trenta anni da quando venne proposta la costituzione di una lega giovanile per combattere la mafia. Proposta che venne accolta oltre che con con diffidenza ed ostilità anche con ilarità e derisione.
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Il quotidiano on line "fanpage.it, fra i primi quotidiani on line con più visite quotidiane sul piano nazionale, oltre un milione (Fonte prima Comunicazione), è ritornato nei mesi scorsi, con uno speciale dedicato alla morte del Capitano De Grazia, sulla vicenda delle "Navi dei Veleni sulla quale tanto si è discusso ma senza mai giungere ad alcuna verità.

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Uno dei momenti cruciali del passaggio fra la prima e la seconda Repubblica è rappresentata dalla deposizione dell’On. Giacomo Mancini, più volte ministro e segretario nazionale del Psi, rilasciata ai pm Davigo e Di Pietro agli albori di “Mani Pulite” e che determinò l’invio del primo avviso di garanzia all'allora segretario nazionale del Psi, Bettino Craxi e l'inizio del suo declino, con l'avvento della Seconda Repubblica caratterizzata da Berlusconi e dal Berlusconismo.

Correva l'anno 1992. Un anno fatidico, un anno che segna una svolta della politica italiana. Il 17 febbraio viene arrestato il “mariuolo”, Mario Chiesa, presidente dell'istituto Pio Trivulzio di Milano, e prende il via quell’evento politico – giudiziario denominato “tangentopoli” destinato a modificare gran parte della classe dirigente nazionale. Erano maturati i tempi per effetto di cambiamenti che sconvolsero gli equilibri geo – politici. La caduta del muro di Berlino modificò il ruolo strategico internazionale dell’Italia. Non vi era più necessità da parte dell’America di foraggiare la vecchia Dc ed il vecchio Psi in funzione anticomunista. Anzi, i comunisti all'italiana, forti nella magistratura e nelle università, erano pronti alla conquista del potere. Di tale scenario era perfettamente consapevole il più grande leader socialista calabrese, Giacomo Mancini, che dall’alto della sua esperienza aveva già intuito il disegno strategico che avrebbe portato con sé la distruzione del vecchio Psi e della vecchia Dc.

E con tale consapevolezza il 18 novembre 1992 Giacomo Mancini alle ore 12.00 si presentò presso gli uffici del Palazzo di giustizia di Milano, qualche giorno dopo aver rilasciato una pesante intervista al “Corriere della Sera” nella quale lo stesso Mancini ipotizzava che tutti i flussi di denaro provenienti, illegalmente, al partito non potevano non essere a conoscenza del segretario nazionale del partito, On. Bettino Craxi.

La deposizione di Giacomo Mancini segnerà un ruolo determinante nell'elaborazione di quel famoso teorema per il quale “Se nel partito vi sono stati finanziamenti illeciti il segretario del partito, in quanto tale, non poteva non sapere”. Teorema che contribuì all'emanazione del primo avviso di garanzia per l’allora Segretario nazionale del Psi, Bettino Craxi e l'avvio concreto di quel processo politico – giudiziario che si concluse con la sua morte nella terra lontana tunisina ad Hammamet.

E la deposizione dell'ex segretario nazionale del vecchio Psi, per la sua completezza, per la definizione del sistema che già da tempi lontani legava il mondo delle partecipazioni statali e dell'imprenditoria al finanziamento illegale dei partiti, costituisce, oggi, un formidabile documento storico, sia per le personalità citate nella deposizione, sia per il livello di credibilità dello stesso Mancini e sia perché l’interrogatorio era in riferimento alla volontà da parte del pool di Mani Pulite di giungere a Bettino Craxi che fu il simbolo stesso di Tangentopoli e di un sistema politico che doveva essere abbattuto.

Procura della Repubblica – Presso il Tribunale Ordinario di Milano

Deposizione dell’On. Mancini Giacomo

Verbale di assunzione di informazioni (art. 362 c.p.p.)

“L’anno 1992 il mese di novembre il giorno 18 alle ore 12.00 in Milano, innanzi al Pubblico Ministero , Dr. Gherardo Colombo, … è comparso Giacomo Mancini che, richiesto delle generalità, risponde: Sono nato a Cosenza il 21 aprile 1916, risiedo a Roma, Piazza …”

Avvertito dell’obbligo di riferire ciò che sa intorno ai fatti sui quali viene sentito, gli viene posta la seguente domanda:

(posta da Gherardo Colombo a Giacomo Mancini)

“ In una intervista a lei attribuita, pubblicata dal “Corriere della Sera” in data 7 novembre 1992 sono riportate alcune affermazioni riguardanti l’On. Vincenzo Balzamo, che parrebbero non coincidere con quanto risulta per altro verso dagli atti processuali. Riconosce per sue le affermazioni attribuitele ed è in grado di riferire più compiutamente quanto a sua conoscenza in ordine alla percezione di somme non contabilizzate da parte dell’On. Balzamo?”.

A tale domanda Giacomo Mancini risponde:

“Le cose che ho detto le confermo. Voglio fare una premessa in ordine alla mia lunga militanza socialista e in ordine alla mia conoscenza diretta e indiretta di quanto è avvenuto nel Partito Socialista sotto il profilo politico e quello amministrativo. Sinteticamente, in quella intervista, io, se ben ricordo, ho avuto degli apprezzamenti critici per l’atteggiamento del segretario del partito che, sicuramente commosso per la morte dell’On. Balzamo, tendeva a mio parere ad esasperare le conseguenze cui sarebbe andato incontro lo stesso Balzamo dall’evolversi delle indagini.

Io ritengo che Balzamo sicuramente controllava una parte delle entrate non contabilizzate del partito, lo so per via indiretta essendo stato a suo tempo segretario del partito e conoscendo quindi i meccanismi di allora ed inoltre essendo conoscente ed amico di persone molto vicine a Balzamo, che mi hanno riferito molti particolari del settore amministrativo. Sulla base di questi elementi posso dire che contatti riguardanti pagamenti non palesi tra il segretario amministrativo del partito ed imprese esistono per il settore edilizio. I flussi finanziari rimanenti, i flussi finanziari nel loro complesso non fanno però capo al segretario amministrativo. La mia convinzione è che il segretario del partito socialista ben conoscesse quel che passava dalla segreteria amministrativa ma che non fosse vero il contrario e cioè che non fosse vero che il segretario amministrativo fosse a conoscenza dei flussi complessivi riguardanti il partito. Balzamo contabilizzava soltanto il settore dell’edilizia, delle concessioni e degli appalti, perché anche in altre epoche avveniva così. Gli sfuggiva invece tutta la parte che non trattava direttamente e cioè tutta la parte relativa ai rapporti tra partito e banche, partito e Iri, partito e grandi imprese, partito e finanza, parte che invece faceva capo direttamente alla segreteria del partito. Sulle entrate riferibili a questi rapporti non esiste attualmente alcun controllo (ne esisteva poco anche ai miei tempi, ma ora esso manca del tutto ) e quindi è difficile essere precisi sull’argomento. Io ho frequentato Balzamo anche in tempi recenti e ho potuto constatare che aveva una forte preoccupazione di parlare di queste questioni. Altri ne hanno parlato, altri ne parlano. Incontrando parlamentari, ministri, sentendo voci e così via si può arrivare ad una ricostruzione che non è lontana dalla verità. Tutti questi rapporti, per quel che ho potuto apprendere, prescindevano dal segretario amministrativo facendo invece capo direttamente alla segreteria politica. Voglio fare un esempio per farmi capire meglio. Hanno parlato tutti di un incontro avvenuto tra Craxi e l’allora presidente della Banca Nazionale del Lavoro, Nesi. Io parlai allora con Nesi , gli chiesi di cosa si trattava, lui non mi specificò il fatto ma mi disse che non aveva accettato delle richieste che gli erano pervenute dal segretario del partito. Ebbene da vicende di questo tipo era sicuramente del tutto estraneo Balzamo. Per fare un altro esempio, tradizionalmente, anche quando ero io il segretario del partito, l’Iri contribuiva, ancorché con cifre modeste, alla vita amministrativa del partito. Allora avveniva che mensilmente i dirigenti dell’Iri (Petrilli e Modugno), versassero un contributo al partito. Il contributo non era superiore di molto ai venti milioni mensili e veniva versato alla segreteria amministrativa. Io non so se successivamente a me questa quota periodica sia stata mantenuta. Allora tale quota periodica (eravamo nei primi anni 70) serviva in sostanza, insieme ad altre piccole entrate, a mantenere l’apparato organizzativo del partito. Da allora le entrate si sono estese, sono diventate rispetto ad allora macroscopiche. In questa nuova impostazione io non so se sia stata mantenuta la periodicità dei versamenti esistenti allora, penso anche che il rapporto con l’Iri non sia più – al contrario dei tempi miei – essenziale ai fini del mantenimento del partito e suppongo che il rapporto economico da periodico, come era allora, si sia modificato e si sia allacciato a specifici momenti come la stipulazione di un contratto o al verificarsi di operazioni e così via. Ora, se le entrate di cui si tratta fossero rimaste periodiche, esse avrebbero continuato a far capo al segretario amministrativo, in caso contrario no. Perché sarebbero state il risultato di incontri, di relazioni collegate più all’attività politica che a quella amministrativa. Faccio comunque presente che oltre a quello che ho detto io non sono in grado di portare situazioni specifiche in relazione alle quali potere affermare che si sono verificate entrate non palesi per il partito delle quali Balzamo non fosse a conoscenza.

Si dà atto che a questo punto (della deposizione n.d.r.), ore 12.35, interviene il Pm dr. Antonio Di Pietro.

L’On. Mancini dichiara quanto segue:

Sono da sempre esponente del Partito Socialista Italiano e ho svolto anche le funzioni di segretario politico nazionale di detto partito fino all’anno1972, epoca in cui la segreteria passò all’On. De Martino ed io assunsi alcune cariche istituzionali tra cui nel 1974 quella di ministro per il mezzogiorno. Nel 1976 la segreteria politica venne affidata all’on. Bettino Craxi. Naturalmente anche successivamente tale data e a tutt’oggi sono membro onorario della direzione nazionale del Partito Socialista Italiano e fino al 6 aprile 1992 sono stato deputato al Parlamento Italiano. Ritengo, quindi, di essere a conoscenza dei meccanismi di finanziamento del Partito Socialista Italiano nelle diverse epoche che presentano caratteristiche diverse e cioè:

Prima fase. Periodo dell’Unità d’azione:

Siamo nel periodo che va dal 1948 al 1952 circa ed è il periodo in cui il Partito Socialista Italiano ed il Partito Comunista Italiano perseguono ideologicamente una stessa identità di vedute e unità di azione. In questo periodo i fondi necessari per il mantenimento del partito ( e cioè sia per le sue strutture che per la propaganda) sono di modesta entità e provenienti dai Paesi dell’Est (Urss e altri paesi del socialismo reale, ad esempio la Polonia ci forniva la carta per stampare i giornali).

Seconda fase. Periodo dell’Autonomia:

Siamo nel periodo che va dal 1952 agli anni 1960 – 1961 circa ed è il periodo in cui il Partito Socialista Italiano cerca e trova una propria autonoma identità terminando l’epoca dell’unità d’azione con il Pci. Anche in questo periodo le spese per il mantenimento delle strutture del partito e per la sua propaganda sono di modesta entità e sono state principalmente reperite nel settore delle partecipazioni statali e attraverso contributi di privati. In altri termini in quel periodo i responsabili all’epoca dell’Iri usavano dare dei contributi in nero anche al Partito Socialista Italiano. Parimenti alcuni, ma pochi, imprenditori privati davano anch’essi dei contributi in nero al Psi ( ad esempio tra l’allora segretario Nenni e l’imprenditore Rizzoli vi era un rapporto di fraterna amicizia essendo gli stessi stati insieme nei “Martinitt” e per questa loro fratellanza l'imprenditore aiutava il vecchio amico Nenni).

Terza fase. Periodo del centro – sinistra:

Siamo nel periodo che va dal 1961 – 1962 circa fino al 1976 ed è una fase in cui il Partito Socialista Italiano diventa forza di governo e in questa sua posizione inizia ad avere più pregnanti rapporti con forze economiche presenti nel territorio. In questo periodo i fondi occorrenti per far fronte alle esigenze del partito provengono essenzialmente da finanziamenti in nero del sistema delle partecipazioni statali ( mi riferisco all’Iri nelle persone di Petrilli e Modugno e all’Eni nella persona di Eugenio Cefis) nonché da qualificati e selezionati imprenditori presenti sul territorio italiano (per esempio la Vianini, qualcuno dei Caltagirone, Nino Rovelli, Farsura ed altri), che pure erano soliti versare delle somme in nero per il sostentamento del partito.

Quarta fase. Periodo del post – Midas:

Mi riferisco al periodo che va dal momento in cui ha assunto la dirigenza della segreteria politica l’on. Bettino Craxi fino ad oggi (18 novembre 1992 n.d.r.). E’ il periodo in cui l’on. Bettino Craxi diventa anche Presidente del Consiglio. Insomma inizia e si espande una nuova era del Partito Socialista piena di opulenza e di ricchezza. Nascono grandi ambizioni politiche, grandi desideri di espansione e la politica di spirito di servizio finisce per diventare politica spettacolo. Predomina la cultura dell’immagine, quella della propaganda ed allora si spendono somme enormi per stampati, manifesti, poster, viaggi, libri, modi di vivere non confacenti. E’ il periodo in cui non si bada a spese perché parallelamente viene creato un sistema più proficuo di entrate, ciò in aggiunta ai fondi previsti dalla legge sul finanziamento ai partiti. Mi riferisco in particolare a gruppi imprenditoriali – tra cui la Montedison, Ligresti e il suo gruppo, il gruppo Berlusconi probabilmente.

(Era il 1992 e Berlusconi non era ancora sceso in campo ma era solo un imprenditore n.d.r.).

L’operazione Enimont è sicuramente connessa a vantaggi patrimoniali del Partito Socialista. Insomma nel giro delle grandi operazioni finanziarie il Partito Socialista occupa una posizione centrale nel senso che è l’ago della bilancia e quindi anche al Psi vengono versate somme di denaro per ottenere l’avallo in operazioni di rilevante consistenza. Preciso infine che la posizione del segretario amministrativo – e dell’On. Balzamo nella specie – è stata sicuramente quella di referente nelle questioni riguardanti i singoli appalti ma non può considerarsi la figura centrale del complesso delle operazioni politiche e finanziarie che hanno avuto come protagonista con gli altri partiti anche il Partito Socialista Italiano nella persona dl suo segretario on. Bettino Craxi, al quale quindi devono riferirsi anche le decisioni sulle entrate provenienti dai gruppi finanziari in questione. Mi riferisco sia alle entrate provenienti al di fuori della legge sul finanziamento ai partiti o, addirittura, ad accordi non leciti.

Letto e sottoscritto

On. Giacomo Mancini

(nella deposizione al fianco della firma del’On. Mancini compare anche quella del Sostituto, Dott. Antonio Di Pietro)

Correvano gli ultimi anni del mitico decennio degli anni '70 ed i primi anni dei mitici anni '80, gli anni dell'edonismo craxiano, della Milano da bere, del boom economico, degli yuppies, ed erano anche gli anni della Disco Music e delle discoteche. Sulla costa tirrenica in quegli anni tanti erano i locali dove si ballava la notte, dove ci si incontrava, da "Le Caravelle" al Tortuga, al Moana, all'Enfer, solo per citarne alcune. Fra queste anche "L'Onda Verde", una bellissima discoteca all'aperto incastonata in un luogo suggestivo e bellissimo. Nella collinetta prospiciente le vecchie Terme di Guardia Piemontese. Potranno ricordarla solo chi oggi ha passato i cinquanta, ma in quel periodo era frequentatissima e non furono in pochi i cantanti ed artisti dell'epoca di fama nazionale che allietavano le serate. Dalla fantastica e rimpianta Mia Martini a Loredana Bertè, da Franco Califano, a Fred Bongusto, solo per fare alcuni dei nomi in auge e al top di quel periodo di gran fermento musicale ed artistico. L'Onda Verde viene anche menzionata nella rinomatissima guida alle discoteche più belle d'Italia che venne pubblicata da una famosa casa editrice nazionale a firma dell'allora Ministro degli esteri, Gianni De Michelis, famoso anche per la sua sfrenata passione per le discoteche. Poi, come tutti i templi della musica degli anni '80 compresi quelli della riviera romagnola, la moda delle discoteche tramontò, l'epoca della Disco Music svanì e tutti i locali dell'epoca chiusero. Solo qualcuno, trasformandosi ed adeguandosi ai tempi, riuscì a sopravvivere. Oggi rimangono solo dei resti occultati dai roveti e dall'erba alta. Ma chi vi ha vissuto tante belle serate con la spensieratezza degli anni della gioventù ritornando in quei luoghi chiudendo gli occhi non può che rivedere le immagini di quegli anni, di quella spensieratezza, di quella favolosa età che, purtroppo, è fuggita via e mai più ritornerà.
Redazione

 

Son trascorsi 10 anni da quel 5 settembre 2010, quando, venne ritrovato nella sua Audi A4 il corpo senza vita del Sindaco di Pollica, Angelo Vassallo. Ucciso con una calibro 9 a distanza ravvicinata. Nessuno vede nulla, nessuno sente gli spari. Inizia in tal modo un giallo ancora insoluto, dopo ben 10 anni dall'omicidio eccellente. Angelo Vassallo era sindaco del suo paese da ben 15 anni, era stimato da tutti e pochi giorni prima del suo omicidio si era confidato con un suo amico dicendogli di aver scoperto una cosa che non avrebbe mai voluto scoprire. Nessuno ancora oggi dopo dieci anni può dire con certezza quale sia questa "cosa" che lo aveva enormemente preoccupato, Nessuno è in grado di affermare con certezza giuridica, dopo ben dieci anni, quale sia stato il movente dell'omicidio. Negli ultimi tempi della sua sindacatura Angelo Vassallo si adoperò con la sua solita energia contro il fenomeno dello spaccio di droga che aveva invaso Acciaroli, frazione di Pollica, comune del salernitano, e zona portuale. Come al solito, gli inizi della fase d'indagine non si contraddistinguono per brillantezza e professionalità. Sulla scena del delitto nell'immediatezza del fatto circolano tantissime persone provocando inevitabilmente l'inquinamento probatorio del luogo del delitto. Ed ancor meno efficienti sono le prime fasi dell'indagine che si concentrano sull'italobrasiliano, Bruno Humberto Damiani, frequentatore degli ambienti di spaccio e della movida cilentana. Alla fine verrà scagionato con l'archiviazione del fascicolo. In seguito si adombrano sospetti anche su note consorterie criminali della 'ndrangheta calabrese con infiltrazioni nel salernitano, ma anche queste decadono per mancanza di prove certe.

Ne seguiranno altre di possibili piste investigative ma nessuna di questa regge alla veridicità delle prove concrete che continuano a mancare. Ed in merito a tutte le piste battute inutilmente mentre sono trascorsi ben dieci anni senza alcun colpevole e senza alcun movente il Procuratore capo di Salerno, Giuseppe Borrelli, che coordina il lavoro del pm Marco Colamonici che ha ereditato il fascicolo dalla pm Rosa Volpe, oggi a Napoli, ha inteso ripercorrere e ritroso tutte le piste percorse per definire un nuovo quadro investigativo cercando, in qualche modo, di ridare slancio alle indagini. Intanto l'arma del delitto non è stata mai ritrovata e si brancola nel buio. Chissà se un giorno qualche pentito di mafia potrà con le proprie dichiarazioni far luce su questo delitto eccellente, per come è accaduto già in passato dove solo le dichiarazioni dei pentiti hanno consentito di riaprire fascicoli ed indagini su delitti eccellenti e sui quali la giustizia brancolava nel buio. Intanto continua l'impegno dei familiari di Angelo Vassalllo e delle tante associazioni nate nel suo nome nel richiedere pretendere giustizia e nel non dimenticare il sacrificio di un uomo giusto che ha perso la vita per la legalità e per la difesa del suo territorio.
Redazione
( foto tratta da: www.antmafiaduemila.com

“Rocco Musolino (boss di Sant’Eufemia dell’Aspromonte ndr) mi disse che aveva salvato un compaesano a lui legato che era il personaggio chiave della scorta di Aldo Moro, facendogli sapere che quel giorno egli non doveva andare a lavorare. Fu proprio quello il giorno dell’eccidio”. Sono le parole del pentito Filippo Barreca trascritte in un verbale dell’8 settembre 2016. L’uomo scampato alla strage di via Fani del 16 marzo 1978 è il vicebrigadiere Rocco Gentiluomo di Sant’Eufemia d’Aspromonte, deceduto tre anni fa. Gentiluomo era il capo-scorta degli agenti che seguivano Aldo Moro. Il vero angelo custode di Moro, però, era il maresciallo Oreste Leonardi, che decideva insieme a Moro stesso, ogni giorno, l’itinerario da fare. Fatto che si evince anche dai due unici interrogatori a cui viene sottoposto Gentiluomo, sia dal giudice Imposimato nel 1978 sia durante un’audizione della prima Commissione Moro nel 1981 dove, insieme ad altri non di turno il 16 marzo, dichiarerà anche che Moro faceva tutte le volte lo stesso percorso. Dichiarazioni queste subito smentite dalla moglie del presidente Dc, Eleonora. Quelle parole Filippo Barreca, tra i più rilevanti collaboratori di giustizia di ’ndrangheta, le ha pronunciate davanti al magistrato Guido Salvini e al tenente colonnello Massimo Giraudo. La testimonianza veniva raccolta ai fini delle indagini che l’ultima Commissione parlamentare sul sequestro e l’omicidio dell’onorevole Moro, stava conducendo. Ma di queste dichiarazioni non c’è traccia in alcuna delle relazioni pubblicate dal 2015 fino alla fine legislatura nel dicembre 2017. Ne fa debole cenno l’ex presidente della Commissione, Giuseppe Fioroni, quando pone una domanda al procuratore aggiunto di Reggio Calabria il 27 settembre 2017. Lombardo, che con il suo ufficio ha concluso da pochi giorni l’importante processo ’Ndrangheta stragista culminato in una sentenza di condanna, spiega come proprio l’area indicata dell’Aspromonte sia di riferimento alle famiglie di vertice (Nirta, Piromalli, De Stefano, Musolino, Serraino) che già prima del 1970 avevano creato la struttura riservata, parte di quella specie di massoneria che interviene in molti dei cosiddetti “misteri” italiani. Questo verbale si va ad aggiungere ad altri elementi, come la presenza del boss Antonio Nirta (classe 1947) in via Fani, la cui immagine immortalata quel giorno sul luogo della strage è stata riconosciuta dal Ris come aderente al 99% a quella del boss, e i sospetti, mai confermati, sulla presenza del legionario Giustino De Vuono  utilizzato (questo è certo) dalla famiglia Nirta di San Luca in quegli anni. E, infine, a quanto dichiarato da Antonio Fiume, l’armiere dei Di Stefano, (ritenuto attendibile dalla procura di Reggio Calabria) che ha parlato di due mitragliette Skorpion da lui in precedenza custodite insieme ad altre armi, come presumibilmente utilizzate quel giorno in via Fani. La componente ai vertici della ’ndrangheta, insomma, aveva anche deciso la vita di chi doveva restare vivo e chi no quel 16 marzo del 1978, quando alle 9.02 del mattino all’angolo fra via Fani e via Stresa a nord della Capitale, moriranno i 5 agenti della scorta di Moro. Il vicebrigadiere Francesco Zizzi, che sostituì Gentiluomo, è l’unico a non morire sul colpo, perderà la vita due ore dopo in ospedale. Le indagini svolte dalla Commissione nel corso del tempo su quest’anomala sostituzione (che non è l’unica, anche l’appuntato dei carabinieri Domenico Ricci morirà al posto dell’autista Otello Riccioni) indicano documenti poco chiari sui turni svolti dal Gentiluomo e strane assenze del suo nome nel cosiddetto ruolino del personale. Nulla di più se non una dichiarazione di un suo collega, Adelmo Saba, che aveva raccolto la confidenza del Gentiluomo affermando di “essere stato salvato”. Ma nessuno gli ha mai creduto. Il collaboratore di giustizia Barreca è ormai senza protezione dal 2017, così come i suoi familiari, nonostante le sue dichiarazioni sin dal 1992 siano ancora ritenute rilevanti per i diversi processi che sono stati istruiti nel corso degli anni fino a oggi, e nonostante sia ancora chiamato a testimoniare: così almeno è avvenuto fino al giugno 2020 per la strage della nave Moby Prince (10 aprile 1991) data ultima indicata dal suo avvocato nelle carte della causa che Barreca ha intentato contro il ministero dell’Interno. Il collaboratore non si sottrae comunque al suo ruolo, per quanto sin dal 2009 la sua vera identità nel luogo dove risiede sia stata esposta pubblicamente e la sua attività legalmente impostata come concordato con lo Stato abbia subìto un grave tracollo. Tanti i fatti da lui riferiti e via via riscontrati che riguardano anche quelle indicibili commistioni fra mafie, massoneria e servizi segreti. Ma c’è un altro documento di cui vale la pena scrivere e da noi consultato: è presente presso l’Archivio Centrale dello Stato in Roma e proviene dalla Marina Militare. Il documento riferisce dell’operazione dei Comsubin (Comando subacqueo e incursori) pronti a intervenire “durante la crisi Moro”. Il ruolo dell’unità speciale è rimasto segreto fino al 1991 quando lo rivelò Cossiga. Il documento nr. 13/255/5 del 5 ottobre 1991 nell’indicare però la cronologia precisa d’intervento di quei 55 giorni pone al 15 marzo il giorno del rapimento di Moro e all’8 maggio il giorno del ritrovamento del corpo: i commenti riferiti ai due giorni rispettivamente sono di “stato di allerta” autonomo e di “prosieguo del corso fino al suo completamento” nel giorno del “rinvenimento del cadavere di Moro”. Le date ufficiali della storia sono invece quelle che tutti conosciamo: 16 marzo e 9 maggio 1978. Difficile pensare a un errore di battitura, le attività trascritte sono parte di una serie cronologica fitta comprendente l’arco dei giorni del sequestro e sigillata da timbri e contro timbri. Il 15 marzo 1978 al vicebrigadiere Gentiluomo viene detto di prendersi delle ferie. Un giorno fortunato il suo, mentre i Comsubin si pongono già in stato di allerta autonoma per intervenire nel caso Moro che deve ancora iniziare.

 
Articolo di Simona Zecchi
Tratto da: Il Fatto Quotidiano

Si cercava disperatamente un parcheggio fra i pochi disponibili vicino alla Piazza per stare in auto in cinque o sei per ascoltare la musica "in" del tempo, i Deep Purple, i Genesis, gli Who, i Dire Streats, Neil Young, solo per citare alcuni dei mitici gruppi degli anni settanta con la loro musica rivoluzionaria, con la loro musica anticonformista, in quel grande sogno che era quello di cambiare il mondo, di distruggere tutto, di vivere nelle libertà e di abrogare ogni limite ed ogni remora del tempo. Questa era la gioventù cosentina del tempo, questi erano i "guaglioni i Piazza Kennedy", i figli di papà di una borghesia benestante che godeva di un boom economico figlio anche di una politica che in quegli anni a Cosenza aveva un peso e che riusciva anche a "sistemare" chi vantava agganci con i Riccardo Misasi, i Florindo Antoniozzi, i Cecchino Principe, i Giacomo Mancini.

Altri tempi, tempi di chiamate in massa ai Beni culturali con la cooperative fatte da Antoniozzi, dei posti alla Cassa di Risparmio per chiamata diretta, delle assunzioni con false invalidità per i posti riservati agli invalidi per chiamata diretta negli uffici cosentini dipendenti da vari ministeri. Anni in cui anche i ragazzi dei quartieri popolari volevano i mitici camperos, le fiammanti Golf Gti, e per avere gli oggetti del desiderio, del superfluo e del lusso, non esitavano ad entrare nel "giro", ragazzi diciottenni, ventenni, e molti di loro pagarono con la vita lo loro folle scelta. Solo nel 1981 furono diciannove i morti ammazzati a Cosenza nella prima guerra di 'ndrangheta. E quanti di questi, oggi chi pentito, chi morto, chi in galera, frequentava Piazza Kennedy.

Quanti facevano a gara per avere la moto più bella. Il Kawasaky Gpz 1300 sei cilindri, il Vespone con gli adesivi sulle scocche di Marilyn Monroe. Si parlava di moto da cross, il Villa, il Ktm, il Simonini, l'Swm, le Honda, le moto di enduro, le moto Fantic da trial, ed erano sempre gli stessi ad avere una, due, tre moto, a partecipare alle gare di motocross, a ritrovarsi i primi di settembre al bar "Leonetti" di Camigliatello o nei mesi estivi al "Castello" di Sangineto, al Clubbino di Diamante, al Tortuga di Cittadella o al Moana di Tortora. Ma il più "in" di tutti i locali della costa, per il quale si partiva con le moto, i "Vesponi, le "Cagiva", i Kawasaky 1300 sei cilindri, le Honde 600 Cb, le Yamaha Xt 500, anche d'inverno da Piazza Kennedy, erano le indimenticabili "Le Caravelle".

Il locale che fece la storia dei figli di papà di Piazza Kennedy dei mitici anni '80, gli anni del Boom economico, gli anni dove i soldi giravano a fiumi, gli anni della "Milano da Bere", gli anni degli "Yuppes" in Ferrari. Quante liti furiose alla "Caravelle", quante risse dove ognuno partecipava per non dimostrare alla comitiva di avere paura o di essere fifone. Quanta incoscienza, quanta speranza nel futuro, Quante volte ci si fermava ad ammirare Willy Valentini, il re della moda cosentina degli anni settanta e dei primi anni ottanta che posteggiava la sua Rolls Roice, comprata a Milano da Achilli Motors, la concessionaria più "in" del Paese, con le iniziali incastonate di brillanti e incollate sulla portiera, per come era la moda di quegli anni, per andare a bere uno dei formidabili aperitivi del bar "Manna" accompagnato sempre da qualche biondona mozzafiato.

Una grande voglia di vivere, di divertirsi, le grandi comitive, i gruppi delle gite in moto, la scampagnate al mare, le corse in Sila. Questi erano i mitici anni ottanta, questi erano i guaglioni di Piazza Kennedy che ballavano alle Caravelle con la disco - music che impazzava, con Le Chic Le Freak, con Gloria Gainor. Anni irripetibili che rimarranno sempre nel cuore e nell'anima dei cinquantenni di oggi, i ragazzi di allora. Anni che non ritorneranno più e che erano anni - luce distanti dagli anni senza gioia, senza glamour e senza anima che sono quelli che viviamo oggi, senza sogni e senza alcuna voglia di voler cambiare il mondo, senza la grande utopia della rivoluzione. Ed è meglio vivere con l'illusione dell'utopia che con l'amarezza della realtà. Meglio morire con l'illusione di una grande idea, della rivoluzione, che vivere una vita intera da pecora, rassegnato e senza speranza, senza l'illusione di una grande sogno, anche di quelli che non si realizzeranno mai.


Gianfranco Bonofiglio

 

 
 
 

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