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Quando il boss Graviano andò in Sila per trovare un nascondiglio per Totò Riina

Romanzo criminale bruzio
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 Il Romanzo Criminale bruzio, nonostante la continua sottovalutazione, è, invece, un romanzo costellato da episodi di grande rilevanza e con protagonisti eccellenti. Non solo i cosentini ma anche personaggi che hanno fatto la storia del periodo più oscuro e terribile che l'Italia ha vissuto nella lotta alla mafia. Il riferimento è all'epoca stragista decisa dai corleonesi di Totò Riina contro lo Stato ed i suoi rappresentanti. Nessuno poteva minimamente e neanche lontanamente immaginare che un boss del calibro di Giuseppe Graviano, capo insieme al fratello Filippo del mandamanto di Brancaccio a Palermo e mandante dell’omicidio di Don Pino Puglisi, nel 1988 frequentasse e soggiornasse a Cosenza. La frequentazione era dovuta all’amicizia e alla collaborazione stretta con i fratelli Notargiacomo ed i fratelli Bartolomeo. Amicizia nata nel supercarcere di Trani dove erano stati reclusi i Notargiacomo ed i Bartolomeo in seguito all’omicidio del direttore delle Carceri di Cosenza, Sergio Cosmai. Delitto per il quale i Bartolomeo con i Notargiacomo furono assolti in Cassazione. Delitto quindi impunito e senza colpevoli nonostante poi i fratelli Notargiacomo, Dario e Nicola, abbiano poi, da pentiti, ammesso le loro responsabilità nell’esecuzione del delitto. Ma per l’assurda legge italiana, nonostante l’ammissione di colpevolezza, la sentenza di Cassazione è immodificabile. Era nata, quindi, una forte amicizia fra i Graviano e i Notargiacomo che si tramutò anche in uno scambio di armi e di droga oltre che ad altri favori. I fratelli Notargiacomo ed i fratelli Bartolomeo vennero ospitati in un villaggio turistico in provincia di Palermo dopo che avevano subito un attentato in seguito alla guerra fa clan che in quel tempo caratterizzava la città dei bruzi. Villaggio turistico nel quale venne messo a disposizione dei calabresi anche un medico per curare le ferite riportate nell'agguato. E nell'ambito della permanenza di  Giuseppe Graviano a Cosenza lo stesso venne accompagnato in Sila. Ed è in Sila che Graviano aveva pensato di far allestire un nascondiglio per il capo dei capi, per Totò Riina. A dichiaralo Dario Notargiacomo, oggi pentito, "Giuseppe Graviano ci chiese la disponibilità di un alloggio in Sila da destinare alla latitanza di Totò Riina". Lo stesso Notargiacomo aveva già individuato una villetta fornita di tutte le comodità e protetta da boschi e da occhi indiscreti. Poi il progetto di condurre Riina in Sila non venne attuato per sopraggiunti motivazioni tutte palermitane. Ma la storia dimostra ancora una volta il livello di conoscenze, di alleanze e di collaborazione che i protagonisti del romanzo criminale bruzio avevano saputo instaurare anche con personaggi del calibro dei fratelli Graviano. E non solo con i siciliani ma nei turbolenti anni ‘80 vi furono anche diversi contatti e scambi di favori e di killer con i napoletani della Nuova Camorra Organizzata di Don Raffaele Cutolo. Capitava sovente che uomini di Franco Pino, il boss dagli occhi di ghiaccio, oggi pentito, andassero a Napoli ad eseguire le sentenze di morte per conto dei cutoliani e che killer  cutoliani giungessero a Cosenza per portare a compimento esecuzioni a morte. Eclatante il caso dell’omicidio dell’avvocato penalista Silvio Sesti che venne ucciso nel suo studio da killer napoletani in trasferta. E molti furono i cutoliani che negli anni ’80 trascorsero periodi di latitanza in provincia di Cosenza o che si nascosero nel cosentino per sfuggire alla tremenda guerra che insanguinò le strade di Napoli quando la Nuova Famiglioa dei Bardellino, dei Zazà, dei Nuuvoletta si contrappose alla Nuova Camorra Organizzata di Cutolo. Guerra che nei te anni del 1980 – ‘81 e ’82 fece oltre novecento morti ammazzati. Ma non solo negli anni ’80 la ‘ndrangheta cosentina poteva vantare amicizie eccellenti. Risale, infatti, ai primi anni duemila, la presunta presenza per un breve periodo nell’hinterland cosentino del potentissimo boss Matteo Messina Denaro, il latitante più ricercato d’Italia e primula nera da ben 25 anni. Una presenza accertata da una indagine giudiziaria che portò anche al sequestro di circa 700.000 euro depositati presso una banca cosentina da presunti prestanomi del boss di Castelvetrano. E la pratica di offrire periodi protetti di latitanza o di protezione per boss braccati dalla legge o in guerra con altri boss e, quindi, in pericolo di vita, è, in realtà, una usanza storica della consorteria criminale cosentina. La leggenda che corre fra uomini d’onore dei primi anni ’80  racconta che addirittura il potentissimo boss di Reggio Calabria, Paolo De Stefano, per  sfuggire alla guerra fra clan che in quegli anni provocò a Reggio oltre 800 morti rimase per un certo periodo nascosto nell'area urbana cosentina protetto da amici degli amici. Una storia quella del romanzo criminale cosentino che dimostra come la tesi della provincia e della città immune dalla mafia sia stata sempre una grande bugia smentita dai fatti e dalle dichiarazione dei tanti pentiti che hanno ricostruito minuziosamente gli episodi e la vita criminale degli anni ’70 e degli anni ’80. Probabilmente era interesse di molti mantenere in vita la tesi che Cosenza fosse una provincia ed una città immune dalla mafia e di certi interessi. Un ruolo quello destinato a Cosenza molto simile a quello che in Sicilia è stato svolto da Messina e dalla sua provincia. Anche a Messina vi era chi si ostinava ad affermare con forza che la mafia non esisteva, quando invece, poi con le dichiarazione dei pentiti si è scoperto che a Messina spesso di offrivano periodi di latitanza nell’area dl Parco dei Nebrodi e supporto logistico ai più potenti e sanguinari boss di Palermo e di Corleone. La tesi della Cosenza dove negli anni ’80 agivano solo bande di quartiere e non organizzazioni mafiose consentì, nel 1986, di neutralizzare e vanificare tutti gli arresti che seguirono alle dichiarazioni di Antonio De Rose (allora dichiarante ma in realtà pentito ante – litteram, considerando che nel 1986 non esisteva alcuna legislazione per i pentiti, figura giuridica che nacque nel 1992 – 93). Inutile dire che tutti coloro i quali vennero immediatamente scarcerati dopo pochi giorni dall’arresto vennero poi coinvolti nelle inchieste giudiziarie basate sulle dichiarazioni dei pentiti che collimarono, punto per punto, con le dichiarazioni rese da Antonio De Rose, che venne ritenuto inattendibile ed infermo di mente. Questi erano gli anni ’80, e questo era il Romanzo Criminale bruzio.