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Venerdì sera alle 20:00 non perdere la diretta di Pagine di R-Esistenza: Il "Sistema Calabria" tra borghesia mafiosa e minacce a Gratteri. Interverrà Rocco Mangiardi - Imprenditore e Testimone di Giustizia.
Con Giancarlo Costabile e Gianfranco Bonofiglio.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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Terrorismo mafioso, infiltrazioni negli uffici pubblici, welfare della mafia e rapporti tra boss e chiesa: sono alcuni degli argomenti del prossimo ciclo di videoconferenze promosso dal Centro studi Pio La Torre tra gli studenti degli istituti scolastici secondari italiani e all'estero e gli allievi delle case circondariali che hanno aderito alla 14° edizione del Progetto educativo antimafia e antiviolenza. Le lezioni riprenderanno con l'inizio del nuovo anno scolastico con il patrocinio del MIUR, la collaborazione della direzione del DAP per la partecipazione dei detenuti-studenti, insieme alla disponibilità di istituzioni come la DIA, le associazioni degli studenti universitari, la Regione Siciliana, la Presidenza dell’ARS e l’ANCI. “In questo momento di grave crisi economica – spiega il presidente del Centro studi Pio La Torre, Vito Lo Monaco - pesano gli allarmi, lanciati da varie parti politiche e istituzionali, sui tentativi concreti di infiltrazioni mafiose nei territori, nel tessuto sociale ed economico del Paese sofferente e a disagio per gli effetti negativi sulle famiglie, sulle imprese, sui lavoratori e sui soggetti sociali più deboli e poveri. L’infiltrazione mafiosa si avvale della permeabilità e della cedevolezza di una parte della classe dirigente e della diffusione della corruzione”, sottolinea Lo Monaco. Il progetto educativo del Centro studi mira a contribuire a un generale processo di educazione civica degli studenti delle scuole secondarie di 2° grado pubbliche, paritarie e delle case circondariali, “Ispirato ai principi della nostra Costituzione, della Carta Europea dei diritti umani, della Dichiarazione Universale dei diritti umani – conclude il presidente– con l’obiettivo di fornire agli studenti criteri, stimoli e strumenti di valutazione libera e critica”.
Fonte: antimafiaduemila.com

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L'11 agosto 2007, sono trascorsi quasi 13 anni, sul lungomare di Reggio Calabria si teneva il primo Meeting "Legalitalia" promosso dai giovani del Movimento "Ammazzateci tutti" nato all'indomani dell'omicidio del Vicepresidente del Consiglio Regionale, On. Francesco Fortugno, che destò tanto clamore nazionale e suscitò anche una forte ondata di moto popolare contro le mafie. Nell'ambito delle tante iniziative promosse nel Meeting si tenne anche un incontro - dibattito dal tema "Antimafia sociale: informarsi ed informare è partecipare". Un tema particolarmente interessante, quello dell'antimafia sociale, tema sul quale è basato il presente blog di impegno civile. A partecipare al dibattito giornalisti del calibro di Enrico Fierro, giornalista dell'Unità ed autore di molti speciali sulla 'ndrangheta e sulla corruzione, Riccardo Orioles, padre storico dell'antimafia sociale e cofondatore con Pippo Fava nei primi anni '80 del mitico quotidiano "I Siciliani", giornale d'inchiesta e di coraggiose denunce. Un giornalismo puro ed eroico per il quale perse la vita il grande ed inimitabile Pippo Fava ed il giornalista Totò Alamia di TeleJato, Tv da sempre impegnata nell'antimafia militante. Al dibattito partecipò anche il giornalista Gianfranco Bonofiglio da storico militante dell'antimafia sociale impegnato nel giornalismo d'inchiesta e di denuncia sin dai primissimi anni '80. Cliccando sul link di Radio Radicale si può ascoltare l'intero dibattito che, nonostante siano trascorsi tanti anni, conserva ancora una sua attualità, anche se il contesto di riferimento è notevolmente mutato, ma le osservazione di base ed il potere dominante della 'ndrangheta in Calabria è rimasto immutato. Anzi è, oggi, ancora più forte di allora.

https://www.radioradicale.it/scheda/232613?i=1128804

 



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L’Officina delle Culture "Gelsomina Verde" nata a Scampia per l'impegno anticamorra e per l'impegno nell'antimafia sociale di Ciro Corona rappresenta un modello di impegno civile di altissimo livello che assurge a pieno titolo ad essere da esempio non solo a Napoli ma per l'intero territorio nazionale. Scampia con i suoi 60.000 abitanti non è una realtà semplice con il suo 70% di disoccupazione giovanile ma non è certamente una terra di sola camorra, anzi. Tanti sono coloro che sono impegnati a farla risorgere, a far nascere una nuova Primavera di Scampia e di tutta Napoli. E fra questi in prima fila da sempre Ciro Corona. Ma negli ultimi giorni non sono poche le difficoltà che attanagliano L'Officina delle Culture "Gelsomina Verde". A renderle note lo stesso Ciro Corona sul suo profilo facebook. E tale denuncia non poteva rimanere inascoltata. Infatti sulle colonne del "Corriere del Mezzogiorno" a firma del giornalista Luca Marconi si legge un articolo dedicato all'Officine delle Culture "Gelsomina Verde" con alcune domande poste a Ciro Corona. Lo riportiamo integralmente: "Pugni alzati dai balconi di Palazzo San Giacomo... ogni giorno quelle stesse mani prendono a schiaffi gli emarginati, le periferie, i disoccupati, i figli di una Napoli violentata»,in altre parole Scampia, 70% di disoccupazione giovanile". E poi: «L’Officina delle Culture “Gelsomina Verde” perde la possibilità di ottenere altri 300 mila euro per creare lavoro vero sul territorio di Scampia. Servirebbe il rinnovo entro giugno. Se solo Luigi de Magistris Sindaco di Napoli e l’assessore Alessandra Clemente si rendessero conto dei danni che hanno causato e continuano a causare ai giovani di Scampia! Dopo i finanziamenti persi di SIAE, AMAZON, ora perdiamo quelli di Fondazione UNIPOLIS col bando Culturability. Decine e decine di opportunità lavorative perse! Come volete risollevare la Città, con l’elemosina dei 300€ al mese dell’emergenza? Vergogna DemA!».
Chi scrive, anzi tuona, decisamente arrabbiato, dal suo social, è il creatore di (R)Esistenza Anticamorra, l’associazione delle Vele e della Selva di Chiaiano (Lacandona) tolta ai boss e restituita a campagna, una impresa che pure dà lavoro ai giovani del territorio. E nemmeno una associazione nemica della giunta de Magistris, anzi. Allora chiediamo a Ciro Corona cosa è successo. Anche perché i commenti ai post sono anche peggiori («Appena esci da Officina arriva il contratto, la mia solidarietà». E Corona: «Lo so ma dovranno ammazzarmi prima»).
Corona, scusi, lei è di sinistra da sempre, portava la bandiera rossa sui trattori alla Selva Lacandona, perché critica i pugni alzati a Palazzo San Giacomo?
«La festa del primo maggio è stata occasione per rilanciare questa problematica dell’Officina delle Culture, l’assessore Clemente, prossima candidata a sindaco, è in difficoltà con questo pasticcio e nemmeno ci rispondono più. Il primo maggio abbiamo avuto la notizia che non potremo partecipare al bando Unipolis rivolto ai centri sociali già attivi ma se non siamo in regola salta del tutto la messa a regime delle 13 realtà che sono all’interno dell’Officina delle Culture: questa occasione ci avrebbe consentito di assumere per due anni almeno sette persone, abbiamo dovuto già chiudere la comunità alloggio, la biblioteca, la sala multimediale Amazon mandando via già otto persone, tutti giovani del quartiere, questa la dimensione del danno, allora: o partiamo dal fallimento delle politiche giovanili sul territorio o non si va da nessuna parte. Allora, quei pugni chiusi sono schiaffi ai disoccupati e alla periferia, il problema più grande è questo».
Ma piuttosto perché non può esserci rinnovo del contratto?
«A Officina servirebbe il rinnovo del comodato d’uso entro giugno prossimo, impresa non irrealizzabile in altri contesti ma a Napoli gli assessori al Patrimonio sono impegnati da due anni a risolvere questo pasticcio burocratico, senza alcun risultato: il Comune di Napoli, dopo delibera di Giunta e contratto con l’associazione (R)esistenza Anticamorra, affida la struttura alla partecipata AsìA per problemi di bilancio. Da allora il centro polifunzionale, che ormai conta 13 realtà e la frequenza di 400 persone in media al giorno, vive nel limbo. Il Comune non può più rinnovare il contratto, la partecipata non può per statuto, le associazioni non hanno alcuna intenzione di lasciare un luogo di aggregazione dopo averci investito centinaia di migliaia di euro e aver trasformato l’ex piazza di spaccio in un modello virtuoso invidiato in tutta Italia, e senza aver mai chiesto un solo euro di finanziamenti pubblici. Dunque, dopo i finanziamenti persi di SIAE, AMAZON, dopo la chiusura della biblioteca, dell’aula multimediale, il licenziamento di 8 persone, giovani del territorio, ora Scampia perde il finanziamento di Fondazione UNIPOLIS, con le annesse decine e decine opportunità lavorative».


Fonte: "Corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/"
Articolo di Luca Marconi

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Sono trascorsi ben 42 anni dal giorno in cui venne ritrovato il corpo dilaniato di Peppino Impastato nei pressi di Cinisi vicino ai binari. In quel momento per le autorità giudiziaria non vi fu alcun dubbio. Un estremista che voleva far saltare i binari, dilaniato dalla stessa bomba che stava armeggiando. Il giorno coincide con il ritrovamento del corpo di Aldo Moro e la coincidenza ne fece un triste quanto banale accostamento. Per il sistema imperante di allora nella tremenda Sicilia degli anni settanta la frettolosa chiusura del caso giudiziario è l'ennesima testimonianza di un sistema sociale chiuso ed inviolabile caratterizzato da una totale complicità e dalla più assoluta omertà. Ma la storia di Peppino Impastato segna uno spartiacque nella storia della lotta alla mafia in Sicilia e nell’intera nazione. La storia di un giovane figlio ed imparentato con una famiglia di rispetto di Cinisi, che decide, con coraggio di rompere gli schemi, di respingere la regola ferrea dell’omertà e del tacito silenzio. Il bel film di Marco Tullio Giordana, “I cento passi”, premiato con quattro Oscar al festival del Cinema di Venezia, ha fatto conoscere ed apprezzare la vicenda di Peppino Impastato al grande pubblico. Cento erano i passi di distanza fra la casa di Peppino e la casa del boss di Cinisi, Tano Badalamenti. Solo nell’aprile del 2001, dopo ben 23 anni dalla morte di Peppino, lo stesso Badalamenti è stato condannato all’ergastolo quale mandante dell’omicidio. Oltre venti anni di lotte per far rivivere la memoria di Peppino e giungere ad un atto di doverosa giustizia. Lotta condotta, con estrema decisione, dalla compianta mamma di Peppino, Felicia Bartolotta, che ha dedicato tutta la sua vita al ricordo del suo amatissimo figlio. Ma chi era realmente Peppino Impastato? Un giovane rivoluzionario che sognava di cambiare il mondo come tutti i giovani degli anni sessanta e settanta. Un giovane militante di “Democrazia proletaria” e, soprattutto un vero giornalista, anche se non è stato mai iscritto all’albo dei giornalisti in vita, ma iscritto alla memoria dall’Ordine dei Giornalisti della Sicilia. Un giornalista di fatto che aveva il coraggio di essere libero, di dire solo e soltanto la verità e che con la vita ha pagato il prezzo, sempre altissimo in ogni epoca, del coraggio della verità. Un giornalismo libero lontano mille miglia da quel giornalismo servile, velinaro ed ossequioso al potere che ancora oggi domina il mondo dell’informazione. Un “botto” e tutto dimenticato: questo hanno pensato i mafiosi del clan Badalementi quando gli legarono attorno al corpo la gelatina per farlo esplodere sui binari. Ma sbagliavano. La memoria esiste e Peppino Impastato è divenuto un'icona ed una luce per tutti coloro i quali credono ancora che l’impegno contro la mafia sia atto rivoluzionario e consacrazione ideale nell’eterna lotta fra il bene ed il male. La memoria parla di un ragazzo che rompe con la famiglia e la sua sacralità da Medioevo, che fonda un giornalino “L’Idea Socialista” e scrive che la “mafia è una montagna di merda”. Un'icona del coraggio che parla di manifestazioni contro la speculazione sul territorio possibile solo con un forte connubio fra mafia e politica. Peppino allora denunciava quegli anni bui, ma oggi, dopo tanti anni, gli anni bui sono prepotentemente ritornati. Oggi le organizzazioni criminali si riorganizzano sfruttando un clima di abbassamento della guardia ben lontano dagli anni delle lenzuola bianche di Palermo e delle manifestazioni antimafia in nome di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Nella sua trasmissione “Onda Pazza” che Peppino conduceva su “Radio Out” Don Gaetano Badalamenti diveniva “Don Tano Seduto”, Cinisi cambiava il suo nome in “Mafiopoli”, la strada principale “Corso Luciano Liggio”, il sindaco Gero Di Stefano in “Geronimo”. L’ironia contro il potere, l’allegria e la gioia di vivere in un mondo libero dalle paure e dalle mafie contro la cultura della morte e della violenza. Lo sberleffo continuo ed ironico contro l’ipocrisia e l’omertà dei ceti dominanti dell’isola. Ma l’esempio e la vita di Peppino Impastato non è stata vana. Gli amici di Peppino, la famiglia ed il Centro Siciliano di documentazione “Peppino Impastato” gestito da Umberto Santino, costituitosi parte civile in tutti i più importanti processi di mafia in Sicilia continuano, ancora oggi a tenere viva la memoria per costruire una Sicilia ed un Sud diverso.  Anche nel mondo del giornalismo militante, quello impegnato nell'antimafia sociale, Peppino Impastato ha lasciato un segno profondo, nonostante l'egemonia di oggi  come allora delle menzogne imperanti del potere e dei suoi servi.  
Gianfranco Bonofiglio

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Venerdì sera alle 20:00 non perdere la diretta di Pagine di R-Esistenza: Il "Sistema Calabria" tra borghesia mafiosa e minacce a Gratteri. Interverrà Rocco Mangiardi - Imprenditore e Testimone di Giustizia.
Con Giancarlo Costabile e Gianfranco Bonofiglio.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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Nell'ambito della recente conferenza stampa tenutasi per illustrare l'operazione ""Overture" condotta dai carabinieri del Comando Provinciale di Cosenza e coordinata dal Procuratore Capo della Dda di Catanzaro, dott. Nicola Gratteri, che ha condotto all'esecuzione di 21 misure cautelari e nella quale si è definito il nuovo quadro criminale cittadino, è stato utilizzato, per la prima volta, il termine "Sistema Cosenza". Termine utilizzato anche anche dal Comandante provinciale dell'Arma dei Carabinieri, colonnello Pietro Sutera. "L'indagine – ha affermato il comandante provinciale dell’Arma di Cosenza, colonnello Pietro Sutera – ha aperto uno squarcio inquietante del contesto nel quale gli indagati si muovevano”. Il “sistema Cosenza”, ha sancito e definito una pace mafiosa tra i vari gruppi criminali della città concentrati, soprattutto, fra le varie attività criminali attuate, nel controllo capillare ferreo e che non consente trasgressione alcuna dello spaccio e del rifornimento delle sostanze stupefacenti. L'attività principe e quella più lucrosa per i gruppi criminali. Senza disdegnare l'attività di estorsione agli imprenditori. Anche se alla base dell'inchiesta vi sono anche denunce di imprenditori che si sono ribellati al pizzo imposto. Ed in merito alle richieste di pizzo lo stesso Procuratore Gratteri ha affermato, rivolgendosi agli imprenditori, che "E’ giunto il momento che gli imprenditori si rendano conto che possono e devono denunciare”. Ma il "Sistema Cosenza", termine che alcuni giornalisti impegnati da anni nella denuncia del malaffare e nella crescita della cultura antimafia hanno utilizzato da decenni senza alcuna fortuna, non è circoscrivibile solo al mondo criminale. Il "Sistema Cosenza" è ben più ampio, è quel "Sistema" che comprende i politici corrotti, i rappresentanti delle Istituzioni che della corruzione hanno fatto lo strumento per fare carriera, rappresentanti delle Forze dell'Ordine che non compiono il proprio dovere, finanche esponenti della magistratura che preferiscono mantenere i fascicoli più scottanti nei cassetti, che comprende imprenditori o "prenditori" incensurati che in realtà investono denaro sporco riciclando in attività lecite proventi di attività illecite, funzionari e burocrati di uffici importanti dove passano pratiche di finanziamenti, esponenti del mondo bancario e tanto altro. Quell'insieme di "colletti bianchi", di "insospettabili" che sono la vera forza e il cemento, il collante del "Sistema", che controlla tutto, che decide a chi far giungere i finanziamenti pubblici, che controlla gli appalti, che gestisce le centinaia di milioni di euro che gravitano intorno al corrottissimo mondo della sanità pubblica, ed, in particolare, della sanità privata accreditata. "Un "Sistema" a Cosenza impunito da sempre, che controlla la vita della Città da decenni. Tanti pentiti di 'ndrangheta ne hanno delineato i contorni ma quando hanno fatto nomi che "contano" sono divenuti, ovviamente, inattendibili. Questo è il vero "Sistema Cosenza". Ma è comunque un gran passo in avanti che, finalmente, anche se circoscritto solo al mondo criminale, dopo tanti decenni, vi sia finalmente chi utilizza tale definizione. Forse quei giornalisti, isolati e derisi, che lo utilizzavano negli anni passati non erano così folli e fantasiosi. Forse dicevano la verità. E come tutti sanno la verità è sempre la più difficile da far credere.

Redazione
 

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In molti erano i giornalisti che avrebbero voluto scrivere la storia di Franco Pino, l'indiscusso Boss di Cosenza negli anni '80 e collaboratore di giustizia oramai dal 1995. A curare un libro nel quale Franco Pino racconta in prima persona la sua storia, quella della sua vita precedente è stato Pino Nicotri, giornalista di lungo corso, corrispondente dal Veneto del quotidiano "La Repubblica", tra i fondatori de "Il Mattino di Padova" e de "La Tribuna di Treviso" e per ben 35 anni giornalista de "L'Espresso", oltre ad essere l'autore di numerosi libri - inchiesta. Il libro è un racconto in prima persona di ben 250 pagine nelle quali Franco Pino racconta la sua vita prima di pentirsi nel 1995, quando aveva 43 anni, essendo nato nel 1952. Un racconto avvincente di un uomo che giovanissimo, a soli 25 anni in seguito all'omicidio di Luigi Palermo detto "U Zorru" avvenuto il 14 dicembre 1977, conquista i galloni di capo. Non è solo il racconto minuzioso e dettagliato dei tantissimi omicidi che insanguinarono la città durante la prima guerra di mafia nello scontro fra i gruppi che si contendevano la città, ma è anche e soprattutto il racconto degli intrecci con la politica, con il mondo degli appalti, con i partiti, con le istituzioni, con pezzi della magistratura, con collusi delle forze dell'ordine ed è soprattutto il dipinto di una città dove l'illegalità regna sovrana, dove la cultura mafiosa è la padrona, dove non esiste alcun anticorpo alle mafie, dove non vi è alcun valore dell'onestà e dell'osservanza delle leggi. Dove lo Stato è un nemico e dove la regola è solo quella di ingraziarsi il potere per trarne sempre il massimo profitto. In anni in cui si viveva il boom economico, dove si costruivano i palazzi, dove i soldi giravano a fiumi, dove i soldi pubblici erano destinati nella loro gran parte a tangenti e ad alimentare quel sottobosco nella quale la criminalità cresceva e prosperava, più di quanto gli stessi criminali potessero sperare. Nel libro si racconta "il tentativo di trasformare in 1.500 miliardi di lire i quintali di carta filigrana fatti sparire dalla zecca di Stato e  - per come afferma il giornalista Pino Nicotri in una sua intervista sul libro rilasciata al quotidiano on - line blitzquotidiano.it  - conservate nei sotterranei del Vaticano".  "Pino Franco voleva modernizzare la ndrangheta - racconta ancora Pino Nicotra nell'intervista - e che finisse l’epoca degli omicidi e delle sparatorie. Voleva si puntasse invece sugli appalti di tutti i tipi, privati e pubblici, per lucrare buone percentuali dei capitali investiti offrendo in cambio protezione e tranquillità durante la realizzazione dei lavori appaltati. Mettendosi d’accordo con largo anticipo coi politici, progettisti, imprenditori e manager, il boss dagli occhi di ghiaccio aveva varato quella che lui chiamava “procedura paralecita”: ottenuti gli appalti, decideva a chi distribuirli sul territorio facendo in modo che venisse impiegata sempre manodopera locale, in modo che potesse “portare il pane a casa” anziché vedere arrivare operai e impiegati da altre località, magari neppure calabresi.  Dalla narrazione di Pino Franco viene fuori uno spaccato incredibile. Allarmante". "Uno spaccato che purtroppo però - continua il giornalista Pino Nicotri - non è solo della società calabrese… Ne emerge infatti che le grandi associazioni criminali senza complicità nel resto dell’intera società non potrebbero esistere: sarebbero pesci privi dell’acqua nella quale nuotare e grazie alla quale respirare. Il malaffare e la corruzione che sempre l’accompagna si infiltrano e si diffondono  come un cancro. Realtà sempre più confermata dalle cronache del BelPaese. Sotto questo profilo è divertente notare che a un certo punto il boss ha aperto e man mano ingrandito con due suoi amici la Boutique dei Fiori, diventata il suo quartier generale.  Dalla Boutique dei Fiori partivano condanne a morte, attentati, ordini di rappresaglia, e nella Boutique dei Fiori si decidevano estorsioni, grassazioni, alleanze, guerre, tregue e i periodi di pace. Vi arrivavano in visita “di lavoro” boss amici e nemici anche dal resto della Calabria, uomini d’onore, politici in cerca di voti e di favori mortali, imprenditori in cerca di protezione. E tra i clienti, quelli che si limitavano a comprare fiori, piante, corone di laurea, corone per funerali, e ordinare addobbi per le più svariate occasioni, feste e ricorrenze, compresi i ricchi addobbi per la visita in città di papa Wojtyla il 6 ottobre ’84, non mancavano poliziotti, carabinieri, direttori del carcere locale, militari della Finanza… Tutti trattati coi guanti gialli da ricambiare all’occorrenza con qualche favore compiacente, dalle soffiate ad altro ancora". "A porre fine all’epopea ndranghetista - conclude Pino Nicotri - non solo del boss dagli occhi di ghiaccio, fatto segno per tentare di ucciderlo a tre sparatorie, due delle quali mentre era in carcere, e al suo sogno di modernizzazione, sarà l’eccesso di crudeltà. Crudeltà per giunta inutile. Che convincerà più d’uno a saltare il fosso e vuotare il sacco dai magistrati per salvarsi la pelle". E dal 1995 inizia l'epoca del pentitismo, una pagina nuova della storia del Romanzo criminale Bruzio...

Redazione

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Terrorismo mafioso, infiltrazioni negli uffici pubblici, welfare della mafia e rapporti tra boss e chiesa: sono alcuni degli argomenti del prossimo ciclo di videoconferenze promosso dal Centro studi Pio La Torre tra gli studenti degli istituti scolastici secondari italiani e all'estero e gli allievi delle case circondariali che hanno aderito alla 14° edizione del Progetto educativo antimafia e antiviolenza. Le lezioni riprenderanno con l'inizio del nuovo anno scolastico con il patrocinio del MIUR, la collaborazione della direzione del DAP per la partecipazione dei detenuti-studenti, insieme alla disponibilità di istituzioni come la DIA, le associazioni degli studenti universitari, la Regione Siciliana, la Presidenza dell’ARS e l’ANCI. “In questo momento di grave crisi economica – spiega il presidente del Centro studi Pio La Torre, Vito Lo Monaco - pesano gli allarmi, lanciati da varie parti politiche e istituzionali, sui tentativi concreti di infiltrazioni mafiose nei territori, nel tessuto sociale ed economico del Paese sofferente e a disagio per gli effetti negativi sulle famiglie, sulle imprese, sui lavoratori e sui soggetti sociali più deboli e poveri. L’infiltrazione mafiosa si avvale della permeabilità e della cedevolezza di una parte della classe dirigente e della diffusione della corruzione”, sottolinea Lo Monaco. Il progetto educativo del Centro studi mira a contribuire a un generale processo di educazione civica degli studenti delle scuole secondarie di 2° grado pubbliche, paritarie e delle case circondariali, “Ispirato ai principi della nostra Costituzione, della Carta Europea dei diritti umani, della Dichiarazione Universale dei diritti umani – conclude il presidente– con l’obiettivo di fornire agli studenti criteri, stimoli e strumenti di valutazione libera e critica”.
Fonte: antimafiaduemila.com

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Riportiamo dopo tanti anni la recensione della Prima edizione del libro "La Città Oscura - Venti anni di impegno per una nuova cultura della Legalità" edito da Falco Editore e pubblicato nel lontano 2005. Libro scritto dal giornalista Gianfranco Bonofiglio. Sono trascorsi ben 15 anni da allora e nulla è cambiato. Anzi, l'attenzione sul fenomeno criminale e sull'illegalità diffusa è addirittura diminuita ed in Calabria non riesce a decollare una vera cultura della legalità. Caso oramai unico sul piano nazionale. La recensione è a firma di Marilena Rodi ed è stata pubblicata sulla prestigiosa rivista mensile cartacea e on-line bottegascriptamanent.it nell'ottobre 2008. Recensione che riportiamo integralmente:
 
E la’Ndrangheta si fa imprenditrice dell’illegalità

di Marilena Rodi
In una terra dove si fa ancora fatica a redimere un fenomeno anomalo per il vivere civile: un libro di Falco editore denuncia i nuovi scenari. Complicità e connivenze da sempre rappresentano la roccaforte della criminalità organizzata. L’educazione alla legalità e l’impegno civile per la diffusione e la crescita del diritto di cittadinanza sono gli elementi cardine per contrastare le forme di illegalità e l’azione pervasiva della malavita.
«Il compito di ogni buon amministratore è anche quello di facilitare e sostenere l’impegno di chi, in prima linea, profonde le proprie energie per una giusta e sacrosanta battaglia di crescita morale e civile»: così, l’On. Gerardo Mario Oliviero, presidente della Provincia di Cosenza, nella prefazione del libro La città oscura. Venti anni di impegno per una nuova cultura della legalità, di Gianfranco Bonofiglio, edito da Falco editore (pp. 208, € 10,00), una raccolta di denunce di cronaca locale dal 1988 ai giorni nostri. Oliviero continua: «Le città oscure e i coni d’ombra devono essere illuminate per poter dare ai giovani la speranza di un futuro diverso, degno di essere vissuto».

Si apre in questo modo il viaggio che l’autore propone al lettore, accompagnandolo nei meandri della Calabria complice e responsabile di alcuni processi innescati negli anni bui della malavita e che, a malincuore, paiono avere seguito anche nel nuovo millennio. Dalla Calabria, regione apparentemente scollegata dal contesto nazionale, emerge una condizione di mancata crescita del senso di cittadinanza e di stato che affonda le radici nella tradizione storica, creando i presupposti ideali per favorire il radicamento della cultura omertosa.

L’illegalità diffusa come status sociale

La struttura sociale «dell’illegalità diffusa ed ambientale», secondo l’autore, è proporzionale allo status di un territorio che non sente la “necessità” di progredire con mezzi leciti; il comportamento individuale è proteso alla ricerca del successo in maniera spregiudicata, dimentico del senso civico d’appartenenza. L’adagio “occhio per occhio e dente per dente” si è insinuato nella logica comune, sedimentando un carattere fortemente orientato alla noncuranza dei fenomeni anomali di corruzione e abuso e favorendo nei cittadini persino il distacco dalla realtà locale.

«Lasciate ogni speranza voi ch’entrate», “celebrava” Dante Alighieri nella prima cantica della Divina Commedia dedicata all’Inferno, sulla soglia del mondo degli spiriti dannati, oltrepassata la quale il destino delle anime era segnato dal tormento e dalla dannazione eterna. Il parallelo parrebbe ardito e probabilmente provocatorio: ci penserà la cronaca locale a raccontare le ardenti e numerose denunce dei fatti di ’Ndrangheta verificatisi negli ultimi vent’anni.

In tale scenario, nel 1985 – ma avrà vita breve – nasce il Centro di ricerca e documentazione dello studio mafioso, afferente al Dipartimento di Sociologia dell’Università della Calabria, fondato dal professor Pino Arlacchi, autorevole studioso delle dinamiche criminali. Contestualmente, mentre ci si domanda se è possibile impegnarsi per la crescita della cultura della legalità, molti giovani vengono coinvolti dalla passione anti-criminalità nella speranza di migliorare la condizione calabrese, senza mafia e senza paure.

A distanza di vent’anni, tuttavia, la Calabria sembra radicata alla tradizione… «un muro di gomma», edificato su ipocrisie e favoreggiamenti, e in un certo senso, in controtendenza rispetto all’orientamento nazionale e della vicina Sicilia (regione che ha voluto reagire, nella coscienza, al potere di Cosa Nostra).

La ’Ndrangheta è cresciuta consolidando la propria posizione economica e rinforzando i bilanci annuali, paragonabili ad una manovra finanziaria dello stato, nella quasi indifferenza della popolazione calabrese e grazie al foderato consenso delle amministrazioni locali. La connotazione assunta è ormai degna di un’organizzazione imprenditoriale.

Dai pentiti alla mafia imprenditrice

Da non sottovalutare è, altresì, il fenomeno del pentitismo a Cosenza, nutrito abbastanza da superare numericamente la schiera dei collaboratori di giustizia, ma che di fatto non ha intaccato il sistema di potere della criminalità. A tal proposito l’autore ricorda don Masino Buscetta che, in un’intervista con il giornalista Saverio Lodato, disse: «La Mafia ha vinto ed il ricordo degli anni successivi alla reazione dello Stato in seguito alla morte di Falcone e Borsellino sono ormai solo uno sbiadito ricordo».

Nella prima parte del libro, Bonofiglio ripercorre alcune tappe epocali della storia della ’Ndrangheta, proponendo stralci di cronaca dalla quale emergono alcuni personaggi salienti per le vicende locali: da “u Zorru” a Raffaele Cutolo; ai fratelli Bartolomeo e Notargiacomo; al “rinnegato” Antonio De Rose, testimone pentito e abbandonato al suo destino – era stato il primo, nel 1986, a svelare gli intrecci fra i clan che agivano nella provincia di Cosenza, ma allora non v’era certezza della pena o normativa che chiarisse come gestire le dichiarazioni.

Nel 1995, durante l’operazione “Garden”, si pentiva il «boss dagli “occhi di ghiaccio”», Franco Pino, e determinava la decadenza della vecchia generazione criminale. È la “stagione del pentitismo”, dalla quale scaturisce il “caso Cosenza”, unico nel panorama nazionale. Bonofiglio prosegue facendo menzione delle caratteristiche mutate nel tempo circa l’approvvigionamento delle risorse finanziarie che, tra gli ultimi anni Ottanta e gli anni Novanta, assume “identità narcotiche”poiché gran parte delle entrate proviene dal traffico degli stupefacenti. La mafia imprenditrice trova quindi la strada per giungere al potere e al rispetto sociale.

Le istituzioni, conniventi e “non vedenti”

Nella seconda parte l’autore, attraverso la cronaca locale, ricorda la nascita della Lega giovanile antidroga e i tentativi di sensibilizzazione innescati al fine di creare una cultura della legalità mediante la promozione di iniziative atte a diffondere la conoscenza degli effetti devastanti della criminalità organizzata. L’attività della lega conduce alla riapertura del centro di ricerca fondato dal prof. Arlacchi e al coinvolgimento dell’Università della Calabria nella lotta alla mafia. Le istituzioni locali, tuttavia, non sembrano essere molto interessate a “far pulizia”, piuttosto si limitano a garantire un’adesione di facciata per mantenere un’immagine di corretta amministrazione, riuscendo in realtà a tenersi abbastanza a distanza da provvedimenti che possano intaccare il potere della criminalità.

L’autore fa riferimento anche ai “martiri” dell’informazione, i giornalisti che sono “caduti” per aver, in qualche modo, contribuito a far luce su alcune vicende misteriose e di evidente collegamento con la mafia: nove omicidi fra Calabria e Sicilia, tra il 1960 e il 1993. Bonofiglio, in una cronaca de “La Provincia Cosentina” del 3 agosto 2003, ricorda le azioni ritardatarie della Commissione parlamentare antimafia, creata ufficialmente nel 1962, ma che di fatto, in Calabria, ha saputo solo confermare l’emergere consistente della realtà mafiosa, restando pressoché a guardare l’evolversi della situazione senza intervenire concretamente.

Le nuove frontiere del capitale mafioso

Al 3 marzo del 2004 risale un articolo, di nuovo de “La Provincia Cosentina”, nel quale viene denunciato l’affare delle “ecomafie”, nuova frontiera di business economico-finanziario della holding ’Ndrangheta. Sul territorio nazionale sono centotrentotto le cosche coinvolte nei reati ambientali, sedicimila le persone incriminate, oltre un miliardo e quattrocento milioni di euro annuali di introiti, oltre un miliardo e seicento milioni di euro per la gestione dei rifiuti speciali.

Discariche abusive, cemento illegale ottenuto dai rifiuti e gestione di quelli pericolosi e tossici rappresentano una quota importante degli affari mafiosi. Una leggenda, di cui non si è mai riusciti a concretizzare i percorsi, narra che negli anni Ottanta, con il consenso dei clan potenti della zona, alcune navi da rottamare siano affondate (appositamente) lungo la costa tirrenica con al loro interno rifiuti tossici e radioattivi. Con un linguaggio di immediata comprensione e uno stile naturalmente giornalistico, Bonofiglio tenta di offrire un contributo coraggioso nell’organizzazione delle testimonianze storiche citate nel libro, facendo della divulgazione delle notizie l’arma con la quale stimolare la conoscenza e la reazione della cittadinanza.

Marilena Rodi

 (www.bottegascriptamanent.it, anno II, n. 14, ottobre 2008)

 



 

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Correva il 1981. L'anno nel quale si consumò il triste primato del maggior numero di morti ammazzati nell'ambito della guerra fra clan che ha insanguinato la città Bruzia, nella prima guerra di mafia che vide contrapposti il clan Pino-Sena ed il clan Perna-Pranno che entrarono in conflitto per il controllo del territorio. Era l'anno in cui a Cosenza circolavano circa 50 auto blindate, l'anno in cui venivano sequestrati giubbotti antiproiettile superleggeri ed armi, per quel tempo, sofisticatissime, mentre il numero degli organici della Polizia di Stato era quello identico al 1965. Ma nell'ambito di quel periodo vi fu un particolare aspetto che venne sempre sottovalutato e che, invece, delineava il peso che aveva acquisito lo stesso Pino anche mediante la costruzione di solidi rapporti criminali al di fuori dei confini della città dei Bruzi.

Memorabile fu l'arresto avvenuto a Napoli il 3 settembre del 1981 di Franco Pino, che allora aveva solo 29 anni. Con il giovane boss emergente vennero arrestati anche Osvaldo Bonanata, Giuseppe Irillo e Antonio De Rose ed i napoletani Francesco Paolo Alfieri ed il padre Salvatore, esponenti di primo piano della Nco. Al momento dell'arresto erano armati e si accingevano a partecipare ad un summit da tenere in un cascinale con personaggi importanti della Nuova Camorra Organizzata, la Nco, ideata e guidata da Don Raffaele Cutolo, che il 1981 era il capo incontrastato della Camorra napoletana con oltre 5.000 uomini pronti a tutto per il loro capo. Franco Pino, in seguito ad alcune condanne, gli venne imposto di non dimorare nelle province di Cosenza e Catanzaro e, di conseguenza, si stabilì in quel periodo a Sapri, dove soggiornava all'Hotel Vittoria.

Fra l'altro lo stesso Pino era indagato per alcune rapine compiute nel napoletano. E da pentito il boss dagli occhi di ghiaccio, in più occasioni, ha ribadito il forte rapporto fra il suo gruppo ed i camorristi di Cutolo, con i quali si era soliti accordarsi per reciproci favori. Come quelli di inviare killer da Cosenza a compiere agguati essendo facilitati per il fatto che agivano fuori casa e non erano, quindi, riconoscibili e viceversa, avere a disposizione killer della Camorra per agguati ed omicidi da compiere a Cosenza. Oltre alla possibilità di vivere periodi di latitanza con il supporto logistico ed organizzativo che la condizione di latitante esige. Era il periodo nel quale Don Raffaele Cutolo dopo essere clamorosamente e rocambolescamente evaso dal manicomio criminale di Aversa, nella sua latitanza dorata nel Castello di Ottaviano, in un summit nel quale parteciparono delegazioni della 'ndrangheta, della mafia siciliana, della Sacra Corona Unita, teorizzò l'idea del colpo di stato, sostenendo “ma perché dobbiamo mandarli noi a governare - riferendosi alla classe politica - andiamoci noi direttamente. Abbiamo un esercito di uomini e siamo pronti”.

Ovviamente tale proposta non venne accettata dalla mafia siciliana e dalla 'ndrangheta calabrese che ad uno scontro diretto con lo Stato hanno sempre preferito i taciti accordi con le parti deviate e con coloro i quali, pur rappresentando lo Stato, non disdegnava l'accettazione di compromessi ricompensati con la cessione di voti e preferenze. Ed in quel periodo la criminalità cosentina, vivendo una fase di grande trasformazione, aveva intessuto una serie di rapporti con altre consorterie criminali. Molto interessante e valido documento storico l'analisi sulla “Natura e caratteristiche della criminalità organizzata nell'area cosentina” scritta dal magistrato Ciro Saltalamacchia e pubblicata nel volume “Criminalità a Cosenza e in Provincia” a cura dell'amministrazione provinciale di Cosenza il 29 novembre 1982.

“Sono stati individuati - scriveva il magistrato nel 1982 - precisi nessi tra la malavita cosentina e la mafia siciliana, la 'ndrangheta del reggino e la camorra napoletana. Il coinvolgimento di taluni catanesi in rapine ed in una associazione a delinquere, l'arresto a Napoli di Francesco Pino, elemento di spicco della mala locale, accusato di partecipazione ad una riunione di presunti camorristi e denunziato per associazione per delinquere; l'inserimento di un altro cosentino di spicco, Mariano Muglia, in una denunzia per associazione per delinquere per la quale si procede a Messina, l'arresto a Cosenza di Ugo Ciappina, già tuta blu della storica rapina di Via Osoppo a Milano e qui implicato in un tentato furto in banca. Si è inoltre accertato il sicuro collegamento, quanto meno epistolare di un altro cosentino, Mario Lanzino, ucciso da un cecchino mentre era detenuto nel carcere di Colle Triglio, con lo stesso Raffaele Cutolo”,

Ma colui il quale ebbe un rapporto fortissimo con i clan napoletani fu Nelso Basile, alleato di Franco Pino sulla costa tirrenica. Rapporti talmente radicati da pagare con la vita la colpa di aver fatto giungere troppi napoletani sulla costa creando ingerenze criminali non gradite. E napoletani erano anche i killer che uccisero il noto penalista Silvio Sesti, omicidio eccellente di un periodo di guerra di mafia che ha fatto la storia del romanzo criminale Bruzio.


Redazione

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 Il Romanzo Criminale bruzio, nonostante la continua sottovalutazione, è, invece, un romanzo costellato da episodi di grande rilevanza e con protagonisti eccellenti. Non solo i cosentini ma anche personaggi che hanno fatto la storia del periodo più oscuro e terribile che l'Italia ha vissuto nella lotta alla mafia. Il riferimento è all'epoca stragista decisa dai corleonesi di Totò Riina contro lo Stato ed i suoi rappresentanti. Nessuno poteva minimamente e neanche lontanamente immaginare che un boss del calibro di Giuseppe Graviano, capo insieme al fratello Filippo del mandamanto di Brancaccio a Palermo e mandante dell’omicidio di Don Pino Puglisi, nel 1988 frequentasse e soggiornasse a Cosenza. La frequentazione era dovuta all’amicizia e alla collaborazione stretta con i fratelli Notargiacomo ed i fratelli Bartolomeo. Amicizia nata nel supercarcere di Trani dove erano stati reclusi i Notargiacomo ed i Bartolomeo in seguito all’omicidio del direttore delle Carceri di Cosenza, Sergio Cosmai. Delitto per il quale i Bartolomeo con i Notargiacomo furono assolti in Cassazione. Delitto quindi impunito e senza colpevoli nonostante poi i fratelli Notargiacomo, Dario e Nicola, abbiano poi, da pentiti, ammesso le loro responsabilità nell’esecuzione del delitto. Ma per l’assurda legge italiana, nonostante l’ammissione di colpevolezza, la sentenza di Cassazione è immodificabile. Era nata, quindi, una forte amicizia fra i Graviano e i Notargiacomo che si tramutò anche in uno scambio di armi e di droga oltre che ad altri favori. I fratelli Notargiacomo ed i fratelli Bartolomeo vennero ospitati in un villaggio turistico in provincia di Palermo dopo che avevano subito un attentato in seguito alla guerra fa clan che in quel tempo caratterizzava la città dei bruzi. Villaggio turistico nel quale venne messo a disposizione dei calabresi anche un medico per curare le ferite riportate nell'agguato. E nell'ambito della permanenza di  Giuseppe Graviano a Cosenza lo stesso venne accompagnato in Sila. Ed è in Sila che Graviano aveva pensato di far allestire un nascondiglio per il capo dei capi, per Totò Riina. A dichiaralo Dario Notargiacomo, oggi pentito, "Giuseppe Graviano ci chiese la disponibilità di un alloggio in Sila da destinare alla latitanza di Totò Riina". Lo stesso Notargiacomo aveva già individuato una villetta fornita di tutte le comodità e protetta da boschi e da occhi indiscreti. Poi il progetto di condurre Riina in Sila non venne attuato per sopraggiunti motivazioni tutte palermitane. Ma la storia dimostra ancora una volta il livello di conoscenze, di alleanze e di collaborazione che i protagonisti del romanzo criminale bruzio avevano saputo instaurare anche con personaggi del calibro dei fratelli Graviano. E non solo con i siciliani ma nei turbolenti anni ‘80 vi furono anche diversi contatti e scambi di favori e di killer con i napoletani della Nuova Camorra Organizzata di Don Raffaele Cutolo. Capitava sovente che uomini di Franco Pino, il boss dagli occhi di ghiaccio, oggi pentito, andassero a Napoli ad eseguire le sentenze di morte per conto dei cutoliani e che killer  cutoliani giungessero a Cosenza per portare a compimento esecuzioni a morte. Eclatante il caso dell’omicidio dell’avvocato penalista Silvio Sesti che venne ucciso nel suo studio da killer napoletani in trasferta. E molti furono i cutoliani che negli anni ’80 trascorsero periodi di latitanza in provincia di Cosenza o che si nascosero nel cosentino per sfuggire alla tremenda guerra che insanguinò le strade di Napoli quando la Nuova Famiglioa dei Bardellino, dei Zazà, dei Nuuvoletta si contrappose alla Nuova Camorra Organizzata di Cutolo. Guerra che nei te anni del 1980 – ‘81 e ’82 fece oltre novecento morti ammazzati. Ma non solo negli anni ’80 la ‘ndrangheta cosentina poteva vantare amicizie eccellenti. Risale, infatti, ai primi anni duemila, la presunta presenza per un breve periodo nell’hinterland cosentino del potentissimo boss Matteo Messina Denaro, il latitante più ricercato d’Italia e primula nera da ben 25 anni. Una presenza accertata da una indagine giudiziaria che portò anche al sequestro di circa 700.000 euro depositati presso una banca cosentina da presunti prestanomi del boss di Castelvetrano. E la pratica di offrire periodi protetti di latitanza o di protezione per boss braccati dalla legge o in guerra con altri boss e, quindi, in pericolo di vita, è, in realtà, una usanza storica della consorteria criminale cosentina. La leggenda che corre fra uomini d’onore dei primi anni ’80  racconta che addirittura il potentissimo boss di Reggio Calabria, Paolo De Stefano, per  sfuggire alla guerra fra clan che in quegli anni provocò a Reggio oltre 800 morti rimase per un certo periodo nascosto nell'area urbana cosentina protetto da amici degli amici. Una storia quella del romanzo criminale cosentino che dimostra come la tesi della provincia e della città immune dalla mafia sia stata sempre una grande bugia smentita dai fatti e dalle dichiarazione dei tanti pentiti che hanno ricostruito minuziosamente gli episodi e la vita criminale degli anni ’70 e degli anni ’80. Probabilmente era interesse di molti mantenere in vita la tesi che Cosenza fosse una provincia ed una città immune dalla mafia e di certi interessi. Un ruolo quello destinato a Cosenza molto simile a quello che in Sicilia è stato svolto da Messina e dalla sua provincia. Anche a Messina vi era chi si ostinava ad affermare con forza che la mafia non esisteva, quando invece, poi con le dichiarazione dei pentiti si è scoperto che a Messina spesso di offrivano periodi di latitanza nell’area dl Parco dei Nebrodi e supporto logistico ai più potenti e sanguinari boss di Palermo e di Corleone. La tesi della Cosenza dove negli anni ’80 agivano solo bande di quartiere e non organizzazioni mafiose consentì, nel 1986, di neutralizzare e vanificare tutti gli arresti che seguirono alle dichiarazioni di Antonio De Rose (allora dichiarante ma in realtà pentito ante – litteram, considerando che nel 1986 non esisteva alcuna legislazione per i pentiti, figura giuridica che nacque nel 1992 – 93). Inutile dire che tutti coloro i quali vennero immediatamente scarcerati dopo pochi giorni dall’arresto vennero poi coinvolti nelle inchieste giudiziarie basate sulle dichiarazioni dei pentiti che collimarono, punto per punto, con le dichiarazioni rese da Antonio De Rose, che venne ritenuto inattendibile ed infermo di mente. Questi erano gli anni ’80, e questo era il Romanzo Criminale bruzio.

 

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L'11 agosto 2007, sono trascorsi quasi 13 anni, sul lungomare di Reggio Calabria si teneva il primo Meeting "Legalitalia" promosso dai giovani del Movimento "Ammazzateci tutti" nato all'indomani dell'omicidio del Vicepresidente del Consiglio Regionale, On. Francesco Fortugno, che destò tanto clamore nazionale e suscitò anche una forte ondata di moto popolare contro le mafie. Nell'ambito delle tante iniziative promosse nel Meeting si tenne anche un incontro - dibattito dal tema "Antimafia sociale: informarsi ed informare è partecipare". Un tema particolarmente interessante, quello dell'antimafia sociale, tema sul quale è basato il presente blog di impegno civile. A partecipare al dibattito giornalisti del calibro di Enrico Fierro, giornalista dell'Unità ed autore di molti speciali sulla 'ndrangheta e sulla corruzione, Riccardo Orioles, padre storico dell'antimafia sociale e cofondatore con Pippo Fava nei primi anni '80 del mitico quotidiano "I Siciliani", giornale d'inchiesta e di coraggiose denunce. Un giornalismo puro ed eroico per il quale perse la vita il grande ed inimitabile Pippo Fava ed il giornalista Totò Alamia di TeleJato, Tv da sempre impegnata nell'antimafia militante. Al dibattito partecipò anche il giornalista Gianfranco Bonofiglio da storico militante dell'antimafia sociale impegnato nel giornalismo d'inchiesta e di denuncia sin dai primissimi anni '80. Cliccando sul link di Radio Radicale si può ascoltare l'intero dibattito che, nonostante siano trascorsi tanti anni, conserva ancora una sua attualità, anche se il contesto di riferimento è notevolmente mutato, ma le osservazione di base ed il potere dominante della 'ndrangheta in Calabria è rimasto immutato. Anzi è, oggi, ancora più forte di allora.

https://www.radioradicale.it/scheda/232613?i=1128804

 



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Nato in Calabria il 2 ottobre 1942, in una piccola frazione di Castrolibero (CS), Renato Turano, si è trasferito negli anni cinquanta negli U.S.A, a Chicago, con i genitori ed i fratelli, per realizzare il “sogno americano”. Nel 1962 la famiglia acquistò un piccolo panificio, poi trasformato nella più grande azienda di produzione di pane artigianale del Nord America. Renato Turano è un uomo d’affari italo-americano. Uomo di successo in America ha dedicato la propria vita a condividere tali successi con i suoi concittadini italiani. Oggi Turano è presidente della Campagna-Turano Baking Co. ed anche chairman dell’American Bakers Association (ABA).

Sposato da più di 40 anni, con 3 figli e 9 nipoti, Turano condivide le speranze ed i sogni della prima, seconda, terza e quarta generazione di Italiani in America. Le radici sono importanti. Non si possono recidere e identificano la nostra storia e la nostra identità. Permettono di mantenere saldo quel legame con la nostra terra natia che a volte si è costretti a lasciare. Emblema di questa sintesi sono i Calabresi residenti all’estero. Renato Turano è molto orgoglioso della sua calabresità più che dei tanti riconoscimenti ottenuti per le capacità imprenditoriali e culturali.

Oggi l'azienda Turano è la più grande produttrice di pane artigianale del Nord-America. Ma ancor più dell'imprenditore capace di affermarsi nel sistema più competitivo del mondo, quello americano, ad affascinare coloro i quali lo conoscono e l'ascoltano è il palpabile e indissolubile legame che mantiene con la sua terra, che ha sempre fatto parte della sua vita e certamente lo ha guidato nelle sue scelte.

Ha operato alla guida di una importante Associazione, la C.I.A.O. (Calabresi in America Organization) che mantiene una fattiva e concreta collaborazione con Enti, Istituzioni ed Associazioni culturali che operano sul nostro territorio calabrese, e tra queste, una in particolare, con sede a Castrolibero in ricordo del papà scomparso nel 1989, l'Associazione Mariano Turano. Una cooperazione che con l'ausilio di due Università, la nostra e quella del Wisconsin, è riuscita a produrre non solo gemellaggi, convenzioni, scambi sociali e culturali, ma anche offrire ogni anno a un certo numero di laureati meritevoli del Dipartimento di Scienze Aziendali e giuridiche dell'Unical, l'opportunità di fare esperienza formativa in territorio americano sul tema della Cultura d'Impresa.

L'Università del Wisconsin, gli ha conferito un dottorato honoris causa dopo una laurea in Economia e un master in Business Administration presso l’Università di Chicago. Con i calabresi in America mantiene da sempre rapporti strettissimi, ha presieduto anche il Columbiana Club of Chicago, Casa Italia ed ha rappresentato per il Midwest l'associazione “Assocamerestero” che raccoglie 49 Camere di Commercio italiane locate in varie Nazioni su tutti i Continenti, e a tal proposito è stato chiamato a rappresentare i cittadini italiani residenti nella circoscrizione estera “America Settentrionale e Centrale”. Una circoscrizione che comprende Canada, Stati Uniti, Messico, America Centrale e Caraibi, che lo ha eletto per ben due volte Senatore della repubblica Italiana, mandato che ha svolto sempre con la massima serietà ed assicurando una presenza lodevole considerata la distanza tra la sua residenza e Roma.

Renato Turano incarna uno degli esempi plastici di come sia veritiero che gli italiani all'estero possano davvero diventare un valore aggiunto per il nostro Paese, soprattutto in un momento di grande crisi come quello attuale. Un bagaglio di esperienze e cultura che potrebbe arrivare a noi proprio da quelle persone che hanno lasciato la nostra Calabria, che sono partite e che hanno di certo avvertito uno strappo che nel tempo può lenirsi e forse mai guarire del tutto.

 

 

 

 
 
 

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Oggi è Donatella Versace a gestire la casa di moda che porta il suo nome, ma tutti sanno che il vero fondatore è stato il fratello, Gianni Versace. Uno stilista considerato rivoluzionario, anticonformista e creativo, strappato al mondo della moda prematuramente nel 1997, anno della sua morte. Nato a Reggio Calabria il 2 dicembre 1946, Giovanni Versace inizia sin da piccolo a lavorare nell’atelier della madre, Francesca Versace. La sartoria della donna sorgeva nei pressi del Duomo della città, proprio dove oggi si trova una boutique Versace. Nel 1972 si trasferisce a Milano dove disegna abiti per altre aziende, tra cui Genny, Complice e Callaghan. La prima collezione femminile che porta il suo nome arriva nel 1978.

 
 
 
 
Gianni VersaceGianni Versace
 

 

Nel 1975 presenta la sua prima collezione di abiti in pelle per Complice. E' il 28 marzo 1978 quando presso il Palazzo della Permanente, a Milano, Gianni Versace presenta la sua prima collezione donna firmata con il suo nome. L'anno seguente Versace, che ha sempre tenuto in grande considerazione la sua immagine, inizia una fortunata collaborazione con il fotografo americano Richard Avedon.

Nel 1982 gli viene assegnato il premio "L'Occhio d'Oro" come milgior stilista 1982/83 Collezione Autunno/Inverno donna; è il primo di una lunga serie di riconoscimenti che coroneranno la sua carriera. In questa collezione Vesace introduce quegli elementi in metallo che diventeranno un dettaglio classico delle sue produzioni. Nello stesso anno inizia una collaborazione con il Teatro alla Scala di Milano: disegna i costumi per l'opera "Josephlegende" di Richard Strauss; la scenografia è curata dall'artista Luigi Veronesi.

Nel 1983 Versace crea i costumi per il "Lieb und Leid" di Gustav Mahler. Il suo nome è protagonista a "E' Design", presso il Padiglione di Arte Contemporanea, dove espone una sintesi delle sue ricerche tecnologiche nel campo della moda. L'anno successivo crea i costumi per il "Don Pasquale" di Donizetti e per il "Dyonisos", diretto da Maurice Bejart. Al Piccolo Teatro di Milano, il coreografo belga prepara una triptych danse in onore del lancio del profumo "Versace l'Homme".

A Parigi, pochi mesi più tardi, in occasione della presentazione europea del profumo, viene organizzata una mostra di arte contemporanea dove vengono esposti i lavori di artisti internazionali legati al nome di Versace, e allo stile della sua moda. I giovani sono sempre stati una delle maggiori fonti di ispirazione per Gianni Versace: nel 1983 lo stilista è invitato al Victoria & Albert Museum di Londra per intervenire ad una conferenza sul suo stile, per parlare a un vasto gruppo studenti e presentare la mostra "Arte e moda".

All'inizio del 1986 il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga conferisce a Gianni Versace il titolo di "Commendatore della Repubblica Italiana"; il National Field Museum di Chicago presenta una mostra retrospettiva sul lavoro di Versace dell'ultimo decennio. A Parigi, durante la mostra "Gianni Versace: Obiettivo Moda", che illustra i risultati della collaborazione fra Versace e molti blasonati fotografi internazionali (Avedon, Newton, Penn, Weber, Barbieri, Gastel), il capo di Stato francese Jacques Chirac gli assegna l'onorificenza "Grande Medaille de Vermeil de la Ville de Paris".

Nel 1987 i costumi dell'opera "Salome" di Richard Strauss, per la regia di Bob Wilson, presentata alla Scala, sono firmati Versace; poi "Leda e il Cigno", del coreografo Maurice Bejart. Il 7 aprile dello stesso anno viene presentato il libro "Versace Teatro", pubblicato da Franco Maria Ricci. Due mesi più tardi Gianni Versace segue in Russia Bejart, per il quale disegna i costumi del "Balletto del XX secolo" trasmesso alle tv di tutto il mondo da Leningrado, per il programma "The white nights of dance". Nel mese di settembre la professionalità e l'enorme contributo di Versace al teatro sono premiati con il prestigioso premio "Maschera D'Argento".

Nel 1988 dopo aver presentato a Bruxelles i costumi per un balletto ispirato alla storia di Evita Peron, la giuria del premio "Cutty Sark" nomina Gianni Versace "stilista più innovativo e creativo". Nel settembre successivo apre il suo primo showroom in Spagna, a Madrid: 600 metri quadri è la sua superficie. Nel l991 nasce il profumo "Versus". Nel 1993 il Consiglio degli stilisti d'America gli assegna l'Oscar americano per la moda. Intanto continua la sua collaborazione con l'amico Bejart e con fotografi di rango: insieme agli artisti della pellicola vengono pubblicati testi di successo come "Uomini senza cravatta" (1994), "Non disturbare" (1995), "Rock e regalità" (1996).

Nel 1995 Versus, la linea giovane di casa Versace, debutta a New York. Nello stesso anno la maison italiana finanzia la mostra dell'Alta Moda organizzata dal Metropolitan Museum of Art e quella dedicata alla carriera di Avedon ("Richard Avedon 1944-1994"). Gianni Versace collabora in stretto contatto con Elton John per aiutare la Fondazione di ricerca sull'Aids del cantautore inglese.

Poi, la tragedia. Il 15 luglio 1997 il mondo viene scosso dalla notizia che Gianni Versace è stato assassinato sugli scalini della sua abitazione di Miami Beach (Florida) da Andrew Cunan, serial killer da tempo ricercato. Di lui, l'amico Franco Zeffirelli ha detto: "Con la morte di Versace l'Italia ed il mondo perdono lo stilista che ha liberato la moda dal conformismo, regalandole la fantasia e la creatività.". Nel 2013 Mediaset acquista i diritti sul libro biografico che racconta la vita di Versace, scritto dal giornalista Tony Di Corcia: il libro sarà alla base della sceneggiatura di una fiction per la tv.

Il testamento di Versace è stato ritrovato in casa dal fratello maggiore Santo e reso ufficiale da un notaio pochi giorni dopo la morte dello stilista. È stata l’amata nipote, Allegra Versace, figlia di Donetella, a diventare erede al 50% del gruppo. Ad Antonio D’Amico fu garantito “un assegno di 50 milioni al mese e il diritto di vivere nelle splendide case di Milano, Miami e New York“, come riporta Repubblica.it. Invece, l’altro nipote, Daniel Versace, il secondo figlio di Donatella, ha ricevuto in eredità molte opere d’arte di grande valore (tra cui dei quadri di Leger e Picasso).

La vendita del brand a Michael Kors Dal 1997 l’azienda è stata portata avanti interamente da Donatella Versace, che fin da bambina collaborava con il fratello, prestandosi occasionalmente come modella per i suoi primi capi. Il suo ruolo nell’azienda era quello di occuparsi dell’immagine, del brand e delle pubbliche relazioni, ma dopo la morte di Gianni, Donatella ha preso le redini di Versace, e nel 1998 è uscita la sua prima collezione.

 

 

 

 

 

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E' incredibile quanti siano le star della musica e del cinema, che nonostante i loro roboanti nomi d'arte si scopre essere di origini calabresi. Da Steven Siegel, con la mamma nata a San Giovanni in Fiore a Steven Tyler, la mitica star degli Aerosmith. Infatti, Steven Tyler, all'anagrafe Steven Victor Tallarico (Yonkers, 26 marzo 1948), è figlio di un calabrese appassionato di musica, Vittorio Tallarico, e nipote di Giovanni Tallarico, anch'esso musicista (originario di Cotronei, KR). Il padre di Steven vive ad Harlem fino a quando la famiglia, con il piccolo Steven di quattro anni si trasferisce nel Bronx.

Steven cresce con un carattere irrequieto al punto tale da essere espulso dalla scuola. Figlio di un musicista e di una mamma insegnante di musica, è stato naturale per Steven scoprire sin in tenera età una grande passione per la musica. Da bambino usava giocare sotto il pianoforte del padre, ascoltandolo nei suoi esercizi. Passa le sue vacanze al lago Sunapee in New Hampshire, dove la famiglia Tallarico possiede un ristoro musicale chiamato Trow Rico Lodge. Steven inizia la sua carriera al Trow Rico Lodge, esibendosi in musical e intrattenendo gli ospiti. Ancora teenenger, con il suo amico Ray Tabano, usava recarsi al bar del padre di Ray e durante le pause delle varie band musicali, si esibiva sul piccolo palco.

Ray suonava la batteria mentre Steven suonava la chitarra e cantava. A quattordici anni, passa alla batteria così da poter suonare con la band del padre: i Vic Tallarico Orchestra. All'età di ventuno anni, nell'estate del '69 durante la sua solita vacanza nel Sunapee, incontra un giovane chitarrista dal nome Joe Perry che lavora in un ristorante locale che Steven frequenta molto spesso, l'Anchorage. Joe invita Steven a vedere il suo gruppo, la Jam band, esibirsi al club Barn. Steven ne resta impressionato e torna a New York con in progetto di formare una band con Joe un giorno o l'altro. Agli inizi del 1970, Steven crea una nuova band dal nome William Proud, con Don Solomon, il suo amico storico Ray Tabano e Twitty Farren.

Da li a poco tempo, Steven si stufa della band e di tutto il sistema che ruota intorno ai club di New York, così fa le valigie intenzionato a tornare a Sunapee alla ricerca del chitarrista Joe Perry conosciuto l'estate prima. Joe Perry e Tom Hamilton erano a Sunapee con l'intenzione di spostarsi insieme a Boston alla fine dell'estate e proseguire lì la loro carriera musicale. La prima volta che suonarono tutti e tre insieme, fu per un provino su cassetta che Steven inviò a Jeff Beck. Finita l'estate, mentre Joe e Tom si preparavano per partire, Steven gli comunica che sarebbe andato con loro a Boston e così ha inizio la storia degli Aerosmith.

Il 10 novembre 2009 si apprende tramite la pagina web su Twitter di Joe Perry che Steven Tyler abbandona definitivamente la sua carriera con gli Aerosmith. A detta di Perry, Tyler ha intenzione di fondare un proprio nome, legato alla sua figura. Dopo pochi giorni arriva la smentita, facendo un'apparizione a sorpresa durante un concerto solista di Perry. "Voglio che New York sappia che non sto lasciando gli Aerosmith". Proseguendo con una simpatica frase: "Joe tu sei un uomo dai tanti colori, ma io sono il fottuto arcobaleno". La band sul palco ha quindi attaccato a suonare Walk This Way, un successo degli Aerosmith del 1975, e Tyler ha finito la canzone con il braccio attorno al collo di Perry. Nel luglio del 2010 Steven Tyler, su proposta dell'allora assessore al turismo di Cotronei, Giuseppe Pipicelli, riceve a Venezia la cittadinanza Onoraria di Cotronei, comune della Provincia di Crotone e cittadina natale di suo nonno Giovanni.

Redazione

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L’Officina delle Culture "Gelsomina Verde" nata a Scampia per l'impegno anticamorra e per l'impegno nell'antimafia sociale di Ciro Corona rappresenta un modello di impegno civile di altissimo livello che assurge a pieno titolo ad essere da esempio non solo a Napoli ma per l'intero territorio nazionale. Scampia con i suoi 60.000 abitanti non è una realtà semplice con il suo 70% di disoccupazione giovanile ma non è certamente una terra di sola camorra, anzi. Tanti sono coloro che sono impegnati a farla risorgere, a far nascere una nuova Primavera di Scampia e di tutta Napoli. E fra questi in prima fila da sempre Ciro Corona. Ma negli ultimi giorni non sono poche le difficoltà che attanagliano L'Officina delle Culture "Gelsomina Verde". A renderle note lo stesso Ciro Corona sul suo profilo facebook. E tale denuncia non poteva rimanere inascoltata. Infatti sulle colonne del "Corriere del Mezzogiorno" a firma del giornalista Luca Marconi si legge un articolo dedicato all'Officine delle Culture "Gelsomina Verde" con alcune domande poste a Ciro Corona. Lo riportiamo integralmente: "Pugni alzati dai balconi di Palazzo San Giacomo... ogni giorno quelle stesse mani prendono a schiaffi gli emarginati, le periferie, i disoccupati, i figli di una Napoli violentata»,in altre parole Scampia, 70% di disoccupazione giovanile". E poi: «L’Officina delle Culture “Gelsomina Verde” perde la possibilità di ottenere altri 300 mila euro per creare lavoro vero sul territorio di Scampia. Servirebbe il rinnovo entro giugno. Se solo Luigi de Magistris Sindaco di Napoli e l’assessore Alessandra Clemente si rendessero conto dei danni che hanno causato e continuano a causare ai giovani di Scampia! Dopo i finanziamenti persi di SIAE, AMAZON, ora perdiamo quelli di Fondazione UNIPOLIS col bando Culturability. Decine e decine di opportunità lavorative perse! Come volete risollevare la Città, con l’elemosina dei 300€ al mese dell’emergenza? Vergogna DemA!».
Chi scrive, anzi tuona, decisamente arrabbiato, dal suo social, è il creatore di (R)Esistenza Anticamorra, l’associazione delle Vele e della Selva di Chiaiano (Lacandona) tolta ai boss e restituita a campagna, una impresa che pure dà lavoro ai giovani del territorio. E nemmeno una associazione nemica della giunta de Magistris, anzi. Allora chiediamo a Ciro Corona cosa è successo. Anche perché i commenti ai post sono anche peggiori («Appena esci da Officina arriva il contratto, la mia solidarietà». E Corona: «Lo so ma dovranno ammazzarmi prima»).
Corona, scusi, lei è di sinistra da sempre, portava la bandiera rossa sui trattori alla Selva Lacandona, perché critica i pugni alzati a Palazzo San Giacomo?
«La festa del primo maggio è stata occasione per rilanciare questa problematica dell’Officina delle Culture, l’assessore Clemente, prossima candidata a sindaco, è in difficoltà con questo pasticcio e nemmeno ci rispondono più. Il primo maggio abbiamo avuto la notizia che non potremo partecipare al bando Unipolis rivolto ai centri sociali già attivi ma se non siamo in regola salta del tutto la messa a regime delle 13 realtà che sono all’interno dell’Officina delle Culture: questa occasione ci avrebbe consentito di assumere per due anni almeno sette persone, abbiamo dovuto già chiudere la comunità alloggio, la biblioteca, la sala multimediale Amazon mandando via già otto persone, tutti giovani del quartiere, questa la dimensione del danno, allora: o partiamo dal fallimento delle politiche giovanili sul territorio o non si va da nessuna parte. Allora, quei pugni chiusi sono schiaffi ai disoccupati e alla periferia, il problema più grande è questo».
Ma piuttosto perché non può esserci rinnovo del contratto?
«A Officina servirebbe il rinnovo del comodato d’uso entro giugno prossimo, impresa non irrealizzabile in altri contesti ma a Napoli gli assessori al Patrimonio sono impegnati da due anni a risolvere questo pasticcio burocratico, senza alcun risultato: il Comune di Napoli, dopo delibera di Giunta e contratto con l’associazione (R)esistenza Anticamorra, affida la struttura alla partecipata AsìA per problemi di bilancio. Da allora il centro polifunzionale, che ormai conta 13 realtà e la frequenza di 400 persone in media al giorno, vive nel limbo. Il Comune non può più rinnovare il contratto, la partecipata non può per statuto, le associazioni non hanno alcuna intenzione di lasciare un luogo di aggregazione dopo averci investito centinaia di migliaia di euro e aver trasformato l’ex piazza di spaccio in un modello virtuoso invidiato in tutta Italia, e senza aver mai chiesto un solo euro di finanziamenti pubblici. Dunque, dopo i finanziamenti persi di SIAE, AMAZON, dopo la chiusura della biblioteca, dell’aula multimediale, il licenziamento di 8 persone, giovani del territorio, ora Scampia perde il finanziamento di Fondazione UNIPOLIS, con le annesse decine e decine opportunità lavorative».


Fonte: "Corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/"
Articolo di Luca Marconi

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Sono trascorsi ben 42 anni dal giorno in cui venne ritrovato il corpo dilaniato di Peppino Impastato nei pressi di Cinisi vicino ai binari. In quel momento per le autorità giudiziaria non vi fu alcun dubbio. Un estremista che voleva far saltare i binari, dilaniato dalla stessa bomba che stava armeggiando. Il giorno coincide con il ritrovamento del corpo di Aldo Moro e la coincidenza ne fece un triste quanto banale accostamento. Per il sistema imperante di allora nella tremenda Sicilia degli anni settanta la frettolosa chiusura del caso giudiziario è l'ennesima testimonianza di un sistema sociale chiuso ed inviolabile caratterizzato da una totale complicità e dalla più assoluta omertà. Ma la storia di Peppino Impastato segna uno spartiacque nella storia della lotta alla mafia in Sicilia e nell’intera nazione. La storia di un giovane figlio ed imparentato con una famiglia di rispetto di Cinisi, che decide, con coraggio di rompere gli schemi, di respingere la regola ferrea dell’omertà e del tacito silenzio. Il bel film di Marco Tullio Giordana, “I cento passi”, premiato con quattro Oscar al festival del Cinema di Venezia, ha fatto conoscere ed apprezzare la vicenda di Peppino Impastato al grande pubblico. Cento erano i passi di distanza fra la casa di Peppino e la casa del boss di Cinisi, Tano Badalamenti. Solo nell’aprile del 2001, dopo ben 23 anni dalla morte di Peppino, lo stesso Badalamenti è stato condannato all’ergastolo quale mandante dell’omicidio. Oltre venti anni di lotte per far rivivere la memoria di Peppino e giungere ad un atto di doverosa giustizia. Lotta condotta, con estrema decisione, dalla compianta mamma di Peppino, Felicia Bartolotta, che ha dedicato tutta la sua vita al ricordo del suo amatissimo figlio. Ma chi era realmente Peppino Impastato? Un giovane rivoluzionario che sognava di cambiare il mondo come tutti i giovani degli anni sessanta e settanta. Un giovane militante di “Democrazia proletaria” e, soprattutto un vero giornalista, anche se non è stato mai iscritto all’albo dei giornalisti in vita, ma iscritto alla memoria dall’Ordine dei Giornalisti della Sicilia. Un giornalista di fatto che aveva il coraggio di essere libero, di dire solo e soltanto la verità e che con la vita ha pagato il prezzo, sempre altissimo in ogni epoca, del coraggio della verità. Un giornalismo libero lontano mille miglia da quel giornalismo servile, velinaro ed ossequioso al potere che ancora oggi domina il mondo dell’informazione. Un “botto” e tutto dimenticato: questo hanno pensato i mafiosi del clan Badalementi quando gli legarono attorno al corpo la gelatina per farlo esplodere sui binari. Ma sbagliavano. La memoria esiste e Peppino Impastato è divenuto un'icona ed una luce per tutti coloro i quali credono ancora che l’impegno contro la mafia sia atto rivoluzionario e consacrazione ideale nell’eterna lotta fra il bene ed il male. La memoria parla di un ragazzo che rompe con la famiglia e la sua sacralità da Medioevo, che fonda un giornalino “L’Idea Socialista” e scrive che la “mafia è una montagna di merda”. Un'icona del coraggio che parla di manifestazioni contro la speculazione sul territorio possibile solo con un forte connubio fra mafia e politica. Peppino allora denunciava quegli anni bui, ma oggi, dopo tanti anni, gli anni bui sono prepotentemente ritornati. Oggi le organizzazioni criminali si riorganizzano sfruttando un clima di abbassamento della guardia ben lontano dagli anni delle lenzuola bianche di Palermo e delle manifestazioni antimafia in nome di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Nella sua trasmissione “Onda Pazza” che Peppino conduceva su “Radio Out” Don Gaetano Badalamenti diveniva “Don Tano Seduto”, Cinisi cambiava il suo nome in “Mafiopoli”, la strada principale “Corso Luciano Liggio”, il sindaco Gero Di Stefano in “Geronimo”. L’ironia contro il potere, l’allegria e la gioia di vivere in un mondo libero dalle paure e dalle mafie contro la cultura della morte e della violenza. Lo sberleffo continuo ed ironico contro l’ipocrisia e l’omertà dei ceti dominanti dell’isola. Ma l’esempio e la vita di Peppino Impastato non è stata vana. Gli amici di Peppino, la famiglia ed il Centro Siciliano di documentazione “Peppino Impastato” gestito da Umberto Santino, costituitosi parte civile in tutti i più importanti processi di mafia in Sicilia continuano, ancora oggi a tenere viva la memoria per costruire una Sicilia ed un Sud diverso.  Anche nel mondo del giornalismo militante, quello impegnato nell'antimafia sociale, Peppino Impastato ha lasciato un segno profondo, nonostante l'egemonia di oggi  come allora delle menzogne imperanti del potere e dei suoi servi.  
Gianfranco Bonofiglio