Diceva Andrej Vyšinskij: "Il tribunale è un organo del potere statale. Il giudice non è un arbitro al di sopra delle parti, ma un combattente per la costruzione del socialismo".
In questa campagna referendaria, sembrerebbe definitivamente gettata la maschera da parte dell’Associazione Nazionale Magistrati: per il “sindacato dei magistrati”, la terzietà del giudice non è un principio immanente all’ordinamento, ma una sorta di “dichiarazione di intenti” la cui applicabilità varia a seconda dei casi.
Parafrasando l’apoftegma del Grande Inquisitore delle Purghe staliniane, per l’ANM il Giudice non è un arbitro al di sopra delle parti, ma un combattente per affermare le “ideologie” dell’ANM, compresa la conservazione dei privilegi di casta.
Gli esempi sono tanti – proveremo, a “volo d’uccello”, a citarne qualcuno.
La dr. Jolanda Apostolico, giudice a Catania, partecipa a un corteo contro i “decreti di sicurezza” emanati dal Governo Cinquestelle – Lega e viene ripresa in un video amatoriale.
Da Giudice, “disapplica” il “decreto Cutro”.
Scoppiato il caso, l’ANM la difende a spada tratta, premesso il solito ritornello sull’assenza di diritto di critica delle decisioni giudiziali e cercando di spostare l’attenzione sulle modalità con cui il video era diventato di pubblico dominio.
Solo una sparuta minoranza del sindacato delle toghe si dissociò facendo notare che sarebbe stato più opportuno che la dr. Apostolico si fosse astenuta, in nome della terzietà del giudice.
Il dr. Francesco Murgo, giudice fallimentare del Tribunale di Foggia, viene ripreso dalle telecamere in atteggiamenti confidenziali con curatrici e delegate alle vendite (cioè persone da lui nominate).
Il caso ha una vasta eco in ambito locale.
L’ANM tace, ma il CSM si limita a trasferire il magistrato in altra sede per “incompatibilità ambientale”, per il “prestigio della magistratura” messo in pericolo dall’eco sulla stampa locale, senza focalizzare il punto nodale della vicenda: la terzietà del giudice non può essere garantita se il medesimo intrattiene rapporti intimi con persone a cui ha conferito importanti incarichi.
Niente provvedimenti disciplinari: manca la prova che abbia influenzato le nomine …
Nel 2019, la corrente ANM “Magistratura democratica” organizza un convegno dal titolo “Il giudice nell’Europa dei populismi – Dalla parte dei sommersi”, che già dal titolo dà la misura del “furore ideologico” dei magistrati sulle problematiche dell’immigrazione (la vignetta, disegnata da Vauro, è la sintesi della posizione di Magistratura Democratica – c’è un giudice che si spoglia della toga e la pone addosso a un migrante appena sbarcato).
Quale “terzietà” ci si può aspettare da questi magistrati nel momento in cui trattano processi riguardanti i flussi migratori? E (anche senza scomodare Mazzarino e Andreotti) come si fa a non “pensar male” dei provvedimenti pro migranti che di fatto contrastano le politiche migratorie della maggioranze parlamentari, espressioni della sovranità popolare?
Come si fa a non parafrasare Vyšinskij e a non pensare che per Magistratura Democratica il giudice non è un arbitro al di sopra delle parti, ma un combattente per l’affermazione della “ideologia” della corrente sulle politiche migratorie?
Ma è nella campagna referendaria che l’ANM ha definitivamente svelato il suo disprezzo per il principio di terzietà del giudice.
La stessa impostazione della campagna, condotta fianco a fianco con determinate forze politiche, si è caratterizzata per l’uso, da parte del Sindacato delle Toghe, degli stessi argomenti degli oppositori politici dell’attuale maggioranza.
Mentre l’Unione delle Camere Penali Italiane (l’associazione degli avvocati penalisti), schierata per il sì alla riforma, si è limitata a sostenere le sue tesi con argomentazioni squisitamente tecnici, l’ANM ha condiviso con le forze politiche che sostengono il “no” non soltanto l’orientamento referendario, ma anche la stessa tecnica di agitare paure (“si vuole far tornare il fascismo, si vuole lasciare mano libera alla polizia come l’ICE in America …”), fare processi alle intenzioni (“il controllo della politica sulla magistratura non è scritto nella riforma, ma le intenzioni sono quelle …”), si accusa il Parlamento sovrano di violare la costituzione (con lo spettacolare sventolio del testo costituzionale in cerimonie ufficiali).
Il tutto contrastante con il principio di terzietà del giudice, principio secondo cui il giudice non solo dovrebbe essere terzo, ma così dovrebbe anche apparire.
E non può certo dirsi che “appaia” imparziale chi si affianca a una determinata parte politica accusando di nefandezze chi ha semplicemente idee diverse su come regolamentare la carriera e la disciplina dei magistrati.
E mentre infuria una campagna referendaria senza esclusione di colpi, l’ANM entra a gamba tesa anche nel procedimento di indizione delle operazioni di voto, proponendo una nuova, ultronea raccolta di firme per il referendum confermativo, al fine di differire la data delle consultazioni. Va male al T.A.R., che respinge il ricorso del Comitato, confermando le date del 22 e 23 marzo.
Ed ecco che in soccorso arriva la Corte di Cassazione, che dichiara ammissibile la “nuova” (“nuova” in che?) richiesta referendaria.
“Per caso”, del Collegio fanno parte magistrati impegnati nella campagna per il “no”, che si trovano a dichiarare “ammissibile” un referendum proposto da loro e/o dai loro compagni di squadra.
Alle rimostranze di chi riteneva quanto meno inopportuna la mancata astensione dei suddetti e nonostante una dichiarazione in tal senso provenisse dall’ex Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, l’ANM ha reagito con feroce difesa del magistrati che non si sono astenuti, parlando di “volgari attacchi” e di “insinuazioni” sulla mancata terzietà di tali giudici.
Ancora una volta, secondo l’ANM, il concetto di “terzietà” del giudice non è un principio da valere a prescindere, in ogni caso in cui sia ravvisabile un possibile inquinamento della genuinità della decisione del giudice, ma è un qualcosa che. come la “legge morale” di Immanuel Kant, ogni giudice porta “dentro di sé”
Ultima, ma solo in ordine di tempo, la vicenda dei finanziamenti all’ANM.
La richiesta del Ministero di trasmettere i nomi dei finanziatori, ai fini di verificare eventuali situazioni di incompatibilità, ha sollevato reazioni in cui, con l’immancabile riferimento al Ventennio, si strilla contro le “liste di proscrizione” nei confronti dei sostenitori del “no”.
Ahimè, nello smarrimento del principio di terzietà io, piccolo avvocato di provincia, sostenitore del sì, devo solo invocare il Cielo perché non mi trovi di fronte un giudice che sostiene il “no” dandomi dell’attentatore alla Costituzione e, soprattutto, che la mia controparte non sia un finanziatore dell’ANM senza possibilità di poter ricusare il giudice, stante il persistente anonimato.


