La lotta al precariato, contratti instabili, salari bassi, assenza di tutele che non colpiscono solo i giovani, ma intere fasce di lavoratori, rendendo difficile costruire un futuro dignitoso e pianificare la propria vita.
( nella foto in apertura la protesta del Coordinamento autonomo dipendenti enti pubblici ex lsu/lpu dinanzi la Cittadella regionale )
Promuovere lavoro di qualità: contratti stabili, retribuzioni adeguate, diritti garantiti, possibilità di crescita professionale.
Dopo i flashmob promossi a Catanzaro davanti alla Cittadella regionale, e a Roma in piazza Vidoni, il Coordinamento autonomo dipendenti enti pubblici che fa riferimento agli ex LsU/LpU della Calabria, composto da Romolo Cozza, Giovanni Conforti, Gino Pettinato, Giulio Pignataro, Oreste Valente, Gianvincenzo Petrassi e Giovanni Muto, ha convocato una nuova assemblea per fare il punto sulla vertenza che riguarda la rivendicazione di misure di legge per l’aumento delle attuali ore lavorative e il riconoscimento dei contributi previdenziali per il periodo antecedente alla stabilizzazione occupazionale.
A seguito dello stallo sia della politica che delle organizzazioni sindacali confederali, nonostante i vari appelli del coordinamento, la richiesta degli ex LsU/LpU è chiara: stabilità, diritti e dignità.
Il mondo della politica (e delle istituzioni) è chiamato a confrontarsi con una realtà che, soprattutto in Calabria, non può essere più ignorata.
Va approvato un D.L. per il riconoscimento dei contributi previdenziali dei lavoratori.
La proposta e quella di fare, un elenco per data di nascita di tutti i lavoratori, in modo da evitare una spesa enorme per la copertura finanziaria. Un esempio: sapere che nell’anno 2026 i nati nel 1959, che compiranno 67 anni, saranno 300 persone, quindi la spesa contributiva annuale sarà solo per coprire 300 persone.
E, così via per gli anni successivi. Una cosa semplice, lo Stato, non deve pensare, ma farlo.
Controlla attività private e non solo, per combattere il lavoro nero, ma lui stesso lo fa.
Sono, non solo i dipendenti pubblici più poveri della P.A. ma pure gli unici che non hanno gli stipendi da dipendenti pubblici, come quelli della regione, provincia e degli uffici decentrati dello Stato.
Una tragedia comica, lo Stato che fa lavorare in nero i suoi dipendenti.
Le pensioni, prossime, saranno meno di quelle sociali. Una lavoratrice andata in pensione dopo 34 anni di lavoro a dicembre 2025, in un comune della provincia di Cosenza, prenderà 785,00 euro di pensione.
E, poi la seconda richiesta, ripristinare l’accordo quadro del 14 marzo 2022, unilateralmente, cancellato da regione e sindacati per deviarlo su altri precari.
L’accordo prevedeva relativamente al trattamento economico del personale ex Lsu ed Lpu stabilizzato ex legge 147/2013, che il fondo regionale, per come storicizzato, a partire dal 2022, doveva produrre un contributo pro-capite agli Enti utilizzatori avente natura dinamica in conseguenza delle economie che si registravano a seguito delle fuoriuscite, per poi redistribuirlo su tutta la platea residua del bacino, per l’aumento delle ore ai lavoratori part-time e anche come salvadanaio per coprire i contributi previdenziali.
Domani, il coordinamento, comunicherà le prossime iniziative che si prevedono continue ed eclatanti.
Coordinamento Autonomo Dipendenti Pubblici ( ex lsu/lpu )


