Questa sera Lunedì 23 novembre alle 21:00 su Calabria News 24( dalla pagina facebook Calabria News 24) non perdere la diretta di Pagine di R-Esistenza su la #mafia del #tirreno e le condanne del #processo tela del ragno. Con Giancarlo Costabile e Gianfranco Bonofiglio interverrà anche il Magistrato Eugenio Facciolla. #paginediresistenza #calabrianews24.

Il Presidente nazionale dell'Unicef, Francesco Samengo, non è più con noi. Nato a Cassano allo Ionio in provincia di Cosenza, 81 anni, da tempo viveva a Roma. Ricoverato allo Spallanzani per complicanze dovute al Covid-19 si è spento un uomo che ha sempre ricoperto incarichi prestigiosi e di rilievo.

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Che la sanità in Calabria sia disastrata da anni d anni non vi è dubbio alcuno ed è oramai fatto assodato per tutti, ma che a questo si aggiungesse anche la sfortuna di avere nell'importantissimo ruolo di Commissario per la sanità un personaggio che ha dimostrato la sua palese inadeguatezza in una clamorosa intervista televisiva non era neanche immaginabile.

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Il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto legge "Misure urgenti per il rilancio del servizio sanitario della Regione Calabria". Ovviamente l'approvazione del decreto rappresenta anche una continuità del provvedimento emergenziale già emanato in precedenza ed implica il temporaneo mantenimento del ruolo di commissario ad acta dell'attuale commissario, Saverio Cotticelli e di tutti i commissari straordinari nominati dal Governo alla guida delle aziende sanitarie e delle Aziende Ospedaliere la cui funzione, come nel caso dell'Asp e dell'Azienda Ospedaliera, era scaduta al 31 ottobre scorso.

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Medici e anestesisti firmano un protocollo congiunto in cui si precisa che l'accesso alla terapia intensiva sarà privilegio di chi “potrà ottenere grazie ad essa un concreto, accettabile e duraturo beneficio”. Nel momento in cui i posti disponibili saranno inferiori ai pazienti necessitanti di cure bisognerà operare una scelta, che vada dall'età del soggetto al quadro clinico generale, oltre “lo stato funzionale pregresso, l’impatto sulla persona dei potenziali effetti collaterali delle cure intensive, la conoscenza di espressioni di volontà precedenti". Il documento è stato vergato dalla Federazione nazionale dei medici (Fnomceo) e dalla Società italiana di anestesia (Siaarti). Di questa situazione se n'era già parlato a marzo, quando lo stress sulle strutture cliniche aveva raggiunto i picchi di massima. Già allora vi furono molte critiche. Dovendo tuttavia – si precisa - "il medico sempre provvedere a porre in atto le valutazioni e l’assistenza necessaria affinché l'eventuale progressione della patologia risulti il meno dolorosa possibile e soprattutto sia salvaguardata la dignità della persona". C’è chi giudica queste misure come bestiali, nichiliste, che danno supremazia al concetto di razionalità e selezione della specie. In Svizzera lo scorso febbraio il Governo centrale aveva cercato di varare un protocollo drastico, tra scandali e polemiche in tutto il mondo, anche nella comunità medico-scientifica. Ad esempio in quel caso si decideva insindacabilmente che gli over 85 non potessero accedere alle terapie intensive, o gli over 75 con patologie gravi, o i giovani con aspettativa di vita inferiore ai 12 mesi, ecc. L’errore era voler mettere paletti incontrovertibili, che non tenessero conto dell'autonomia decisionale delle strutture sanitarie, dei medici, e dei comitati etici caso per caso. S’è vero che non si può trattare la razza umana come un codice a barre, è anche vero che – al netto di retorica e ipocrisia, con protocolli o leggi firmati o meno, una scelta con annesse responsabilità qualcuno deve pur farla. Se parliamo in termini circostanziali, non è giusto o sbagliato, ma dolorosamente necessario. Avendo dieci bicchieri d'acqua e mille assetati, dovrò necessariamente orientare le mie scelte con il criterio delle “possibilità di sopravvivenza”. Il punto dolente semmai, la vera denuncia che andrebbe fatta è: “Perché abbiamo creato una simile situazione?” Già, i drammi del nostro Servizio Sanitario Nazionale partono da lontano e sono figli di oltre vent’anni di spending review. Prendiamo i posti letto di terapia intensiva, nel 2012 l’Italia ne aveva 12,5 ogni 100mila abitanti (Belgio 15,9; Austria 21,8; Germania 29,2), a febbraio 2020 siamo scesi a 8,58 ogni 100mila abitanti. Secondo i dati Istat nel 2016 per la Sanità abbiamo speso 1.844 euro ad abitante, la Francia 3.201 euro, la Germania 3.605 euro, l’Inghilterra 2.857 euro. Nel 2019 l’OCSE afferma che il Bel Paese è sotto la media sia per la spesa sanitaria totale, che per l’investimento pubblico (6,5% del PIL nel 2017), facendo meglio solo di Spagna, Portogallo, Grecia. E con tutti i limiti, abbiamo comunque la quarta migliore aspettativa di vita dell’area, grazie alla prevenzione primaria, gli stili di vita sani, la qualità dell’alimentazione, ecc. Dal 2010 al 2019, denuncia la Fondazione Gimbe, sono stati tagliati 37 miliardi di euro alla Sanità. Con finanziamenti che sono cresciuti meno del fabbisogno e comunque dello 0,9% annuo, a fronte di una inflazione media dell’1,07%. Questo significa che in termini reali, di spesa, s’è ridotta e non aumentata la capacità. Dal 1998 in poi sono calati costantemente i posti letto nelle strutture pubbliche con un incremento dei privati convenzionati, che pero alcuni servizi (come l’intensiva) non li garantiscono. Così siamo passati dai 5,8 posti letto ogni mille abitanti (per la degenza ordinaria), ai 4,3 ogni mille abitanti del 2007, per concludere amaramente con i 3,6 ogni mille abitanti nel 2017. La media europea è di 5 posti letto ogni mille abitanti. Nel 1980 avevamo 922 posti per malati acuti ogni centomila abitanti, oggi siamo arrivati a 275. Al di sotto di Paesi come la Serbia, la Slovacchia, Bulgaria e Grecia. Ultima nota scottante, gli operatori sanitari. Tra il 2009 e il 2017 abbiamo perso oltre 8mila medici e 13mila infermieri. A proposito di infermieri, siamo molto al di sotto della media europea (5,8 ogni mille abitanti a fronte degli 8,5 UE). Restiamo sopra la media per i medici, con un calo però di quelli di famiglia e che esercitano nel pubblico. Tutto questo per dire che forse i lockdown serrati e continui a cui ci stanno sottoponendo servono a salvare prima il SSN, e poi le vite umane. Se davvero abbiamo percentuali quasi assolute di asintomatici, è la gestione – il panico – e il voler tracciare chiunque contragga il virus pur non avendo sintomi, ad avere mandato in tilt il sistema. Non abbiamo le strutture, gli operatori, i mezzi, i dispositivi, per un’operazione di tale portata. Con molti virologi perfino contrari, sia sugli allarmismi, sia su questo irrazionale fomentare la paura. Abbiamo generato la “corsa agli sportelli”, con i pronto soccorso al posto delle banche. Ovvio che gli ospedali vadano in default. Il Coronavirus ha tolto il velo a una fragilità endemica, consolidata, che abbiamo costruito negli anni. Solo tornando a investire seriamente su Salute, benessere e assistenza, potremo tutelarci – oggi e in futuro – dai pericoli del domani.

 
Articolo scritto da Andrea Lorusso
Fonte: www.affaritaliani.it

"La Calabria è una nuova e importante Terra dei Fuochi". l'ennesimo grido d'allarme nei confronti di una pratica da sempre utilizzata dalla 'ndrangheta, la gestione illecita dei rifiuti. Allarma lanciato con coraggio dal Marica Brucci, sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Lamezia Terme, nell'ambito di un suo intervento al Forum Internazionale Polieco sull'economia dei rifiuti a Napoli. In realtà tante sono state le indagini giudiziarie sin dai lontanissimi anni '80 che dimostrano in modo inequivocabile di come la 'ndrangheta che controlla il territorio abbia sotterrato in tante zone della nostra regione rifiuti pericolosi e non ed abbia creato negli anni tante bombe ecologiche. In realtà essendo avvenuto in Calabria dove l'omertà regna diffusa ed il controllo del territorio è capillare tanti allarmi, tante denunce e tante indagini non hanno mai risolto nulla. Ma in un territorio consegnato alle mafie, alla borghesia mafiosa e alla corruzione tutto ciò era ed è inevitabile. L'interramento abusivo e criminale dei rifiuti è una delle tante attività di lucro della più potente holding del mondo e frutta milioni e milioni di euro l'anno.  A raccontare del giro d’affari legati al controllo del traffico di rifiuti anche numerosi pentiti. Fra i tanti anche il pentito di Camorra, Francesco Schiavone, noto alle cronache per aver raccontato della Terra dei Fuochi controllata dal clan del casalesi ha sostenuto, in più occasioni, che anche in Calabria la ‘ndrangheta sin dagli anni ’70 ha utilizzato il territorio per seppellire tonnellate e tonnellate di rifiuti di ogni tipo. Ma in Calabria, essendo la terra dell’impunità e dell’omertà, non è accaduto alcunchè. Non esiste in Calabria un movimento popolare o di impegno civile come in Campania o in Sicilia. E Schiavone non è stato il primo pentito a parlare del traffico dei rifiuti. Ne parlò per anni anche Francesco Fonti, boss pentito di ‘ndrangheta. E Francesco Fonti il 5 dicembre del 2012 ha lasciato la sua vita terrena colpito da un male incurabile dopo aver trascorso gli ultimi diciotto anni della sua esistenza da collaboratore di giustizia. Ma chi è stato realmente Francesco Fonti. Un vero boss della ‘ndrangheta prima ed un pentito scomodo dopo, oppure un uomo che ha sempre cercato da dare di sé una visione diversa millantando credito e romanzando la sua vita cercando di farsi accreditare per quello che in realtà non era. E fra le due tesi quella che ebbe la meglio fu quella di essere considerato poco credibile. Eppure a leggere il libro autobiografico, “Io, Francesco Fonti, pentito di ‘ndrangheta e la mia nave dei veleni” edito dalla “Falco Editore” nell'ottobre del 2009 non sembra poi essere del tutto inattendibile. Inoltre da quando, e precisamente dal 23 maggio 2014, alcuni documenti coperti da segreto di Stato relativi alle indagini sulla morte di Ilaria Alpi e sul presunto traffico internazionale di rifiuti sono stati desecretati su decisione del Consiglio dei Ministri, non sembra affatto che in alcuni di questi il collaboratore di giustizia Francesco Fonti venisse ritenuto completamente inaffidabile per come poi invece è stato giudicato nell’ambito processuale. Fonti collezionò, fra l'altro, anche tre condanne per calunnia nei confronti di diversi magistrati. E nelle sue dichiarazioni Francesco Fonti non risparmia nessuno. Racconta di cene romane con esponenti importanti dei servizi segreti, di incontri con importanti personaggi della Prima Repubblica.  Si tratta ovviamente del periodo nel quale Francesco Fonti frequentava Roma e girava l'Italia per lungo e per largo. Si tratta degli anni ’70 ed anni ’80 considerando che, condannato a 50 anni di reclusione, diviene collaboratore di giustizia nel 1994, quando aveva soli 46 anni, e quando nella gerarchia ‘ndranghetista aveva raggiunto il grado di “Vangelista”. Francesco Fonti nasce a Bovalino il 22 febbraio 1948. “Avevo meno di vent’anni, ma nel Sud questa età è quella buona per essere affiliato”, “Venni mandato a Torino per farmi le ossa” racconta Fonti di se stesso. E nel suo libro racconta anche della sua esperienza vissuta nel cosentino, della sua permanenza a Rossano Calabro dove acquistò una villa e dove espletò l'attività di commerciante nel settore dell’arredamento, del contrasto poi risolto con Peppino Cirillo, in quel tempo boss della sibaritide. Il racconto della sua vita prosegue con l'arresto nel 1985 nel carcere di Vibo dove Fonti conosce Franco Pino, il boss dagli occhi di ghiaccio. Sempre nel 1985 Fonti nel carcere di Vibo partecipa alla veglia funebre in onore di Paolo De Stefano, ucciso nella guerra di ‘ndrangheta reggina il 13 ottobre 1985. Racconta anche della sua esperienza carceraria vissuta all'interno del carcere di Via Popilia a Cosenza. Del suo ingresso nella “Santa”, l'organizzazione di vertice della ‘ndrangheta ai quali componenti è permesso di avere contatti con esponenti deviati dello Stato, del suo rapporto per anni con uomini dei servizi segreti, con potenti personaggi della mafia siciliana. Ma la sua credibilità subisce un duro colpo quando il Ministero dell'Ambiente accerta che il relitto antistante il mare di Cetraro non è la nave “Cunsky” che, per le dichiarazioni di Fonti, venne fatta affondare con il suo carico tossico, bensì quello del Piroscafo “Catania” affondato durante l'ultima guerra. Vi è chi pensa che la storia delle navi dei veleni sia uno di quei misteri all'italiana che tali rimarranno per sempre nonostante la desecretazione degli atti coperti dal cosiddetto segreto di Stato. Una storia, quella delle navi dei veleni, sulla quale sono stati scritti fiumi e fiumi d'inchiostro, sulla quale sono stati pubblicati numerosi libri con diversa fortuna editoriale. Così come mai si saprà con certezza se Francesco Fonti raccontò da pentito una verità vera ma scomoda oppure Francesco Fonti, nel suo paese detto Ciccillo, nel suo memoriale di 49 pagine del 2003 consegnato a Enzo Macrì della Procura nazionale Antimafia nel quale si racconta delle tante navi affondate nel Mediterraneo, si avventurò nel fantasticare fatti non veri per darsi un ruolo che non ha mai avuto. Anche questo rimarrà un mistero come rimarrà un mistero su cosa cercassero coloro i quali hanno saccheggiato la sua modesta abitazione assegnatagli nell'ambito del regime di protezione e collocata segretamente in un centro assistenziale di una provincia del Nord Italia pochi giorni dopo la sua morte.

Gianfranco Bonofiglio


 

Il Procuratore capo della Procura della Repubblica di Catanzaro, dott. Nicola Gratteri, ospite al Salone della Giustizia a Roma, nel suo seguitissimo intervento ha sostenuto che "anche nella magistratura vi sono magistrati corrotti e collusi". Una dichiarazione forte, coraggiosa, che impone serie riflessioni nell'ambito del sistema giustizia. "Vi è un problema corruzione ma conosco migliaia di magistrati e la loro serietà, soprattutto di quelli che non si vedono in tv e non hanno notorietà. I magistrati italiani sono quelli che lavorano di più in Europa. Sarebbe ingrato parlare di un sistema, però ci sono corrotti, collusi. Abbiamo visto di recente dei magistrati arrestati - ha affermato Nicola Gratteri - che aprivano buste e contavano i soldi: il problema c'è e i magistrati sono uomini di questa società, non marziani. Spero che chi decide di fare questo lavoro così delicato lo faccia per amore. Eppure lavoriamo bene e guadagnamo bene, il resto si chiama ingordigia".  "Dobbiamo essere feroci - ha rimarcato Nicola Gratteri - nei confronti di questi magistrati che commettono reati e ricevono soldi e regali. Molti avvocati sanno che esiste questo fenomeno e mi auguro che ci siano coloro che non sopportino e denuncino il fatto che colleghi riescano ad ottenere cause o assoluzioni perché hanno i canali per pagare. Gli avvocati sono i primi a sapere quello che accade dietro le quinte di un processo". Più volte è stato affrontato il tema scottante della corruzione nel mondo della magistratura e non sono stati pochi i casi di corruzioni accertate ma sicuramente le dure parole espresse con coraggio dal Procuratore Gratteri evidenziano come esista un fenomeno di corruzione nell'ambito della magistratura che costituisce una forte ferita alla credibilità dell'azione giudiziaria. In alcun Procure calabresi storicamente si è sempre sottovoce discusso della presenza di magistrati che probabilmente corrotti hanno garantito negli anni una forte impunità a tanti colletti bianchi e politici che provenienti da ceti popolari poveri in pochi anni hanno costruito fortune economiche immense sulle quali mai nessuno ha indagato. E' necessario che la parte pulita della magistratura possa impegnarsi con forza per arginare quella parte corrotta che per fin troppo tempo ha impedito la possibilità di far luce nel mondo oscuro del terzo livello e delle coperture altolocate che hanno garantito alla 'ndrangheta e alla corruzione una crescita illimitata ed una totale impunità. E' giunta l'ora di voltare pagina e di supportare l'azione forte ed incisiva del Procuratore capo Nicola Gratteri, punto di riferimento della Calabria onesta che vuole cambiare.

Redazione



 

Editoriale del Direttore (2)