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Sabato, 29 Dicembre 2018 09:12

L'omicidio di Marcello Bruzzese a Pesaro ripropone la questione dei pentiti e della protezione dei loro familiari

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La crescita continua dei cosiddetti pentiti delle mafie che attanagliano il nostro Paese pone un problema enorme nell'ottica della protezione degli stessi e dei loro familiari. L'omicidio di Marcello Bruzzese consumato a Pesaro probabilmente ad opera di sicari della 'ndrangheta provenienti dalla Calabria per vendetta nei confronti del fratello Girolamo Bruzzese che decise di pentirsi nel 2003 ripropone platealmente la questione della sicurezza di un popolo che ha superato le 6.000 unità fra collaboratori e familiari. Ben 1.319 i collaboratori di giustizia e 4.927 i familiari in regime di protezione per un totale di 6.246 unità. Un vero esercito che costa allo Stato almeno 100 milioni di euro l'anno fra stipendi, sanità, viaggi, avvocati e abitazioni.

E non è stato certamente il primo familiare di un pentito che per vendetta e per monito a chi vorrebbe pentirsi è caduto sotto una grandine di piombo. Basti ricordare il tributo di sangue pagato dai familiari del pentito più famoso, Tommaso Buscetta, il boss dei due mondi, che con le sue rilevazioni consenti al giudice Giovanni Falcone di imbastire il maxiprocesso di Palermo che rimane nella storia come la pietra miliare della lotta alla mafia siciliana. Tanti sono anche i pentiti che hanno esaurito il loro contributo nella lotta alle mafie e che, dopo aver ottenuto una liquidazione da parte dello Stato, sono usciti definitivamente dal programma di protezione. E ciò vale soprattutto per i pentiti storici cioè quelli che si sono pentiti negli anni '90.

Quella prima generazione di pentiti che consentì allo Stato di raggiungere notevoli traguardi nella lotta alla Camorra, alla mafia e alla 'ndrangheta. Peso che non venne più raggiunto dagli altri pentiti degli anni successivi. Il "sistema" che garantisce la tutela dei pentiti e dei loro familiari è coordinato dal Servizio Centrale di Protezione della Polizia di Stato che cura l'assistenza, le nuove identità, le nuove abitazioni e spesso anche nuovi lavori. Sono sparsi in tutta Italia ma maggiormente nei luoghi a minore presenza criminale quindi nelle Regioni del Nord e in alcune Regioni del centro Italia con minore incidenza criminale sul territorio. Il record del maggior numero di familiari protetti spetta al boss di Cosa Nostra, Francesco Marino Mannoia, con circa venti familiari.

Il maggior numero di pentiti proviene dalla Camorra napoletana con circa 600 pentiti in regime di protezione, segue Cosa Nostra con circa 300 e poi la 'ndrangheta con circa 200, un numero irrisorio per il potere dell'organizzazione più forte del mondo radicata ovunque. Ma l'esiguo numero di pentiti della potente organizzazione criminale calabrese si spiega con la struttura fortemente familiarizzata della 'ndrangheta stessa. Pentirsi nella 'ndragheta significa accusare i propri familiari e quindi rappresenta una scelta più difficile da compiere rispetto alla Camorra o rispetto Cosa Nostra. Certamente l'omicidio di Bruzzese pone degli interrogativi sul funzionamento dei regimi di protezione ed impone dei momenti di riflessione e di maggiore attenzione su un fenomeno comunque fortemente complesso.

Ma nessuno può mettere in dubbio che il pentitismo voluto fortemente da giudici come Falcone e Borsellino che hanno immolato la loro vita nella lotta a Cosa Nostra abbia comunque indebolito le organizzazioni criminali ed abbia rappresentato, anche se con luci ed ombre, uno strumento formidabile per poter far luce su tanti delitti che senza la giurisdizione sulla figura del collaboratore di giustizia sarebbero rimasti insoluti. Così come tante dinamiche ed evoluzioni dei sistemi criminali sarebbero rimasti ancora fenomeni sconosciuti. E come tutte le situazioni complesse anche nella gestione del pentitismo si sono registrati non solo vittorie ma anche clamorose sconfitte e notevoli ingiustizie.


Redazione

 

 

 

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