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Domenica, 22 Luglio 2018 22:36

Cadavere murato: caccia ai complici del killer

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Una confessione che non regge. Il tentativo di "coprire" i complici del delitto. Personaggi "che fanno paura", balordi con legami profondi anche nel mondo della criminalità organizzata calabrese. Uno scenario ancora tutto da chiarire, farcito di nomi e cognomi di famiglie storiche del narcotraffico. Non è finita l’indagine sull’omicidio del comasco Antonio Deiana, trovato sepolto sotto a una colata di cemento nel palazzo di via Lanfranco della Pila 12 a Cinisello dove viveva il suo assassino Luca Sanfilippo, 47 anni, detto "Buma".

Un killer reo confesso rinchiuso nel carcere di Monza con l’accusa di omicidio volontario aggravato (dai futili motivi) e soppressione di cadavere. Ma per gli investigatori è improbabile che il 47enne, con precedenti per droga, abbia fatto tutto da solo. La sua confessione, benché in linea con i riscontri coordinati dal procuratore di Monza Luisa Zanetti conterrebbe inesattezze e contraddizioni tali da far pensare che Sanfilippo stia coprendo complici e mandanti.

Tra i misteri anche la fine della moto Kawasaki 750 nera con la quale la vittima era arrivata a Cinisello il 20 luglio 2012, giorno della scomparsa e del delitto. La moto non si trova. L’assassino nella sua lunga confessione ha detto di non sapere con quale mezzo Deiana si arrivato a casa sua. Ma Antonella, sorella della vittima, è certa di aver visto il fratello uscire sulla Kawasaki. Per gli investigatori è probabile che qualcuno, dopo il delitto, abbia fatto sparire la moto. È evidente quindi come, oltre al 50enne indagato a piede libero, che ha aiutato l’omicida a bruciare gli abiti della vittima, ci siano altre persone coinvolte.

La sorella della vittima ha raccontato anche che Deiana era uscito di casa per incontrare alcuni calabresi ai quali avrebbe dovuto vendere una partita da 4 chili di cocaina: "Ma non era tranquillo, non voleva andare. Era titubante". Il sospetto dei poliziotti delle squadre Mobili di Como e Milano, guidati rispettivamente da Sergio Papulino e Lorenzo Bucossi, è che il 36enne possa essere caduto in una trappola. Ma con chi doveva incontrarsi Deiana? Nella risposta a questa domanda c’è la chiave del delitto. La famiglia del killer è originaria di Mazzarino in provincia di Caltanissetta. E sono molti i mazzarinesi "di livello" presenti a Cinisello.

Ma nel giro dei Sanfilippo (altri due fratelli sono stati arrestati in passato per droga) ci sono anche rapporti con calabresi legati alle famiglie della ‘ndrangheta di Platì. "Personaggi di livello superiore". E sarebbe proprio questo il motivo della sua confessione "autoaccusatoria", senza coinvolgere altre persone nell’omicidio. Sul tavolo della polizia ci sono nomi e volti, L’inchiesta, quindi, è davvero solo all’inizio.

L’accelerata alle indagini su un mistero durato sei anni è arrivata tra il 9 e il 10 giugno scorso. Una "fonte" ha contattato un ispettore del commissariato Greco-Turro dicendo, con fare concitato, di dover raccontare una storia terribile. L’ispettore -uno dei migliori investigatori sulla piazza milanese, da anni una risorsa assoluta per le forze di polizia e profondo conoscitore della criminalità - ha ascoltato il suo racconto e subito, insieme al dirigente Angelo De Simone, ha fatto una prima verifica della "confessione". Poi - in una sinergia "straordinaria", come l’ha definita il procuratore Zanetti - la soffiata è stata condivisa con i colleghi della Mobile di Milano e Como, che già indagavano sulla sparizione di Deiana e sulle morti del fratello Salvatore e di Ernesto Albanese. Entrambi uccisi dagli uomini di Luciano Nocera, boss della ‘ndrangheta del Comasco e oggi (prezioso) collaboratore di giustizia.

Il resto è il racconto di un’indagine durata un mese e andata avanti senza sosta. Giovedì all’alba gli investigatori hanno perquisito la casa di Luca Sanfilippo, colui che veniva indicato dalla fonte come l’autore del delitto. Poche ore prima la polizia aveva interrogato il complice che lo aveva aiutato a disfarsi dei vestiti. A quel punto, ormai spalle al muro, il 47enne Sanfilippo ha ammesso tutto.

Il killer ha raccontato di aver conosciuto la vittima tempo prima in un bar della zona: "L’ho visto spacciare droga a un ragazzo, l’ho avvicinato. Mi portava cocaina, ma per uso personale. Quel giorno mi aveva detto che doveva fare una consegna a un’altra persona e se poteva usare la mia cantina. Quando siamo scesi ha aperto lo zaino e ha estratto quattro pacchi di cocaina. Mi ha chiesto un coltello per aprire due panetti da dare all’acquirente che non so chi sia, però. Io avevo bevuto e pippato, gli ho chiesto di farmene assaggiare un po’."

"Lui mi ha preso per un orecchio e strattonato. Gli ho tirato uno schiaffo e strappato dalle mani il coltello. L’ho colpito più volte, siamo scivolati sul sangue e l’ho ferito al fianco mentre eravamo a terra. Poi l’ho spogliato, ho preso vestiti, coltello e cellulare e li ho chiusi nello zaino che poi è stato bruciato. C’era una buca già in parte scavata per un pozzetto di scolo. Ho preso pala e piccone e ho scavato ancora. Sono rimasto due giorni e due notti chiuso in cantina a scavare. Ho coperto il cadavere di calce, per coprire l’odore. Infine l’ho ricoperto. Soffro di cuore, tempo fa ho avuto un infarto. E, credetemi, speravo di morire per liberarmi da questo peso".

 

 

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