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Sabato, 28 Marzo 2020
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Oggi è il Giorno del ricordo: i massacri delle foibe e l'esodo dalmata-giuliano sono una pagina di Storia

Posted On Lunedì, 10 Febbraio 2020 09:59

Cosa significa il termine foibe? Le foibe sono delle cavità naturali presenti sul Carso. Il nome deriva dal dialetto giuliano, che a sua volta deriva dal latino fovea, cioè fossa o cava. Storicamente, però, il nome foiba evoca ricordi terribili, riconducibili a due diversi momenti, uno durante la Seconda guerra mondiale e l’altro nell’immediato dopoguerra, quando le foibe divennero teatro di vere e proprie esecuzioni di massa: i partigiani comunisti del maresciallo Tito vi gettarono migliaia di persone, colpevoli di essere italiani.

La crudeltà con la quale queste uccisioni avvenivano è paragonabile soltanto allo scempio perpetrato dai nazisti sugli ebrei e su tutte le vittime dei campi di sterminio. La ‘tecnica’ utilizzata per uccidere è terribile: i condannati a morte venivano legati l’uno all’altro con un lungo fil di ferro stretto intorno ai polsi; una volta schierati sugli argini delle foibe, veniva aperto il fuoco su di loro con i colpi dei mitra che li trapassavano da parte a parte.

Non si sparava su tutto il gruppo, ma soltanto sui primi tre o quattro della catena; questi, precipitando ormai senza vita nelle foibe, trascinavano con sé gli altri condannati ai quali erano stati legati. Alcuni sopravvivevano per giorni, tra atroci sofferenze e con accanto gli altri cadaveri. L’eccidio della foibe, come dicevamo, ebbe modo di ripetersi per due volte, con dinamiche e modalità differenti: dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, quando riguardò principalmente l’Istria, e con la presa di potere da parte dei partigiani e dell’Esercito Popolare Jugoslavo nel maggio del 1945.

Nel ’43 in Istria e in Dalmazia i partigiani jugoslavi di Tito si vendicarono dei fascisti che tra il primo e il secondo conflitto mondiale avevano dominato in questi territori con estrema durezza, imponendo un’italianizzazione forzata e sottomettendo le popolazioni slave locali. Tutti gli italiani non comunisti vennero considerati nemici del popolo. In questa prima fase morirono circa mille persone. Verso la fine della Guerra l’esercito jugoslavo occupò Trieste, riconquistando i territori che dopo il primo conflitto mondiale erano stati negati alla Jugoslavia.

Migliaia di italiani che risiedevano tra Istria, Fiume e Dalmazia furono costretti a lasciare la loro terra, altri vennero barbaramente uccisi dai partigiani di Tito, che li gettavano nelle foibe o li deportavano nei campi sloveni e croati. Carabinieri, poliziotti e militari della guardia di finanza furono tra i primi ad essere infoibati. E la stessa fine fecero anche normali cittadini (a volte scelti dagli assassini comunisti per motivi personali) o anche i partigiani che non accettavano l’invasione jugoslava.

Il numero di morti nelle foibe non è certo: alcune fonti parlano di quattro o seimila mila morti; altre di diecimila; altre ancora fanno ammontare il numero totale di vittime in 20mila persone. Sapere il numero preciso, oggi, è impossibile: la paura che il Fascismo potesse tornare fece sì che questi scempi perpetrati dalla parte politica opposta fossero insabbiati negli anni successivi e lasciati cadere nell’oblio. Si iniziò a riparlarne solo decenni dopo, quando ormai era troppo tardi per avere dati certi.

Il sentimento anti-fascista era talmente estremo che in alcuni casi divenne odio e violenza, e portò ad atti simili in tutto e per tutto a quelli perpetrati dalle camicie nere. La disumanità delle foibe finì con la firma del trattato di pace di Parigi il 10 febbraio 1947. Le foibe, come i campi di concentramento nazisti, sono la prova che la violenza e l’intolleranza non hanno colore politico e portano ad una sola conclusione: morti innocenti e ingiustizie.

 

 

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