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Venerdì, 28 Febbraio 2020
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Permessi retribuiti ai docenti

Posted On Giovedì, 06 Febbraio 2020 08:13

La concessione dei permessi retribuiti agli insegnanti risale agli anni in cui i sindacati e il ministero della pubblica amministrazione maturarono un'evidente consapevolezza: l'impossibilità di svolgere legittime attività personali, eventualmente in orario di servizio, come già avveniva in altri settori professionali e lavorativi. Infatti la scuola era l'unico settore per cui ai dipendenti fosse impedito di utilizzare le ferie secondo le proprie esigenze. In assenza di malattie per la quale, ovviamente, i professori potevano inviare un certificato medico alle scuole di appartenenza era complicato effettuare una visita specialistica e bisognava far coincidere la necessità sanitaria con il giorno libero che normalmente, ma non obbligatoriamente, in ogni scuola veniva concesso come prassi, ma anche come benevola iniziativa del preside.

Risultava evidente che non sempre era possibile effettuare una visita nel giorno libero - magari al sabato - e i docenti erano costretti a barcamenarsi pur di trovare una soluzione, nonostante la possibile urgenza, dichiarando il falso e commettendo, evidentemente, un reato. Fra gli anni ottanta e novanta era sempre più frequente anche il desiderio di avere un tempo sociale da dedicare a se stessi, oltre la vacanze istituzionali. Insomma per sindacato e ministero fu saggia la necessità e la proposta che anche i docenti, come tutti gli altri lavoratori, avessero un autonomo spazio di libertà gestionale della propria vita, con il diritto a usufruire di giorni di ferie, aumentate nel tempo fino a nove, oltre l'obbligatorietà estiva.

D'altra parte, gli studiosi di psicologia e e sociologia dimostravano sempre più adeguatamente la relazione positiva fra felicità/soddisfazione per la propria vita e rendimento sul lavoro; il rapporto veniva confermato da presidi intelligenti, capaci di cogliere nel personale delle proprie scuole i segnali di un maggior profitto collettivo. Per fare un viaggio o godere di alcuni giorni di vacanza allo scopo di riprendersi, eventualmente, da un periodo di stress o dall'uso di psicofarmaci, nonché rendere di più sul lavoro, non sarebbe stato necessario commettere un reato o arrampicarsi sugli specchi per ottenere i vantaggi utilizzati in maniera distorta e illegale della famosa "Legga quadro 104/1992 per l'assistenza, l'integrazione sociale e i diritti delle persone con handicap".

Con lo spirito evoluto di andare incontro ai docenti allo scopo di migliorare la qualità professionale, piuttosto usurante, fu realizzato per la prima volta un contratto collettivo di lavoro che prevedeva la possibilità di usufruire a piacimento delle giornate di ferie, sottratte all'approvazione del preside. unico vincolo era la necessità di presentare autocertificazione, scevra da qualsiasi obbligatorietà. Fatte le dovute eccezioni, alcuni presidi - pochi, per la verità - i meno illuminati non accettarono di limitare la propria autorità e per una "virgola" in più nel testo legislativo ( facendo orecchie da mercanti e ignorando lo spirito per il quale la norma fosse nata) associarono la concessione dei pochi giorni di ferie, previste dal contratto collettivo di lavoro, la personale controllo e approvazione.

Anzi, i capi d'Istituto, pur di conservare il loro prestigio e potere - non persero il radicato vizio di educare alla devianza i propri docenti; accadeva soprattutto negli Istituti comprensivi dove ancora vige una gerarchia autoritaria tutta protesa a legittimare soprusi e ricatti dirigenziali, piuttosto che sottolineare in uno spirito di corpo e sentimento collettivo la necessità che i presidi osservino la norma senza prevaricare. Alla richiesta di usufruire di un giorno di permesso retribuito, ovvero ferie, molti capi d'Istituto - incuranti dello spirito con cui maturò la necessità di concedere permessi retribuiti ai docenti e dotati di mentalità feudale - abusando del proprio potere, negano il diritto dei professori che desiderano autocertificare onestamente la propria assenza.

I presidi, infatti, tendono a lasciar passare l'idea che la richiesta debba subire la loro censura e sia necessario discriminare i motivi addotti in autocertificazione; e così non accettano che tutti i loro sottoposti chiedano un giorno di ferie, a esempio, per andare al mare, portare il cane in visita presso il veterinario, fare un viaggio, seguire i figli in manifestazioni o gite, occuparsi di un congiunto, magari accompagnarlo al treno, o per qualsiasi altra attività, compresa "la stanchezza del giorno prima" che sono le motivazioni statistiche più diffuse. Il contratto collettivo prevede che un docente possa usufruire come e quando voglia dei suoi giorni di ferie, ma in casi del genere i presidi replicano in maniera diversa.

Se sono sfavorevolmente disposti, essi negano su tutta la linea; ma i docenti sono bene a conoscenza del sopruso ricevuto ed evitano di reagire per evitare di ricevere gli strali dei loro dirigenti, i quali, anch'essi sono consapevoli della "violenza" esercitata ma "godono", come sadici, nella certezza che i richiedenti intimoriti subiscano la loro volontà. Se, al contrario, provano simpatia verso i docenti, i presidi accettano di concedere qualsiasi permesso senza alcuna esitazione, come a esempio "accompagnare in gita i propri figli", che è una delle motivazioni più diffuse; ma se la simpatia è ridotta, pur di conservare la prerogativa al controllo, essi creano difficoltà invitando a modificare la richiesta, simile alla precedente, con altra per la quale sia possibile l'esibizione di documento giustificativo: tutto per la serie "due pesi, due misure".

Si osservano situazioni paradossali con un campionario di giustificazioni fasulle utili ai comici che desiderano ricavare sketches esilaranti. Pochi docenti non accettano di esibire falsi documenti, nonché illegittimi, rinunciando alla richiesta ed evitando di protestare o denunciare alla magistratura il grave comportamento dei presidi. Al contrario pur di non rinunciare al giorno di ferie, sebbene svincolato dalla volontà del capo d'Istituto, altri docenti accettano di modificare i documenti e di commettere reati dichiarando il falso, per non scontrarsi con i loro dirigenti. Nessuno ha interesse a chiedere perché mai i presidi perseverino nella loro devianza e a incardinare un processo, salvo trovarsi in casi paradossali di cui ogni tanto si ha traccia sulla stampa. Tutto questo accade soprattutto in Calabria dove vige una mentalità talmente mafiosa per la quale pur di non reagire nell'ottenere un diritto negato, i docenti accettano di trasformarlo in favore ricevuto. Mala tempora currunt da Reggio Calabria in su.


Redazione

 

 

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