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Lunedì, 27 Gennaio 2020
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9 gennaio 2020 - Esce il film di Gianni Amelio nel ventennale della scomparsa del leader socialista Bettino Craxi

Posted On Mercoledì, 08 Gennaio 2020 18:38

Domani, giovedì 9 gennaio esce il film “Hammamet“ di Gianni Amelio su Bettino Craxi. Dal 17 al 19 centinaia di appassionati di storia, simpatizzanti dell’ex Psi, nostalgici craxiani, osservatori, giornalisti saranno ad Hammamet per il ventennale della scomparsa del leader socialista. E tra i tanti libri in uscita, compreso quello di Bobo Craxi che apparirà per Feltrinelli più in là, dopo l’affollamento editoriale di queste settimane, spicca il volume di Andrea Spiri, storico e docente alla Luiss, che per Baldini e Castoldi pubblica “L’ultimo Craxi”: la più esaustiva monografia sul periodo di Hammamet, ricca di documenti inediti custoditi alla Fondazione Craxi. Un libro che comprende scene come questa. Craxi che accartoccia la lettera che gli scrisse Giuliano Amato, uno dei grandi beneficiari di Bettino, per informarlo sulle trattative per farlo tornare in Italia e dice: "Amato si sta rivelando il peggiore di tutti".

Il trasformista Pierfrancesco Favino interpreta l'ex presidente del Partito Socialista: "ll film descrive l'agonia di un uomo che ha perso il potere e va verso la morte. Ho tentato di alzare lo sguardo oltre la cronaca." L'esilio tunisino di Bettino Craxi, che si chiama solo presidente, tra piatti di pasta proibiti, scatti d'ira, ironia tagliente, considerazioni politiche, rimpianti, un 'Garibaldi fu ferito' canticchiato sul divano sdraio del cortile della sua casa di Hammamet. "I nomi non si fanno perché si conoscono, nei miei film raramente metto nomi, alcuni personaggi sono un insieme di diverse persone del partito. I nomi sono troppo ovvi e poi io ho cercato di non fare cronaca, ho tentato di alzare lo sguardo oltre la cronaca. La figlia si chiama Anita per Anita Garibaldi, perché Bettino Craxi venerava Giuseppe Garibaldi", dice Amelio.

Della vita politica si vede soltanto una sequenza iniziale, prima dei titoli di testa, è il discorso conclusivo del quarantacinquesimo congresso del partito tra garofani, prime pagine dell'Avanti!, ovazioni dei compagni di partito e una votazione "a proporzioni bulgare". Tra loro si fa largo Vincenzo, Giuseppe Cederna, ex operaio, amico, dirigente che vuole offrire le sue dimissioni, che mette in guardia il presidente: "Ogni notte entrano nel mio ufficio e frugano fra le carte" ma il presidente non se ne cura. Tutto il resto del film sarà ambientato in Tunisia, la malattia, lo stretto rapporto con la figlia Anita (Livia Rossi), il più tormentato rapporto con il figlio (Alberto Paradossi), i giudici che lo condannano, i turisti che lo incrociano in spiaggia e lo insultano, i vecchi amici che vengono a Hammamet per incontrarlo, il vecchio rivale politico (Renato Carpentieri), l'amante (Claudia Gerini) e poi un personaggio misterioso, onirico, un ragazzo, Fausto, che ha una missione segreta (Luca Filippi).

"Ci sono personaggi che mettono in moto una storia, io avevo bisogno di un antagonista. Per questo ho scelto di inserire questo personaggio di figlio che ricorda il figlio di Colpire al cuore (il film di Amelio del 1983, ndr), là c'era il terrorismo, qui le sentenze passate in giudicato, nodi da sciogliere, si cerca un colpevole e c'è qualcuno che vuole chiarezza. Non l'ha avuta interrogando il padre e quindi lo cerca nell'uomo che ha dato il via a tutto. L'ingresso rocambolesco di Fausto nella vita del presidente innesca il conflitto, il loro è quasi un duello".

Il film è nato quasi per caso nella mente di Amelio, che non è mai stato socialista né craxiano dice: "Con i produttori del film La tenerezza, Agostino e Mariagrazia Saccà, un giorno sono stato a pranzo. Agostino ha un pallino: fare, un giorno, un film su Cavour; mi offre quello e mi dice di aver avuto un rapporto intenso con la figlia. Lì mi scatta la lampadina: 'Perché scomodare Cavour, perché non parliamo di Craxi e di sua figlia?'. L'ho buttata lì per liberarmi di Cavour. Poi l'ho preso sul serio e ho voluto raccontare la storia di Craxi che è un grande rimosso degli ultimi vent'anni. Su di lui è caduto un silenzio assordante, ingiusto. Si possono esprimere opinioni contrarie in modo non fazioso, a me non interessava raccontare Bettino Craxi degli anni Ottanta, io non l'ho mai visto come una star, ma come un politico negli ultimi sei o sette mesi della sua vita. Il film descrive la lunga agonia di un uomo che ha perso il potere e va verso la morte. Il passato ritorna in questo eremo tra gli ulivi delle colline tunisine dove non si è messo in salvo ma coltiva rimorsi, rimpianti e rabbia. Un uomo macerato fino all'autodistruzione".

Applausi per l'incredibile interpretazione di Favino che, dopo Buscetta di Bellocchio, consegna qui un altro lavoro di mimesi che va ben oltre al lavoro di make up. "Neanche con tutto il trucco necessario mi presto a fare la figlia di Cavour, non la faccio nemmeno col prostetico", scherza l'attore. "Noi ci siamo serviti del trucco ma lo abbiamo anche combattuto perché può diventare una trappola: io vedo l'attore e non il trucco", dice Amelio. Gli fa eco Favino: "Però spesso è il trucco che ti dà la chiave, abbiamo lavorato insieme per tanto tempo con i truccatori per fare in modo che potessimo scordarci del trucco. Io ricordo che in queste cinque e ora e mezza quotidiane avevamo un rituale: quando aggiungevamo le sopraccigilia e poi gli occhiali arrivava il momento. Come nel teatro giapponese si passa il ponte attraverso l'oblio di sé, era come se quell'ultimo gesto fosse una porta. Probabilmente se non ci fosse stata quella porta non avrei avuto il pudore di toccare il personaggio perché, come dicevano i maestri in accademia, la maschera è realtà".

"Di Craxi conoscevo l'uomo politico, la vicenda giudiziaria - prosegue Favino - non conoscevo l'uomo e il suo privato, quello è stato l'oggetto del mio lavoro. Io ho visto tutte le registrazioni video che ho potuto, molto mi ha dato Gianni, altro ho trovato io. Ho cercato tanto dell'ultimo periodo ma anche quello che veniva prima, per capire cosa era cambiato, vederlo marciare nel pieno delle sue forze e poi zoppicante nella casa di Hammamet".

Amelio sa che il film tocca un tema delicato e un nervo ancora scoperto, si infiamma per dire che il film non è assolutamente un attacco a Mani pulite e che chi lo ha visto capisce perfettamente che certi discorsi sono virgolettati: "Avrei fatto un falso storico se gli avessi fatto dire cose diverse. Per me Craxi non è né esule né latitante perché latitante è qualcuno che viene cercato dalla legge che non sa dove si trova. Di Craxi si sapeva tutto, anche il numero di telefono, i cantanti lo andavano a trovare, i giornalisti lo intervistavano. Il suo non è neanche un esilio, forse il termine giusto è 'contumacia', che si dice di qualcuno che non si presenta in tribunale. I giudici non sono andati da lui in Tunisia, se avessero fatto il processo là sarebbe stato inultile. Ci si aspettava che lui si presentasse davanti ai giudici, il collega democristiano glielo propone: è giusto abbassare la testa per rialzarla. L'orgoglio che Craxi aveva lo ha portato a quella fine, la sua ostinazione nel credersi nel giusto: voleva essere giudicato in Parlamento e non in Tribunale. Il film pone domande e non dà risposte".

Quando si chiede ad Amelio del rapporto con la famiglia Craxi (che ha concesso la casa di Hammamet per girare il film dopo che la produzione non ne aveva trovate altre uguali), il regista spiega: "Prima di tutto ho voluto incontrare la vedova Anna Craxi. Con lei ci siamo intesi subito, è una cinefila quindi invece di parlare di politica abbiamo parlato di cinema. È appassionata di western di Anthony Mann, nel film c'è un omaggio a questa sua passione. Il dialogo con lei è stato aperto, poi ho conosciuto Stefania Craxi, molto impegnata nella volontà di tenere fermo il timone in una certa direzione affinché il nome del padre non sia bruciato, dimenticato come è successo e sta succedendo da decenni, Bobo lo conosco di meno ma scrivendo molto, dando molte interviste paradossalmente conosco meglio il suo pensiero che quello degli altri".

"All'epoca di Craxi si vedeva il tg e si leggevano i giornali con la netta sensazione che chi occupava quel ruolo stava lì con una preparazione specifica - racconta Favino - ricordo che i miei genitori avevano stima per chi era in una posizione di quel tipo. Vedendo i discorsi parlamentari di tutti i politici di allora si percepiva la ricchezza del linguaggio, la consapevolezza dello scambio, me lo ricordo quel periodo. In quel momento, quella generazione ha usato la parola 'noi' per parlare di un'area e un'idea, dopo è intervenuta la parola 'io'. Non bastano sei mesi di libri per parlare di politica, io ho scelto di dire cosa penso attraverso quello che faccio: con il mio mestiere dico la mia opinione sul mondo".

Del film su Bettino Craxi, parla il figlio Bobo: “Nella pellicola pare un romanzo. Ma quella di mio padre è una storia finita male. Ho litigato con il regista Amelio perché l'elemento romanzato prevale su quello politico. Ma in certe pose Favino è in stato di grazia."

 

 

 

 

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