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Lunedì, 30 Marzo 2020
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La memoria non si può dimenticare. È della vita.

Posted On Domenica, 15 Dicembre 2019 09:23

Cinquant’anni sono tanti, troppi, anche a scriverlo la parola è lunga e pesante. Nella stanza della memoria è già tutto pieno, la data del 12 dicembre 1969 bisogna andare a scovarla nell’angolo in fondo e il ragazzo che deve andare lungo il corridoio della storia per prenderla ci si perde e si distrae, nemmeno ha tempo per farlo. Le urgenze sono tante, non c’è più tempo per andare indietro nel tempo. Le cose però cambiano nei mezzi e nelle forme, la sostanza è la stessa. Gli omicidi di Falcone e Borsellino sono su quella stessa via dell’archivio storico, così come le tante stragi di questo Paese. Magari non ci saranno, ci si augura almeno, altre bombe ancora, perché le piazze sono diverse, sono quelle digitali, i depistaggi, le interferenze, le manipolazioni avvengono in rete, sono in linea.

La faccia del Paese è cambiata, il colore è diverso. Le classi sociali di un tempo sono diventate classi di colore della pelle, la magrezza è la stessa. Sono rimasto incredulo, e ancora non voglio crederci. Ieri, in carcere, parlando dell’infanzia ho sentito storie che pensavo fossero del dopoguerra. Antonio dice che da bambino dormiva nel cassetto del mobile, erano in tanti, la famiglia numerosa. Antonio ha cinquant’anni. È nato in quell’anno. Gli hanno fatto eco le voci degli altri, con storie simili. Raccontano il “disagio”, si dice. Ma “disagio” è una parola che non significa nascondiglio, non dice niente. È la sofferenza. Il dispiacere. La rabbia. I rioni operai delle periferie di quel tempo si sono trasformate in fabbriche di droga. Se non ci fosse un tale mercato, sarebbe un fiume di gente a straripare e invadere le strade della città. La droga ha sempre avuto questa funzione, abbattere la deriva del “disagio”, fare da “ammortizzatore” sociale, neutralizzare, stonare.

La memoria si è stonata. È scordata, non risuona. Disseminata, la memoria è “linkata”. Non bisogna pensarla come un contenitore che quando è pieno bisogna che venga svuotato. Ogni generazione viene dopo quel che altri hanno vissuto. Quanto si può anche apprendere dai libri resta là come un racconto al quale non si è partecipato. Me lo dicevano allora, in quegli anni, quando andavo al liceo, chi mi raccontava della guerra sempre chiudeva dicendo “non puoi capire dai liberi, bisogna averlo vissuto”. Chi oggi ha cinquant’anni quel giorno del 12 dicembre del ’69, non c’era ancora.

E cinquant’anni sono una vita, ha altro da ricordare. Ha la memoria piena. E chi ha dieci, venti anni adesso, trenta, quaranta, sa per sentito dire e non vuole nemmeno sentirne parlare. Così si avverte di essere fuori del tempo presente, di un altro tempo. È proprio della memoria trattenere quel che si porta come proprio vissuto. Quel che non lo è stato è di chi non c’è o che sta fuori l’onda del presente. Ed io capisco solo adesso che scordare non è dimenticare. Capisco che bisogna avere una buona memoria per dimenticare senza scordarsi mai.

La memoria non è una scatola da riempire, ma uno strumento che risuona e che si scorda, uno strumento da accordare, su quello che accade perché non ci si scordi. La memoria è una stanza interiore. È la stanza del pensare. Quella della rispondenza al "proprio tempo appreso con il pensiero", mi suggerisce il filosofo. Ognuno deve rispondere del “proprio”, deve apprenderlo con il pensiero. Quando però il tempo è proprio? Per chi non lo apprende questo tempo è di altri, sarà pure della storia, ma non di quella propria. Antonio che adesso è in carcere e ha cinquant’anni e che da bambino dormiva in un cassetto e eravamo negli anni ’70, Antonio non può dire "proprio" il tempo della storia di quegli anni e nemmeno di questi anni, di oggi che vive in carcere. È fuori dalla storia, la sua "è tutta un'altra storia", gli hanno tolto il “proprio” o, se si preferisce anche, “si è tolto” il “proprio”. Resta che sta fuori dalla storia e dentro il carcere, il suo proprio coincide come documentazione della storia del “disagio sociale” (sic et simpliciter).

Quando allora il tempo diventa “proprio” e quando “ciò che reale è razionale”, come ricorda il filosofo? Quel giorno del 12 dicembre non è razionale, non è perciò nemmeno reale. Né questo giorno in cui gli Inglesi votano la Brexit o quanto succede in questi giorni non è reale, perché non è razionale, si spiega, è logico. Ciò che però è logico non per tale è giusto. Tutto ha una spiegazione, ma non ci si spiega perché spiegarlo se si continua a non capirlo. Tutto è ormai virtuale. Anche i partiti continuano a non essere reali perché proprio razionali non lo sono. È allora il reale che se ne è andato via insieme al razionale. Tutto è virtuale e senza tempo che si possa apprendere con il pensiero e dirsi “proprio”. La memoria si è scordata. Non risuona.

Si può dimenticare, non ci si deve però scordare. Ogni memoria è fatta di quel che si dimentica e di quel che si rammenta, di quel che ricorda e tiene a mente. Ogni epoca storica, ogni nuova generazione è chiamata ad accordare la memoria, ad aggiustare il tempo perché sia proprio. Ogni nostra azione inciampa nel “non è ancora tempo” e “adesso è il tempo”. L’orologio della memoria va aggiustato, non c’è un’ora fissata, deve suonare, bisogna sentirla l’ora, questo “ora” e non più, "qui" e non altrove. 

La memoria risuona è lo strumento del pensare, la stanza delle voci interiori. La memoria è doppio fondo. È il ricordo di quel che è accaduto e di quello che non è avvenuto in quello che è accaduto. Anche di questo tempo, adesso, ricorderemo quello che accade e che non avviene in quel che sta accadendo. La memoria è fatta di nostalgia e di desiderio. Risuona, come tutto ciò che si accorda perché risuoni. La memoria non si può dimenticare. È della vita. Bisogna avere una memoria buona per dimenticare senza smettere di ricordare, senza scordarsi mai della vita e dell'amore che l'accorda.

Giuseppe Ferraro

 

 

 

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