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IL ROMANZO CRIMINALE COSENTINO (Quarta puntata)

I funerali di Silvio Sesti I funerali di Silvio Sesti

Sono i primi anni '80. Gli anni del boom economico, gli anni della Milano da bere ma anche gli anni della violenza, gli anni di una spietata criminalità pronta ad uccidere. E si muore a Napoli con la guerra fra i cutoliani e gli emergenti della Nuova Famiglia che vogliono spodestare Don Raffaele Cutolo che poteva contare su ben 7000 affiliati. A Napoli nel 1981 le vittime della guerra di camorra sono 193, e nel 1982 salgono a 237. Una vera e propria carneficina.A Reggio Calabria si muore e a Palermo l'ala stragista dei corleonesi impone le nuove regole trucidando i capi dei clan mafiosi che erano avversi al dominio di Totò Riina e Bernardo Provenzano.

In questo clima si sparava anche a Cosenza e sempre più spesso si adottava il metodo di scambiarsi i killer che potevano più agevolmente compiere le loro azioni di morte in territori dove non erano conosciuti. E questo accadde nella città dei Bruzi nel 1982 con un omicidio che scosse la cittadinanza e che segnò un innalzamento del livello di scontro che si viveva in quegli anni. Il 21 giugno del 1982 viene freddato nel suo studio il noto e stimato penalista del Foro cosentino, Silvio Sesti. Gli veniva rimproverato di essere contemporaneamente avvocato penalista di esponenti dei due clan in lotta e di impegnarsi più su un fronte che sull'altro. In realtà l'avvocato Sesti esercitava semplicemente la sua professione.

L'omicidio di Silvio Sesti rimarrà impunito. Infatti secondo la ricostruzione fornita da collaboratori di giustizia negli anni a venire che non furono suffragate da elementi concreti di attendibilità e verifica negli anni a venire, furono due killer napoletani che trascorrevano periodi di latitanza nel cosentino e sulla costa tirrenica e che non disdegnavano di partecipare anche ad assalti a furgoni postali e banche. Affermazioni che rimasero solo nel campo delle ipotesi. Uno dei due sospettati dell'omicidio Sesti era Sergio Bianco, uno dei più pericolosi killer al servizio di Don Raffaele Cutolo. Esecutore implacabile era soprannominato “U Pazzu” per la sua determinazione.

Autore di oltre cento omicidi trovò la morte a Napoli in un conflitto a fuoco che ingaggiò con le forze dell'ordine. Lo stesso Franco Pino da pentito ammise di averne paura considerandolo sempre pronto ad uccidere chiunque in qualsiasi momento. L'altro sospettato, Alfonso Pinelli, venne completamente scagionato dalle accuse dato che non si riuscì in alcun modo a dimostrare che il Pinelli fosse in Calabria al momento dell'omicidio. Ed il 1982 è anche l'anno in cui si organizzano omicidi con dinamiche, a dir poco, da telefilm. Il 5 marzo dell'anno del Mundial un commando spara dall'esterno del carcere di Colle Triglio verso la finestra della cella dove è rinchiuso Franco Pino.

La leggenda metropolitana narra in merito a tale vicenda che qualcuno chiamò Franco Pino dall'esterno per come era solito in quei tempi dalla strada prospiciente al vecchio penitenziario di Colle Triglio per salutare i detenuti e che lo stesso Pino disse al suo amico e compagno di cella Mario Lanzino di affacciarsi dall'inferriata per vedere chi lo chiamasse. Un proiettile colpì Mario Lanzino che perse la propria vita. Ed in quegli anni ad affrontarsi erano in tanti e tutti di giovane età. La stragrande maggioranza aveva fra i venti ed i trent'anni. Lo stesso Franco Pino nel 1982 aveva solo trent'anni.

E si moriva anche a soli diciotto anni come nel caso di Angelo Cello, appena diciottenne, come si moriva anche con scontri a fuoco con le forze dell'ordine come nel caso di Natale Donvito, deceduto in uno scontro a fuoco con la polizia, nel 1981, anche lui di soli diciotto anni. Antonio Chiodo che muore nel 1982 ne aveva addirittura 17, ancora minorenne. Un anno difficile, un anno maledetto, con tanti giovani immolati sull'altare di una scelta di vita sbagliata. Ed è l'anno in cui si muore anche per tentativi di rapina, come per l'industriale Mario Dodaro, noto imprenditore cosentino.

Il 13 dicembre del 1982 intorno alle 21.00 Mario Dodaro, rientra a casa come ogni giorno dopo una giornata di duro ed onesto lavoro. Appena sceso dall'auto viene affrontato da due uomini armati che vogliono impossessarsi dell'incasso dell'azienda di commercio di carni e che i malviventi sono convinti porti con sé. Purtroppo Mario Dodaro reagisce al tentativo di rapina ed i malviventi reagiscono a loro volta sparando alle gambe dell'imprenditore con lo scopo di ferirlo. Ma uno dei proiettili colpisce parti vitali e Mario Dodaro crolla con una conseguente forte emorragia. Inutili i tentativi di soccorrerlo.

Mario Dodaro cesserà la sua esistenza terrena in ospedale. Per anni si brancolerà nel buio e solo con la collaborazione di alcuni pentiti si scoprirà che Mario Dodaro fu vittima di un tentativo di rapina. E nel 1982 continuano a registrarsi casi di lupara bianca ed altri agguati mortali. Il 21 ottobre a Rende cade sotto il piombo dei sicari Aldo Mazzei ed il 24 novembre, sempre nel territorio del Comune di Rende, viene ucciso Isidoro Reganati. Sono gli anni in cui si può morire per una parola di troppo, per un malinteso o per una amicizia sbagliata ed una frequentazione presa con leggerezza.

Gli anni del terrore e gli anni nei quali nel penitenziario di Colle Triglio le bande sono organizzate in modo tale da far giungere gli ordini al di fuori controllando tranquillamente il territorio. E sono gli anni di una risposta da parte dello Stato molto modesta, quasi sommessa, con scarsissimi mezzi sia legislativi che di indagini. Non che mancassero validi funzionari di polizia o abili investigatori ma si pagava il fio di una sottovalutazione nazionale del fenomeno anche sul piano politico impegnato molto di più ad affrontare il dramma del terrorismo considerando che erano passati ancora solo cinque anni dal rapimento e dall'uccisione di Aldo Moro. Il 1981 e 1982 lasciarono il loro segno indelebile nella storia del romanzo criminale cosentino.

Gianfranco Bonofiglio

 

 

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