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La giustizia (non) è sempre giusta. Indagini errate ed errori giudiziari dopo il caso “Longo” impongono riflessioni e correttivi. Le analisi del sen. Buemi, del pm Cosentino, dell’avv. Napoli e del giornalista Albanese

La giustizia (non) è sempre giusta. Indagini errate ed errori giudiziari dopo il caso “Longo” impongono riflessioni e correttivi. Le analisi del sen. Buemi, del pm Cosentino, dell’avv. Napoli e del giornalista Albanese

La giustizia (non) è sempre giusta, ovvero: non sempre la giustizia è giusta. Questo il tema, delicato e stimolante di un incontro-dibattito svoltosi, a Taurianova nell’Auditorium dell’ITCG Gian Francesco Gemelli Careri, su iniziativa di Approdo News e con il supporto della Camera Penale “Vincenzo Silipigni“ di Palmi e di Telemia e TeleCapoSud che irradieranno sul digitale terrestre le immagini di un momento di analisi spassionata intorno alle realtà del Pianeta Giustizia.

La possibile fallacità delle sentenze dei Tribunali, composti da magistrati - che sempre e comunque uomini restano - al termine di un iter che inizialmente potrebbe apparire rapido o incentrato alla celerità e troppo spesso alla fine si conclude in uno stillicidio di udienze e di attese che frustrano le legittime aspettative delle parti offese a veder riparati i torti subiti e - ove mai l’indagato/imputato, alla fine, risulti innocente, anche le sue attese di veder affermata la sua estraneità alle accuse.

La stura del convegno - moderato dalla giornalista Giada Fazzalari - al quale hanno preso parte il Sen Enrico Buemi, capogruppo PSI alla Camera dei deputati, Presidente della Commissione Giustizia e relatore del progetto per la riforma del sistema giudiziario, il Dott. Rocco Cosentino, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palmi, il giornalista Michele Albanese e l’Avv. Antonino Napoli è stata offerta dalla vicenda giudiziaria, balzata all’onore delle cronache giudiziarie con il roboante titolo di “Operazione Rilancio” e che vide tratti in arresto e a lungo detenuti 9 fra imprenditori e politici della Piana fra i quali l’editore di Approdo News, Luigi Longo e l’attuale Sindaco di Seminara, Giovanni Piccolo.

Le gravissime le accuse fra le quali quella di essere uomini delle cosche all’interno del porto di Gioia e referenti della Cosche Molè -Piromalli e Alvaro aggravate dall’aver approfittato delle attività svolte dentro il Porto per introdurre merce contraffatta, nel corso delle indagini cominciarono a rivelarsi prive di fondamento ma – è stato sottolineato - anche dagli stessi Longo e Piccolo che hanno rivolto alla platea il loro contributo d’esperienza - i capi di imputazione erano tutti figli di “copia e incolla” di atti d’indagine e informative fatto dai redattori in maniera assolutamente disattenta e senza alcuna cautela se è vero che le frasi dialettali nell’antico slang di Seminara vennero fatte tradurre dall’incaricato alle trascrizioni da un suo collaboratore dell’alto cosentino, il cui dialetto risente della presenza albanofona ed è profondamente diverso da quello del Basso Appennino Reggino fra Palmi e Seminara - in maniera assolutamente errata.

Un magistrato disattento o eccessivamente fiducioso della bontà del lavoro svolto dai propri collaboratori di PG, recepì supinamente il tutto e poi - pare - anche a seguito di questa brillante operazione spiccò il volo verso una nuova fase di carriera, promosso prima a Procuratore Capo presso la Procura di una grande città della Calabria e poi chiamato al Ministero quale capo di gabinetto dell’allora Ministro Paola Severino, il guardasigilli nell’incredibile Governo di Mario Monti che rappresenta ancor oggi una delle pagine più nere della storia repubblicana: primo capo di un Governo non eletto e non amato dalle stesse forze politiche costrette a sostenerlo. Alla fine, dopo periodi di detenzione di varia durata e gravità e un processo durato cinque anni, un’assoluzione con la formula “perché il fatto non sussiste”. Come dire: scusate, signori imputati e presunti colpevoli, abbiamo sbagliato tutto, abbiamo preso un abbaglio. Il fatto non sussiste, abbiamo giocato, tornatevene a casa e state tutti bene perchè tutto quanto vi è stato contestato non è mai esistito. E certamente  - è stato rimarcato - non poteva esistere.

Longo fatto passare come uomo delle Cosche era in realtà nel contesto del Processo Cento Anni di Storia- colui che aveva denunciato le ingerenze delle cosche e - insieme all’ex Sindaco di Gioia Tauro, Aldo Alessio, era stato uno dei testimoni più importanti della DDA. Come sia stata possibile una confusione così dozzinale ancor oggi è un mistero che non si riesce a spiegare. Nelle more del processo, l’azienda che Longo, Alessio ed altri soci gestivano andò in decozione e centinaia di posti di lavoro andarono in fumo. Cittadini in attesa di giudizio. Umani alla mercè di un meccanismo elefantiaco: chi risarcirà questi danni ? Su questi spunti si sono soffermati i vari relatori. Buemi, in particolare, ha fatto il luce su tutte le esigenze che sono sottese alla necessità di precedere alla rapida riforma della giustizia.

Non solo urge dirimere il problema della responsabilità dei giudici per non incorrere nelle sanzioni della Commissione Europea, ma per dare nuovamente fiducia ai cittadini verso una giustizia certa che senza venir meno al crisma di garantismo che il legislatore ha imposto dia ai cittadini in tempi brevi le risposte che attendono. Occorrerà procedere alla riorganizzazione degli uffici garantendone la funzionalità e l’efficienza bisogna far si che il rapporto fra il cittadino e la magistratura ritorni ad essere incentrato sulla fiducia. Il senatore ha rimarcato come il legislatore avesse originariamente sancito la non responsabilità dell’ordine giudiziario e di quello politico. Purtroppo - ha detto - una classe politica che è stata obnubilata da emergenze legate a momenti di straordinaria tensione ha caducato se stessa abolendo l’immunità parlamentare che invece si sarebbe dovuta preservare per porre il poter politico in condizioni di attuare anche riforme non gradite ad altri poteri dello stesso Stato Apparato . Rocco Cosentino - premesso di parlare a titolo assolutamente personale ha evidenziato le differenza che possono esistere fra una sentenza di assoluzione che giunge al termine di un iter processuale finalizzato ad accertare la verità e l’errore giudiziario che è circostanza diversa.

La sentenza che ha mandato assolti Longo, Piccolo e gli altri con loro imputati, è una sentenza ineccepibile che ha cancellato – semmai – gli errori compiuti in fase di indagine. Errori che - sia chiaro - nelle forme riferite - è inaudito che siano stati compiuti. L’errore giudiziario invece è la sentenza che afferma una prognosi di colpevolezza che non corrisponde alla verità storica. Un verità processuale che successivamente si accerta non essere tale. E come tale implica un intervento per restituire al condannato ingiustamente la sua libertà e la sua dignità. Certo, residua –ed è campo di disquisizione – il problema del ristoro dei danni che – evidenziava Buemi- possono talvolta essere quantificati in milioni di Euro: somme che non si recupereranno mai sanzionando economicamente il giudice con trattenute stipendiali fino al terzo dello stipendio. Sono costi che verranno alla fine sostenuti dai contribuenti.

Ma quanti sono stati nei 26 anni dall’istituzione della Legge Vassalli i ricorsi per risarcimento? Per Cosentino appena 426 in totale. Cifra irrisoria che depone per una soglia di errore percentualmente molto bassa. Ma - se tanto è - in tanti fra il pubblico hanno mormorato - una copertura assicurativa molto seria con la quale il Ministero garantisca i magistrati esposti ogni giorno al dovere di emettere sentenze potrebbe far quadrare il cerchio. Certo è che l’errore del giudice o del PM – che nel caso di Longo e soci - parrebbe ravvisare in capo all’inquirente profili di culpa in eligendo o in vigilando, per aver acriticamente recepito in toto l’operato di collaboratori di PG disattenti o poco seri non tanto dovrebbe incidere su un obbligo di riparare il danno ma dovrebbe essere elemento ostativo alla progressione di carriera che avviene - pare - non per merito e per risultati – ma solo per anzianità.

Ma il mondo giudiziario ormai convive con quello della comunicazione e dell’informazione. Dall’arresto di Enzo Tortora, lasciato in manette in uno stanzino fino quando non giunsero la stampa e le TV all’annuncio degli avvisi di garanzia di Mani pulite che Di Pietro faceva conoscere prima alla stampa e poi ai veri destinatari degli stessi il rapporto fra stampa e magistratura è cambiato. Un tempo i cronisti seguivano i processi, oggi danno enfasi agli arresti. Ovvero, all’esecuzione di misure cautelari nei confronti di persone in quel momento ancora solo indagate, sottoposte ad indagine e non ancora imputati, a seguito di elementi di reità tali da consentire di sostenere in giudizio nei loro confronti un’accusa. Su questo Michele Albanese del Quotidiano del Sud ha inteso evidenziare la delicatezza del lavoro cui sono chiamati i cronisti di nera e di giudiziaria evidenziando l’impegno deontologico a rispettare e comunque a non ledere nell’esercizio dell’informazione la dignità dell’indagato.

Sul versante dell’Avvocatura molto seguito l’intervento dell’Avv. Antonino Napoli – che era stato il difensore anche di Longo nel contesto dell’operazione rilancio - che ha ribadito la necessità di far sempre salvi i diritti dell’indagato e l’obbligo per chi conduce le indagini, non tanto di dimostrare a tutti i costi un teorema accusatorio ma anche, di valutare gli elementi che esaltano l’estraneità alle accuse dell’indagato. Luigi Longo e Giovanni Piccolo hanno reso la loro testimonianza - vissuta dall’interno del tunnel della accusa di associazionismo mafioso visto dalla dimensione della cattività forzata dell’indagato detenuto, invitando soprattutto i tanti giovani presenti a divenire testimoni della difesa della legalità.

Numerosissimo e qualificato il pubblico, fra i tanti: l’on Saverio Zavettieri, il neo consigliere regionale Francesco D’Agostino, l’ex sindaco di Taurianova Domenico Romeo ed il responsabile comunicazione del Partito socialista Emanuele Pecheux che, ai microfoni di Telemia, sottolineando l’importanza della stampa per sollecitare le riforme e difendere la legalità ha acutamente osservato come in Italia, purtroppo, sia venuto meno il giornalismo giudiziario d’inchiesta. L’interrogativo che nasce spontaneo quindi diventa: quanti giornalisti in Italia oggi avrebbero il coraggio e la capacità di fare quel che fecero i cronisti americani che indagando sul sistema di potere di quegli anni fecero emergere lo scandalo Watergate e costrinsero il Presidente yankee Nixon alle dimissioni?

 

di Luigi Mamone 

Fonte: approdonews.it

 

 

 

 

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