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Primo Ciak nuovo film di Ridley Scott, All the money in the Wold", la storia del rapimento di Paul Getti III ad opera della 'ndrangheta nel 1973

Paul Getti III Paul Getti III

A Roma in Piazza Navona è stato girato il primo Ciak per le riprese del film che Ridley Scott ha deciso di produrre sul sequestro e la vita di Paul Getty III. Il film 'All the money in the world', ricostruirà il celebre rapimento avvenuto nel 1973 ai danni di John Paul Getty III, nipote del petroliere miliardario Jean Paul Getty, fondatore della compagnia statunitense Getty Oil. La troupe, dopo aver girato le prime scene in un appartamento nel quartiere Prati, ora è all'aperto in via Lucrezio Caro. E i più fortunati hanno avuto la possibilità di vedere da vicino alcune star di Hollywood protagoniste del nuovo lavoro targato Scott, tra cui Michelle Williams e Mark Wahlberg.

La storia

Paul Getty III è morto a 54 anni il 7 febbraio 2011. Rimarrà nella storia il suo sequestro che, nel 1973, segnò l'inizio della trasformazione della 'ndrangheta in una potente holding criminale a livello mondiale. Erano i primi anni settanta. Gli anni del decennio nero, delle stragi, del boia chi mollla, del sequestro Moro. E anche gli anni in cui la già potentissima organizzazione criminale della 'ndrangheta avvia una nuova industria ed un nuovo metodo per acumulare denaro da investire nel traffico di droga e negli appalti, segnando l'avvio di quel processo di infiltrazione di capitali illegali nell'economia legale che determinerà il fenomeno, ancora oggi sottovalutato, dell'economafia. La nuova industria è quella dell’anonima sequestri, che per anni sarà l’artefice di de­cine e decine di sequestri effettuati nell’in­tero territorio nazionale con molti dei se­questrati che, nonostante il riscatto pagato, non ritorneranno più nelle loro case la­sciando affranti per sempre i loro cari.

È la notte fonda del 10 luglio del 1973, una bella notte con un cielo estivo stellato che rende ancora più belle le piaz­ze roma­ne stracolme di giovani “figli dei fiori”, che amano e sognano la libertà, il li­bero amore, contro le caste e la ricchezza. Fra questi giovani di Piazza Navona, che si dilettavano a disegnare e ven­dere piccoli quadretti alla giovanissima età di soli sedici anni, vi era anche Paul Getty III, che vive­va a Roma con la madre, pro­prietaria di una boutique a Piazza di Spa­gna. Un giovane che aveva un nome altiso­nante, era infatti, uno dei quattordici nipoti di Paul Getty I, il magnate del petrolio, l’uomo, nel 1973, più ricco del mondo. Quella notte il giovane Paul Getty III scompare misteriosamente da Piazza Farne­se, a due passi da Piazza Navona e Campo dei Fiori nel centro storico della città eter­na.

Della scomparsa i giornali dell’epoca ne pubblicano solo qualche riga pensando , inizialmente, ad uno scherzo o ad un tenta­tivo messo in atto dallo stesso giovane con lo scopo di estorcere qualche soldo al ric­chissimo quanto spilorcio nonno. Inizia, in­vece, in realtà, un triste destino di un giova­ne che ha avuto solo la colpa di essere il ni­pote dell’uomo più ricco del mondo e la cui vita è stata solo una immane somma di atroci sofferenze ed immensi dolori. Da quella notte inizia il sequestro di Paul Getty III che rimarrà nelle mani dei suoi aguzzini per 158 lunghi ed interminabili giorni. Esperienza dalla quale il giovane Paul non uscirà mai più. Paul venne rilasciato al­l’alba del 15 dicembre del 1973 sull’auto­strada del Sole all’altezza dello svincolo di Lauria all’esatto confine fra la Calabria e la Basilicata, nella zona del Monte Pollino. Il camionista Antonio Tedesco, che, casual­mente, incontrò il giovane Paul nei pressi dell’autostrada nello stesso posto nel quale qualche giorno prima venne consegnato il riscatto, e che accompagnò il giovane pres­so la locale stazione di polizia, venne inter­vistato dai cronisti di mezzo mondo.

Paul, figlio di genitori seperati, aspettò che la mamma, Gail Harris, con la quale vi­veva arrivasse da Roma per venirlo a pren­dere. Venne rilasciato in pessime condizioni di salute dopo aver subito la mutilazione di un orecchio che venne spedito in una busta alla redazione romana del Messaggero in­sieme a delle ciocche di ca­pelli per dare la prova che il giovane fosse nelle mani dei sequestratori disposti a tutto pur di ottenere il riscatto richiesto diretta­mente al nonno. Riscatto che inizialmente venne fissato nel­la cifra di due miliardi di lira per poi giun­gere, nel tempo, alla richie­sta astronomica per quei tempi di ben dieci miliardi. Memorabile l’affermazione di Paul Getty senior che appena ricevuta la richiesta del riscatto affermò “Ho ben quattordici nipoti, se pago per uno prima o poi mi rapiscono anche tutti gli altri”.

La prima richiesta di riscatto giunse ai fa­miliari di Paul il 26 luglio, dopo soli 16 giorni dal sequestro, e venne quantificata in due miliardi di lire. A tale richiesta seguì il netto rifiuto di pagare. Seguirono due mesi di apparente silenzio da parte dei sequestra­tori anche se le suc­cessive indagini accerte­ranno che nel frat­tempo vi furono contatti tra emissari dei ra­pitori con i legali della fa­miglia e si registrò anche l’arrivo a Roma di detective privati e di uomini dell’FBI. La domenica dell’11 novembre del 1973 l’intera prima pagina de “Il Messaggero” ti­tolava “Il macabro plico arrivato ieri al Messaggero”. Articolo nel quale si docu­mentava minu­ziosamente l’orrenda decisio­ne presa dai ra­pitori di mutilare Paul di un orecchio e di spedirlo in una busta insieme a delle cioc­che di capelli.

Gesto eclatante e che fece il giro del mondo anche perché era la prima volta in assoluto che si adottava un simile messaggio. Sistema che venne poi emulato e adottato i tanti altri sequestri di persona. Per ironia della sorte ed anche per la nota lentezza dei servizi postali italiani la busta contenente l’orecchio mozzo di Paul che venne spedita da Napoli impiegò ben venti giorni per giungere a Roma. “Se dopo que­sta lettera non succederà nulla, aspette­rò la morte a soli 17 anni”, scriveva lucida­mente e con una fortissima angoscia il gio­vane Paul costretto a vivere in una lurida e fred­da prigione che venne poi ritrovata dal­le forze dell’ordine qualche anno più tardi. Di ben 1000 miliardi era il patrimonio dei Getty nel 1973 ed il valore della compagnia petrolifera di famiglia raggiungeva quota tremila miliardi, ma , nonostante ciò, molte furono le titubanze nel pagare il riscatto ed addirittura il nono pretese dal nipote la re­stituzione di quanto consegnato con rate a cedenza annuale con l’interesse del 4%.

Ma al di là della vicenda personale di Paul Getty III morto a 54 anni per l’aggra­varsi del suo già grave quadro di salute, qualche giorno fa in Inghilterra nella resi­denza di famiglia nella campagna di Buc­kinghamshire, dopo aver vissuto per ben trent’anni su una sedia a rotelle completa­mente paralizzato e quasi cieco, sordo e non in grado di parlare correttamente, in se­guito ad una overdose di eroina che nel 1981, a 24 anni, gli procurò un ictus deva­stante, a riprova di come non riuscì a supe­rare il trauma del sequestro abbinato al fat­to di aver vissuto in una famiglia dove sia il nono che il padre hanno dimostrato ben poco affetto nei confronti del loro sfortuna­to congiunto, il sequestro di Paul Getty III rappresentò il vero e primo colpo grosso della ’ndrangheta che riuscì ad incamerare ben un milardo e settecento milioni che rappresentarono il primo enorme tesoro dal quale partì la scalata imprenditoriale del­l’organizzazione stessa. La leggenda metropolitana narra di un in­tero quartiere a sud di Bovalino, paese del­l’entroterra aspromontano, che gli abitanti del tempo, oggi anziani, ricordano e chia­mano ancora “Polghettopoli”.

Un intero quartiere, un’intera via denomi­nata “Via degli Oleandri”, le cui abitazioni , si narra, sembra siano state costruite con i proventi del sequestro. E non solo le case ma anche l’acquisto di decine e decine di automezzi pesanti adibiti al trasporto terra con i quali si partecipo’ al­l’appalto pubblico di sbancamento per l’al­lora costruenda cen­trale a carbone che non venne mai costrui­ta. Progetto che poi venne sostituito dalla costruzione del porto di Gioia Tauro che oggi rappresenta uno dei porti commerciali per containers fra i più importanti e strate­gici d’Europa. Un duplice obiettivo quello legato al se­questro del secolo dell’hippy d’oro. Quello di reinvestire il denaro per avviare una lu­crosa attività di gestione del traffico di stu­pefacenti che nel 1973 era ancora monopo­lio della mafia siciliana, mentre oggi è mo­nopolio della ’ndrangheta e introdursi nel­l’economia legale creando una economia parallela in grado di dare sollievo a quella popolazione oberata dalla fame, dalla crisi e dall’assoluta mancanza di opportunità di lavoro.

E non di rado gli investigatori han­no po­tuto notare che una buona parte della popo­lazione interessata non solo non ha mai for­nito alcuna collaborazione per cer­care di individuare dove fosse tenuto na­scosto l’o­staggio, ma si instaurò un fenome­no di fiancheggiamento collettivo che inve­ce era fondamentale per la ’ndrangheta che godeva del consenso popolare. Fiancheg­giamento che risultò utile e prezioso anche per i tanti altri sequestri che l’anonima se­questri cala­brese continuò ad organizzare per tutti gli anni settanta. Una ’ndrangheta in ascesa che godeva del consenso popolare e che poteva contare an­che con una scarsa incisività delle indagine e dell’azione giudiziaria. Non esistevano al­lora né pentiti , né collaboratori di giustizia ed i processi erano spesso dei processi – farsa dove le assoluzioni per insufficienza di prove fioccavano. Il processo per il rapimento si tenne pres­so il Tribunale di Lagonegro, sede di com­petenza del luogo dove venne ritrovato Paul Getty III e si concluse, nel suo primo grado, nel luglio del 1976.

Due furono i condannati, due figure minori, Antonio Mancuso, proprietario dell’auto che traspor­tò materialmente il riscatto e Giuseppe la Manna, guardiano notturno, al quale venne­ro ritrovate alcune delle banconote facenti parte del riscatto. Vennero assolti per insuf­ficienza di prove i veri boss della ’ndran­gheta calabrese. Personaggi del calibro di Girolamo Piromalli detto “Don Mommo” e Saverio Mammoliti detto “Saro”, che ne hanno fatto la storia. In appello le pene vennero ridimensionate. Il processo ebbe anche una coda a Milano, per decisione della Cassazione ed uno dei due rapitori, per altre vicende criminali, finì internato per un periodo in un famigerato manicomio criminale. Tranne poche banconote il ri­scatto non venne mai più ritrovato. Paul Getty III dopo solo un anno dal suo rilascio incontra una giovane e bellissima modella tedesca, Gisela Zacher, che spose­rà. Matrimonio che gli costerà il fatto di es­sere diseredato dal nonno che aveva stabili­to che, qualora i suoi nipoti si fossero spo­sati in una età inferiore ai 25 anni, avrebbe­ro perso ogni diritto ereditario.

Dal matri­monio nasce un figlio, Balthazar Getty, che vive e lavora ad Hollywood con una discre­ta carriera di attore alle spalle. Un processo, quello sul sequestro di Paul Getty III che ben dimostra la realtà del tem­po. Una Italia impegnata a fronteggiare al­tre esigenze, come quella del terrorismo. Una nazione che non disdegna il mantenere rapporti occulti con le organizzazioni cri­minali come la mafia siciliana, la banda della Magliana che controlla la città di Roma, ed ovviamente, anche la ’ndrangheta calabrese. Rapporti che servono da corolla­rio a quella strategia della tensione che ne­gli anni settanta vede coinvolti pezzi devia­ti dello Stato che sull’altare della ragion di Stato basato sull’anticomunismo nell’ottica della guerra fredda ha tollerato l’espansione di un potere forte sommerso e pericolo come la ’ndrangheta che, comunque, pote­va in alcune situazioni ed operazioni, addi­rittura essere utile alla causa comune.

E fra i personaggi coinvolti nel sequestro che segnò l’avvio della mafia imprenditrice e determinò il salto di qualità da una mafia campestre e rurale in una criminalità eco­nomica organizzata e con forti mire espan­sionistiche di natura economica in tutti e cinque i continenti marita particolare atten­zione Don Saro Mammoliti, da ben nove anni dissociato dall’onorata società. Figura centrale dell’universo ’ndrangheti­sta insieme a Mommo e Peppino Piromalli, Peppino Pesce, Mico Rugolo e Teodoro Crea determinò l’avvio della nuova fase espansiva della ’ndrangheta nel controllo del mercato mondiale degli stupefacenti. Sempre circondato da belle donne al punto tale di meritarsi il soprannome di “Playboy della ’ndrangheta” ed appassionato di fiammanti auto sportive amava frequentare i night club più in voga nelle roventi notti romane senza disdegnare qualche capatina nei locali milanesi di Francis Turatello. Nel 1975, da latitante si sposò. Due agen­ti della Cia lo avvicinarono fingendosi traf­ficanti di eroina e cocaina per acquistare un ingente quantitativo di droga.

Don Saro ri­spose che per portare a termine l’operazione era necessario ottenere l’assenso di Don Mommo Piromalli, capo della ’ndrangheta tirrenica, di Don Antonio Macrì, capo della ’ndrangheta ionica e di Paolo Violi capoma­fia a Toronto. L’ipotesi più accreditata è che il sequestro venne ideato e concepito nell’ambito della federazione dei capi che gestiva l’organiz­zazione nella Piana di Gioia Tauro per la necessità in quel 1973 di reperire fondi da investire soprattutto negli appalti per le grandi opere che stavano sopraggiungendo. Erano gli anni del pacchetto Colombo che approvò per incentivare l’industrializzazio­ne calabrese il grande sogno del quinto cen­tro siderurgico, proprio quando i grandi co­lossi della chimica stavano per vivere la loro più grande crisi.

In realtà una buona scusa per far arrivare in Calabria tanti soldi pubblici che serviva­no anche a finanziare in modo occulto par­titi e segreterie politi­che dei partiti allora al potere. Occorrevano centinaia di milioni per compre ruspe, mez­zi edili e quant’altro per accaparrarsi i lu­crosi appalti anche con la complicità dei colletti bianchi della poli­tica dell’epoca. La ’ndrangheta che, allora per la prima volta , diventa impresa. E tutto ciò legato al desti­no di un povero giovane, ricco solo per il cognome che portava, che dalla vita non ha avuto nulla, se non soffe­renza. Al suo nome e ai soldi del suo ava­rissimo nonno si le­gherà per sempre il pri­mo grande processo di trasformazione e di crescita di una poten­za economica che, de­nominata ’ndrangheta, rappresenta oggi, no­nostante la perseveran­za nel sottovalutarla, la più grande e temi­bile holding globalizza­ta del crimine mon­diale.

Gianfranco Bonofiglio

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