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Cosenza, presentato a “Confluenze” il libro di Giovanni Bianconi “L'assedio” che ricostruisce l'ultimo periodo di vita di Giovanni Falcone

Jole Santelli e Giovanni Bianconi Jole Santelli e Giovanni Bianconi

Il suggestivo Chiostro di San Domenico, con tutto il suo fascino pregno di storia, ha ospitato il primo appuntamento della sezione “I beni parlati” della manifestazione culturale “Confluenze-Festival delle Invasioni 2017”, promossa dall'Amministrazione comunale e che accompagnerà tutta l'estate cosentina.Primo ospite, lo scrittore e giornalista del “Corriere della Sera” Giovanni Bianconi che a Cosenza è arrivato per presentare il suo libro più recente, pubblicato per Einaudi, “L'assedio-troppi nemici per Giovanni Falcone”, una fedelissima e rigorosa ricostruzione dell'ultimo periodo di vita del giudice palermitano assassinato nella strage di Capaci del 23 maggio del 1992. L'incontro con Giovanni Bianconi è stato fortemente voluto dal Vicesindaco Jole Santelli che ha introdotto la serata sollecitando anche i numerosi spunti di discussione che il tema importante del libro suggeriva.

In platea, anche il Sindaco Mario Occhiuto. “Un libro - ha detto Jole Santelli in apertura - che racconta un pezzo di storia italiana. L'ex sottosegretario alla Giustizia ha ricordato come, nel '98, Bianconi aveva già dedicato un libro alla figura di Giovanni Falcone, “L'attentatuni”, da cui venne tratto un film di successo. “Perché - ha chiesto Jole Santelli al giornalista - tornare a 25 anni dalla scomparsa, sul personaggio Giovanni Falcone? Quel 23 maggio del '92- ha aggiunto il Vicesindaco di Cosenza - restammo tutti attoniti nell'apprendere della strage di Capaci. La maggior parte di noi non comprese quale forza deflagrante ebbe quell'attentato e quanto quel sangue avrebbe pesato sugli anni successivi del Paese”.

Poi la Santelli ricorda il suo arrivo, da sottosegretario alla Giustizia, al Ministero. “Non c'era una targa o un segno del passaggio di Giovanni Falcione da quelle stanze, quasi che gli anni trascorsi al Ministero fossero da nascondere. In occasione del decennale della sua scomparsa apponemmo uno scudo che ancora oggi campeggia all'ingresso di via Arenula”. E poi ancora una domanda per Giovanni Bianconi: “quale verità è racchiusa in un titolo che risulta essere abbastanza provocatorio?”. “Decisi di scrivere questo libro un paio di anni fa. Immaginavo – ha sottolineato Bianconi - che per i 25 anni dalla strage di Capaci sarebbero state molte le manifestazioni solenni. Mi pareva, invece, importante, fuori da ogni solennità, ricostruire la figura di Giovanni Falcone nella sua interezza e non per quei pezzetti che a qualcuno piace ricordare. La tragedia che ha consumato Falcone era cominciata molto prima. Borsellino fu fin troppo chiaro quando disse “potete pensare ciò che volete della scelta di Falcone di andare al Ministero di Grazia e Giustizia, ma non potete sostenere che l'abbia fatto per acquisire potere. L'unica ragione era per tornare a fare ciò che aveva sempre fatto e cioè il magistrato inquirente”. Giovanni Bianconi seguì la vicenda di Falcone da giornalista, vivendo da cronista il periodo romano del giudice palermitano.

“La sua andata a Roma - ha detto ancora il giornalista - aveva un compito ben preciso: sostenere il maxiprocesso, la sua creatura, la cui sentenza finale era stata pronunciata il 30 gennaio del 1992 e che sancì l'esistenza di Cosa Nostra. I mafiosi speravano che vi fossero delle sponde per demolire il lavoro di Giovanni Falcone”. Poi passa in rassegna la condizione di accerchiamento e di solitudine in cui si trovò il giudice palermitano, la mancata nomina a giudice istruttore, le accuse che gli vennero rivolte perché- a detta dei detrattori - si stava costruendo un nuovo centro di potere. Un'accusa che Paolo Borsellino respinse con sdegno. “I mafiosi – aggiunge Bianconi nel suo racconto – quando decisero che era arrivata l'ora dell'esecuzione, si trovarono di fronte un uomo che era stato già indebolito. Falcone fu mortificato e isolato. Ammazzare uno così è meno faticoso. Mi preme giusto dire – chiosa l'autore de “L'Assedio” - che da vivo non fu trattato da eroe”. E' ancora il Vicesindaco Jole Santelli ad aggiungere altri elementi alla discussione.

“Bianconi - sottolinea la parlamentare ed ex sottosegretario alla Giustizia - individua il momento topico e il punto di snodo di quel che sarebbe accaduto dopo, nel gennaio del '92, quando la Cassazione conferma la validità del maxiprocesso”. E ricorda il momento in cui venne comunicato a Falcone di aver vinto, ma dietro un sorriso appena abbozzato sul volto di Giovanni Falcone si materializzava una smorfia di preoccupazione. “Qual è stato - chiede Santelli allo scrittore - l'impatto reale della sentenza del maxiprocesso?”. La risposta di Bianconi non si fa attendere. “Il maxiprocesso riuscì, grazie alle indagini che collegarono i vari delitti, a svelare fino in fondo il ruolo dei corleonesi che avevano messo a segno una sorta di colpo di Stato. Quando Falcone arrivò a Roma avviò un monitoraggio sulle sentenze della Cassazione per sottoporre a controllo le troppe assoluzioni.

Il primo presidente della Cassazione decise di chiedere conto al giudice Carnevale che aveva una visione che si conciliava con le esigenze dei mafiosi e non sopportava Falcone. Attraverso questo attento monitoraggio Falcone dispose una rotazione dei giudici”. Una grande vittoria per Falcone, ma che capisce subito che le cose si stavano complicando. Bianconi ricorda a questo proposito il brindisi con lo spumante caldo e i bicchieri di carta, insieme ai suoi più stretti collaboratori e l'espressione del giudice che era già di per sè eloquente: “Sì, abbiamo vinto, ma il difficile arriva adesso”. Falcone capisce che la mafia è pronta a fare il grande salto e a non restare a guardare. Un mese e mezzo dopo viene ucciso Salvo Lima.

Falcone diventa l'obiettivo principale della ritorsione di Cosa Nostra, “perché – dice Bianconi - si era allargato con il maxiprocesso e gliel'hanno fatta pagare fino all'autostrada di Capaci”. Per Jole Santelli “la modalità della strage è terroristica. L'omicidio di Giovanni Falcone non è il classico omicidio mafioso. Una nuova strategia di Totò Riina per dimostrare allo Stato di aver rialzato la testa”. Poi il Vicesindaco ha in serbo un'altra domanda per Bianconi: “la pagina finale è scritta o potremo ancora sapere qualcosa che ci manca per completare il puzzle? I punti oscuri sembrano ancora tanti”. E' vero. Per Bianconi “i punti oscuri sono ancora tanti, ma molte cose le sappiamo. La morte di Falcone è come la morte di Aldo Moro. Rappresentano due punti di svolta.

Con Moro le Brigate Rosse hanno levato di mezzo il Presidente della Repubblica in pectore. Con la strage di Capaci è stato impedito ad Andreotti la scalata al Quirinale. Quando seppe dell'omicidio di Giovanni Falcone, Andreotti era nel suo studio con Claudio Martelli, allora ministro della Giustizia, con il quale stava concordando i voti dei socialisti. In quel momento squillò il telefono e Andreotti venne avvertito della strage di Capaci. Due vicende di cui si sa molto di più di quanto gli americani non sappiano dell'assassinio di John Fitzgerald Kennedy. I procuratori che ancora indagano sui mandanti esterni della strage cavalcano delle suggestioni, e non è detto che questi mandanti ci siano. Ci sono, appunto, suggestioni, riferimenti, un processo sulla trattativa Stato-mafia ancora in corso. Si avverte che manca qualcosa, ma una parte del mosaico è già visibile”. Molto partecipato il dibattito che è scaturito dopo gli interventi del giornalista Giovanni Bianconi che è stato ulteriormente stimolato ad approfondire i contenuti del libro dalle numerose domande di un pubblico particolarmente interessato.

Redazione

 

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