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Lunedì, 12 Febbraio 2018 09:59

Cosa significa vivere nel XXI^ secolo?

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Nel 2018 vivere nel terrore, equivale a dire morire. Consumato il coraggio, messo in atto il depennamento degli ideali dall’albo di tutti gli ordini professionali, resta la paura, l’angoscia non già per quello che non hai conosciuto, ma di quello che hai, già, interiorizzato. Un disordine mentale in piena entropia malefica arranca nella disumana ossigenazione neuronale. Sembra confezionato su misura in una scatola di “merda d’artista” di manzoniana memoria in cui il Piero e l’Alessandro chiedono venia all’ultimo “Azzeccagarbugli”, Innominato ma sempre custode della nefandezza di poteri occulti. Chi siamo? Dove andiamo? Perché ci conduciamo?

Sono punti di domanda senza essere Spes ma degli esperti Thanatos in cerca di famelica sorgente di sangue a cui attingere un livello più alto di emoglobina, di eritrociti e leucociti, preservandoci, nell’apparire l’uno migliore dell’altro, da un’anemia endemica da fare un baffo alla peste bubbonica seicentesca. Nulla si muove, nulla si crea, nulla si trasforma, tutto è nichilismo. A che pro miei prodi? Il piacere nella sua accezione etimologica disuad, dolce, corteggia in meno di un palmo di nano secondi la passione, il patire, portando ad estreme conseguenze quella dissonanza cognitiva improducibile nel sentire qualsivoglia nota singolare che arpeggia tra il ventricolo destro e quello sinistro. Tutto si consuma nell’arida e protratta caligine di giornate uggiose assurdamente messe in piedi da un tempo, in cui il Panta rei resta inesorabile.

E il domani resta uguale all’oggi in cui si dice di avere pazienza tanto quanto basta per combattere battaglie in cui il vero vincitore è sempre lui: IL MALE. Che sia sociale, psicologico, fisico, morale, culturale, non ha importanza, la vera ragione di esistere sta in quel ticchettio di scansione alchemica in cui gli stregoni di turno si scambiano i ruoli per darti saccentemente delle prescrizioni già desuete perché consumate da furti continui di proprietà intellettuali da far rivoltare nella tomba i maggiori studiosi di etica ed ermeneutica sociali. Non se ne può proprio più, ma quale è l’oscura ragione di tutto questo accanimento terapeutico verso modalità jihadiste, anch’esse non più temute perché solo ad un passo da te si perpetua con collusione la più tremenda delle paure, dei terrori?

“At illeDiomedonticoram 'Nihil' inquit 'opus pecunia est. Nam si rex ea vult, quaeThebanissuntutilia, gratis facere sum paratus; sin autem contraria, non habet auri atque argenti satis. Namqueorbisterrarumdivitiasaccipere nolo pro patriaecaritate.Tu quod me incognitumtemptastituiquesimilem, existimasti, non mirortibiqueignosco; sedegrederepropere, ne alioscorrumpas, cum me non potueris. Et tu, Micythe, argentumhuicredde, aut, nisi id confestimfacis, ego te tradammagistratui'”. “Ma egli disse a Diomedonte quando gli fu davanti: "Non ho affatto bisogno di denaro"; "infatti se il re vuole cose utili per i Tebani, sono pronto a farle gratuitamente; se invece vuole cose dannose, non gli basta tutto l'oro e l'argento che ha.

Non voglio ricevere le ricchezze di tutto il mondo in cambio dell'amore di patria. E tu, non conoscendomi, mi abbia tentato e mi abbia ritenuto simile a te, non mi meraviglio e te ne scuso; ma esci immediatamente, perchè non corrompa altri, non avendo potuto corrompere me. E tu, o Micito, rendi a costui l'argento, altrimenti, se non lo fai immediatamente, io ti consegnerò al magistrato". Memorie lontane di interminabili ore di studio sulla saggezza dei nostri Padri Latini che insieme all’intramontabile e succulenta Cultura Greca hanno reso possibile quella, non più à la page,annientata e bombardata Civiltà. Nell’agorà della supponenza e della pre/supponenza sono visibilmente lapalessiani gli atteggiamenti e le condotte di quei pochi a cui si dà in pasto il primo cristiano o il primo musulmano di turno.

Sulle plance di salvataggio annaspano in incredula ma reale consistenza le masse di cadaveri che avrebbero voluto un riscatto dalle violenze esasperate e dalle manie dei più crudeli degli esseri viventi: l’UOMO. Chi è costui? Un perfetto sconosciuto. Tutto tace e tutto soggiace alle estremità inferiori di un Limbo dantesco senza precedenti perché incapaci di fronteggiare l’”ospite inquietante” di un “barone rampante” che cerca albergo in quelle “città invisibili” di galimbertiana e calviniana memorie. Memorie di chi? Di che cosa? Di amebe in cerca di disperate consacrazioni e suggellazioni da prendere a calci anche un lontano e atavico ricordo giustiniano. Condannati i ricordi più nobili, l’incustodia della memoria resta tale, innocua, sofferente, febbricitante senza alcun valore significativo se non quello di mantenere gli scheletri nell’armadio di certi orwelliani personaggi in cui il maialino Napoleone chiede pietà e misericordia per non essere assaporato e degustato da quei palati maleodoranti di putrida cattiveria ed invoca misericordia al Big Brother di turno.

Prede malefiche di cacciatori ostinatamente incapaci di reagire allo stesso personale vampirismo energetico in cui l’aggressore e l’aggredito si uniscono in un connubio indefesso e senza limiti spaziali e temporali ostacolando anche le più recenti evoluzioni di menti eccelse quantisticamente superate da immediate e virtuali nouvelle vagueo meglio sia,fake news. Oh, che dire di più, se il silente eloquente frastuono di tumultuosi e impetuosi danneggiamenti dell’anima rincorrono senza tregua quella “morte felice” di camusiana memoria, in cui il Sisifo di turno conduce dall’alto al basso quella valanga frastagliata del magma disseppellito dell’ultima deriva dei continenti. Il dire e il non dire risalgono dall’arida sabbia di Meursault, incredulo e, pertanto, Straniero quanto basta per pronunciare le fatidiche parole “ Aujourd’hui, maman est morte, pêut-êtrehier ( Oggi mamma è morta, forse ieri)”.

Ivana Ferraro

 

 

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