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Legge elettorale: Pd forza sui tempi, poi si media. Aula 5/6. Bersani attacca proposta Dem; Rosato, è solo rancore con Renzi

Pier Luigi Bersani Pier Luigi Bersani

Slitta di una settimana, dal 29 maggio al 5 giugno, l'approdo in Aula della legge elettorale: la decisione della Conferenza dei capigruppo della Camera arriva al termine di una giornata di altissima tensione tra il Pd e gli altri partiti, compresi gli alleati di governo, a causa della prova di forza dei Dem sui tempi dell'iter parlamentare della legge. Ma anche sul merito si è aperto un nuovo motivo di querelle tra i bersaniani e il Pd, con l'ex segretario che chiede a Prodi e Pisapia di ritirare il loro assenso al Rosatellum, la proposto del Pd. Dopo che mercoledì sera il relatore Dem, Emanuele Fiano, aveva depositato il nuovo testo base, il Pd si è presentato in Commissione Affari costituzionali deciso a pretendere di farlo votare in poco più di una settimana così da portarlo in aula il 29 maggio.

Questa data era stata sì concordata, ma prima che l'improvviso cambio di opinione del Pd avesse fatto saltare il precedente testo base del presidente Andrea Mazziotti, determinando quindi lo slittamento di una settimana di tutti i lavori. A mandare su tutte le furie gli avversari della proposta del Pd, il Rosatellum, ci aveva pensato lo stesso Matteo Renzi che mercoledì sera aveva affermato che il Parlamento aveva "perso tempo" e gli ingiungeva di approvare la legge entro metà giugno. In effetti se il testo approdasse in Aula il 29 maggio, col cambio del mese scatterebbe il contingentamento dei tempi, secondo il regolamento della Camera.

Alla fine il presidente della Commissione Mazziotti ha trasferito lo scontro, che è politico e non procedurale, al massimo livello, ed ha incontrato la presidente Laura Boldrini che ha convocato la Conferenza dei Capigruppo. Qui è prevalsa la mediazione proposta da Pino Pisicchio, presidente del gruppo Misto: una settimana in più in commissione, con l'approdo in Aula il 5 giugno, e l'impegno dei gruppi di non fare ostruzionismo e di approvare la legge entro il mese. Ma lo scontro si è svolto anche sul piano del merito, con un affondo di Pierluigi Bersani e degli altri esponenti di Mdp (da Federico Fornaro a Miguel Gotor) sul testo: "Qui si allude non certo alla coalizione ma piuttosto a confuse accozzaglie a fini elettorali", ha detto Bersani, che ha invitato Prodi e Pisapia a "riconsiderare le loro aperture". Il motivo della critica è presto detto: il testo prevede sì per metà collegi uninominali, che favoriscono la nascita di coalizioni, ma non stabilisce che ci sia un simbolo unico per l'eventuale coalizione, come era con il Mattarellum.

Il nome del candidato di una eventuale coalizione compare sulla scheda ripetuto tante volte quanti sono i partiti che sono con lui collegati nella parte proporzionale. Insomma la legge sembra alludere, o almeno permettere, più la formazione di cartelli puramente elettorali che non di coalizioni con un programma. I Dem hanno replicato sdegnati, sostenendo con Dario Parrini, Andrea Marcucci e Rosato, che l'ex segretario "è mosso solo dal rancore verso Renzi".

Parole respinte dall'interessato che ha invitato i Dem a rispondere al merito delle critiche. Nel week-end Mdp terrà una kermesse a Milano alla quale interverrà Pisapia: che molto probabilmente farà il punto su questi temi. Se la spaccatura tra Pd e Mdp è ormai consueta in Parlamento, quella tra il partito di Matteo Renzi e gli altri alleati di governo fa alzare la tensione già palpabile su una serie di altri provvedimenti (processo penale, tortura, cittadinanza, legittima difesa), il tutto mentre la Camera sta esaminando la delicata Manovrina, che non è una passeggiata per nessun partito, ognuno dei quali tira la corta coperta da una parte. A far infuriare i partiti più piccoli non è solo la soglia del 5% del testo base, superiore al 3% dell'Italicum, ma anche la necessità di un numero di firme assai elevato a sostegno della presentazione delle candidature: una ulteriore soglia di sbarramento contro i "cespugli".

 

 

 

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