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IL ROMANZO CRIMINALE COSENTINO (Nona puntata)

Franco Pino Franco Pino

Il blitz consumato nelle prime ore del mattino del 10 ottobre 1994, in seguito alle dichiarazioni dei primi pentiti, Roberto Pagano, ed i fratelli Dario e Nicola Notargiacomo, nel quale furono eseguiti la gran parte dei 116 ordini di cattura firmati dal pm Stefano Tocci e dal Procuratore distrettuale di Catanzaro, Mariano Lombardi, segna uno spartiacque ed un momento di svolta definitiva nei confronti di una criminalità cosentina che dal 1977 aveva spadroneggiato ed imperato con omicidi, rapine ed estorsioni.

Una criminalità che aveva intessuto solidi rapporti di connivenza con pezzi delle istituzioni, con esponenti della classe politica e che godeva di mille protezioni. Il blitz determina un vero e proprio terremoto ed avvia il maxiprocesso “Garden” che ebbe inizio, con la fase dibattimentale, nel febbraio del ’96, nell’aula bunker di Via degli Stadi, una struttura destinata ad essere un bocciodromo che venne poi allestita, attrezzata e trasformata per la sua nuova funzione. Maxiprocesso che si concluderà definitivamente il 3 luglio 2000 con la sentenza della Corte di Cassazione.

Sentenza che confermerà, nella sostanza, la sentenza della Corte di Assise di Appello di Catanzaro emessa il 13 marzo 1999. Franco Pino si era già pentito l’anno precedente all’avvio del “Garden” ma durante il lungo e complesso dibattimento si convertirono sulla strada del pentitismo molti dei 116 imputati. Impressionante il numero di coloro i quali decisero di chiudere con il passato e di collaborare con lo Stato. Solo per citarne alcuni, in quel periodo si “pentirono” Franco Garofalo, Mario Pranno, i tre fratelli Francesco, Ferdinando e Giuseppe Vitelli, Umile Arturi, Aldo Acri, Francesco Tedesco, Angelo Satolla e Nicola Belmonte.

Tutti personaggi di spessore ed attori protagonisti del romanzo criminale cittadino. E’ francamente difficile poter tracciare un quadro esaustivo e completo del fenomeno del pentitismo che nel romanzo criminale cittadino ha assunto dimensioni enormi e non paragonabili a qualsiasi altra storia criminale sia calabrese che di altre regioni italiane. La spiegazione possibile di natura sociologica di un fenomeno così dilagante è rintracciabile in una diversa genesi della criminalità cosentina rispetto a quella reggina o quella siciliana.

A Cosenza i clan sono nati da bande di quartiere composte da giovani scalmanati, di umili origini, che nella fine degli anni settanta, volevano, attraverso l’esercizio della violenza, scalare i gradini sociali e raggiungere quell’agiatezza e quel rispetto sempre agognato. Una criminalità, quindi, giovane e senza una radicata storia pregressa. Una criminalità non basata sulla famiglia e su rapporti decennali come in provincia di Reggio Calabria. A Cosenza si è trattato di giovani disposti a tutto e certamente propensi alla violenza che, ancora erano in giovane età, in un determinato momento storico, con l'avvio del processo “Garden” erano, per molti di loro, consapevoli che avrebbero trascorso il resto della loro vita dietro le sbarre.

Per altri, invece, è stato necessario pentirsi perché già condannati a morte dai compari dello stesso clan. Per quasi tutti solo un calcolo di convenienza, con indubbi vantaggi concessi dallo Stato attraverso una legislazione, quella del pentitismo, che a Cosenza suscitò grandi polemiche. Non vi era alla base dei clan una vera e radicata cultura mafiosa, il tutto era basato sulla esasperazione della violenza, non esistevano vincoli di natura familiare. Si era dinanzi ad una trasformazione di bande di gangster di quartiere a clan di picciotti reclutati senza alcuna reale selezione soprattutto nelle carceri durante la prima guerra di mafia degli inizi degli anni ottanta. Un fenomeno, quello del pentitismo, che seppur ridimensionato, dopo il boom iniziale, soprattutto a Cosenza, rimane ancora oggi un pericolo per tutte le consorterie criminali.

Don Masino Buscetta, uno dei capi storici della mafia palermitana, quando iniziò a collaborare con il giudice Giovanni Falcone, delineando le basi per il maxiprocesso che si tenne nell’aula bunker dell’Ucciardone nella metà degli anni ‘80 e nel quale, per la prima volta, venne condannata all’ergastolo tutta la cupola siciliana, da Totò Riina a Bernardo Provenzano, disse che la mafia poteva essere sconfitta solo quando “nessuno poteva più fidarsi di nessuno”. Cioè quando e solo quando verrà a mancare l’omertà, elemento determinante per ogni mafia.

E dall'ondata di pentiti che caratterizzò il romanzo criminale nella metà degli anni '90 in moti si attendevano risvolti che potessero chiarire quel rapporto sempre occulto ed oscuro che il mondo della politica ha mantenuto con i poteri criminali. Il giudice Paolo Borsellino, caduto nella lotta alla mafia era solito affermare che “Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo del territorio: o si fanno la guerra o si mettono d'accordo”. Ma dalle dichiarazioni dei pentiti non emerse alcunché. Solo accuse fra di loro e dichiarazioni che riguardavano i soli fatti criminali. Mai alcun accenno ad un ipotetico terzo livello.

Un fenomeno del pentitismo, quello cosentino, tutto particolare nella perfetta linea di una città oscura diversa dalle altre. Con la conclusione di quel romanzo criminale cosentino che dal 1977 al 1995 ha segnato la storia di tanti giovani, alcuni dei quali hanno pagato con la vita la loro scelta sbagliata, altri protagonisti di allora oggi vivono tranquillamente da pentiti, ed alcuni, pochi in verità, scontano le loro pene detentive. Un romanzo che oggi continua con nuovi modelli e nuovi protagonisti.

 

Gianfranco Bonofiglio

 

 

 

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