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Venerdì, 02 Novembre 2018 08:12

Nel dibattito del Pd interviene il vicesegretario di Cosenza, Alessandro Porco, "Dare un nuovo slancio al Pd. Il congresso, oggi, è una priorità?”

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Alessandro Porco Alessandro Porco

È un momento storico in cui, per l’opinione pubblica, hanno molta più influenza le convinzioni personali rispetto ai fatti obiettivi. È questo il male della nostra società in cui assistiamo al dilagare del populismo, determinato da tensioni geopolitiche, da crisi economiche e da crescenti diseguaglianze, e al crollo, alle ultime elezioni, dei partiti tradizionali per cause non solo attribuibili ad errori strategici o di leadership. È quello che è successo, per esempio, alle elezioni presidenziali in Brasile in cui la svolta autoritaria ha sancito l’ascesa di Bolsonaro, uomo forte, dichiaratamente xenofobo, razzista e nostalgico della dittatura.

Se dovessimo definire questi ultimi anni, potremmo dire che sono gli anni del populismo, del rancore, del “tutti contro tutti”, del diverso identificato come nemico, dei muri eretti dall’intolleranza, del crollo dei ponti della solidarietà; gli anni in cui ognuno si inventa un mondo su misura contrapposto a quello di chiunque altro. In Europa ci siamo illusi di aver dato una risposta netta contro il populismo e che i valori della democrazia godessero di ottima salute, mentre le tensioni internazionali non fanno altro che ridurre gli spazi del confronto e del dialogo, dando l’illusione al cittadino di poter trovare risposte semplici ai problemi complessi.

Una realtà in cui, a fronte della presenza dei moderati liberali in Francia e nei Paesi Bassi, del Partito Socialista in Spagna, e dei conservatori in Germania, sebbene con una coalizione invisa a molti, l’estrema destra xenofoba ed euroscettica ha incrementato in maniera significativa la presenza nelle assemblee parlamentari europee; nel mentre i paesi del gruppo Visegrad sono saldamente in mano ai nazionalpopulisti xenofobi. Elezione dopo elezione le forze populiste, diverse e non coerenti fra loro, continuano a rafforzarsi. E in Italia? La terza potenza economica europea, dopo il 4 marzo è sprofondata, con l’avanzata dei cosiddetti partiti antisistema (M5S e Lega), in una crisi politica ed economica che rischia di far sprofondare l’Unione Europea in uno dei periodi di più grande incertezza.

Alla base c’è sicuramente la questione identitaria che è uno dei più importanti segni della disgregazione e della frammentazione della nostra società, direttamente legato alla questione migratoria. La storia, è vero, si ripete, ma forse ci insegna poco se non la conosciamo. E a poco, evidentemente, valgono gli appelli alla solidarietà e alla coesione sociale di Papa Francesco; le esortazioni all’unità europea, quale unico baluardo a difesa della pace e della democrazia, del Presidente Mattarella; ma neanche le parole di un grande vecchio, come Andrea Camilleri, che spera di vedere, con i suoi occhi spenti, nelle nuove generazioni, un argine ai rigurgiti xenofobi. Uomini forti come Putin, da un lato e Trump dall’altro, con evidenti connotazioni diverse fra loro, rappresentano due riferimenti da emulare con ammirazione per molti politici occidentali, senza considerare il loro clamoroso abbaglio collettivo.

Chi non ricorda il passato rischia di doverci fare ancora i conti. I timori di chiusure che la Brexit e l’elezione di Trump hanno portato alla luce nel 2016, non fanno altro che crescere. Si allontana sempre più l’internazionalismo europeo e atlantico per affermare il sovranismo. Da Mosca si alimenta la difesa della sovranità nazionale come dote per indebolire e dividere l’Europa, assicurandosi partiti amici alla guida dei governi in Paesi occidentali. Sullo sfondo pesa l’incognita del voto nel 2019 che non è solo un problema italiano. Di certo c’è l’indebolimento dei partiti della sinistra e della socialdemocrazia che sconta il prezzo di aver rincorso una economia di mercato che ha segnato la marginalizzazione della classe dei lavoratori.

Se i partiti socialdemocratici continueranno nella loro incapacità di rispondere alla sfida di una rinnovata offerta politica per un nuovo modello europeo, renderanno l’Europa sempre più debole difronte al panorama internazionale. Le trasformazioni tecnologiche nel il mondo del lavoro, la nuova globalizzazione che si annuncia, la questione migratoria, vera o immaginaria, percepita da gran parte degli europei come una minaccia alla propria identità, sono le domande alle quali dare risposte che spettano a chi vuole rilanciare un nuovo progetto europeo. Ed è qui che si inserisce il ruolo del Partito Democratico. Chiusa la kermesse di Milano bisogna che si concretizzi una idea di futuro che guardi alle nuove generazioni dentro un’Europa come unica forza sovrana, raccogliendo attorno a questa logica un fronte democratico ampio, progressista e convintamente europeista, laddove di fatto esiste la bipolarizzazione degli schieramenti.

Un fronte democratico che coinvolga le migliori esperienze di sinistra e socialdemocratiche dei paesi europei, dalla Spagna di Pedro Sanchez, alla Francia di Emanuel Macron, alla Germania di Martin Schultz. È tempo di avviare una vera e sana discussione su questi temi, recuperare il dialogo e il confronto con la base del partito e con la società civile, per scongiurare il prevalere dei sovranisti.

Non c’è bisogno di reinventare nuovi concetti e nuovi valori; la sinistra riformista e progressista deve ripartire dalle domande che provengono dal territorio e dalle comunita: Europa dei popoli, Lavoro, Sapere, Ambiente, Uguaglianza, Libertà, Giustizia Sociale. Da questi pilastri occorre ripartire per riconquistare il consenso. Ma non solo: la partecipazione, il coinvolgimento della base, degli iscritti, dei militanti, dei simpatizzanti, deve essere concreto e funzionale; uno strumento che intercetti la domanda politica per costruire l’offerta.

È tempo di creare intorno al Partito Democratico un senso di comprensione e di condivisione più ampio, che allarghi gli orizzonti dello stesso Partito, per arrivare al prossimo appuntamento elettorale con un progetto nel quale il popolo italiano si riconosca. E dunque la domanda che rivolgo alla dirigenza del Partito è: siamo certi che, in questo momento, con l’appuntamento elettorale ormai imminente, la priorità sia il Congresso? O non piuttosto non sia quella di proiettarsi verso un fronte comune delle forze progressiste europee che discuta sulle questioni e affronti il fenomeno sovranista e populista? Piuttosto che un Congresso, quindi, una Costituente europea, ampia che ritrovi il giusto acume politico per attuare il progetto di una Europa dei Popoli.

Alessandro Porco, Vice Segretario del Partito Democratico di Cosenza

 

 

 

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