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Domenica, 07 Ottobre 2018 11:09

Accoltellato a morte calciatore dilettante, aveva 21 anni

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Raffaele Perinelli Raffaele Perinelli

Un 21enne, Raffaele Perinelli, incensurato, è morto poco dopo mezzanotte nell'ospedale Cardarelli di Napoli per una ferita da coltello al petto. Il giovane, residente in periferia nel quartiere Miano, è stato portato al pronto soccorso dell'ospedale da uno sconosciuto che si è dileguato prima di poter essere identificato. Perinelli è morto poco dopo essere giunto al Cardarelli. Raffaele è figlio di Giuseppe, ex esponente dei Lo Russo assassinato in un agguato nel 1999. Indagano i carabinieri che stanno cercando ci capire quale sia stato il luogo dell'accoltellamento. Nella zona, un tempo roccaforte del clan Lo Russo, c'è molta tensione a causa del pentimento dei capiclan e di numerosi agguati avvenuti.

Perinelli aveva solo due anni quando suo padre fu ucciso in un agguato di camorra. Da allora si era tenuto lontano dagli ambienti della malavita e aveva fatto una scelta di vita coraggiosa e diversa da quella del genitore: quella della carriera sportiva. Innamorato del pallone fin da bambino, era diventato un promettente giovane calciatore della serie D della Campania. Giocava terzino sinistro ed era cresciuto nella giovanile del Sant'Agnello. Due anni fa si era speso per la salvezza del Gragnano in serie D e poi aveva indossato la maglia della Turris. Attualmente era 'svincolato' in attesa di trovare una nuova squadra dove giocare. Appena due settimane fa la sua ex squadra, la Turris, era stata condannata a risarcirgli 3 mila euro dopo che il terzino aveva citato la società corallina per non avergli corrisposto tutto lo stipendio pattuito. La vertenza era finitia in Procura Federale.

Per una crudele combinazione del destino, anche lui, che aveva deciso di vivere lontano dai clan, è morto in un agguato proprio come capitò al padre camorrista. Il padre Giuseppe Perinelli fu ammazzato durante uno dei periodi più complessi della storia della camorra napoletana. Non fu, quella, una guerra per difendere interessi e potere del clan. Fu invece il grido di vendetta di un boss rimasto vedovo. Cinque omicidi per punire chi aveva ucciso sua moglie. Chi l'aveva massacrata a colpi di fucile. Lei era Assunta Sarno, consorte del boss di Donnaregina Giuseppe Misso 'o nasone ammazzata nella cosiddetta strage di Acerra nel '92.

A quella mattanza seguirono cinque delitti, raccontati dai familiari pentiti dello stesso Misso, pure lui collaboratore di giustizia. Tredici persone - alleate di Misso - furono arrestate con l'accusa di essere responsabili di quegli omicidi. La Direzione distrettuale Antimafia aveva ricostruito l' intero scenario della vicenda. Quando Assunta Sarno viene uccisa nel '92 (con il braccio destro di Misso, Alfonso Galeota) il marito boss era in carcere (imputato fra l'altro nel processo per la strage del treno 904 da cui fu assolto).

Ne era uscito soltanto nel '99 e con un solo pensiero: vendicare la moglie. E negli anni da uomo libero - tra il ' 99 e il 2003 - scatenò la ritorsione contro i Licciardi, i responsabili - per lui - della strage di Acerra. Con la collaborazione degli scissionisti del clan Lo Russo di Miano furono ammazzati Vincenzo Murolo, Antonio Ranieri "Polifemo", Giuseppe De Tommaso e Gennaro Esposito. Infine Giuseppe Perinelli, degli Scissionisti dei Lo Russo, per avvertire gli alleati: non tornate con i Licciardi.

 

 

 

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