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Sabato, 06 Ottobre 2018 10:34

Il professore ucciso con dieci coltellate, colpito alle spalle, ha cercato di difendersi

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Cosimo Errico, Cosimo Errico,

Dieci fendenti inferti con decisione, con un coltello dalla lama lunga e liscia: colpi assestati al collo, alla nuca, sulla parte alta del dorso e, probabilmente in seguito a un suo disperato tentativo di difesa, anche alle mani e sulla bocca. L’autopsia eseguita tra la mattinata e il primo pomeriggio di venerdì 5 ottobre dal medico legale Yao Chen dell’Università di Pavia sul cadavere di Cosimo Errico, il professore del “Natta” trovato morto mercoledì notte all’interno della sua fattoria didattica “Cascina dei fiori” in via Chiosi a Entratico, una zona di campagna in provincia di Bergamo, ha svelato la violenza dell’omicidio e le cause del decesso.

Ufficialmente il referto parla di asfissia per emorragia interna, dovuta alla recisione della giugulare che ha portato a un abbondante versamento di sangue all’interno dei polmoni, ma non è stato in grado di dare risposte precise sull’orario della morte: il killer, bruciando parzialmente il cadavere, ne ha alterato la temperatura rendendo complicata una circoscrizione temporale.

I carabinieri del reparto investigativo di Bergamo, però, hanno ricostruito i movimenti del 58enne, grazie anche all’analisi del suo cellulare: ciò che è certo è che mercoledì mattina Cosimo Errico aveva ricevuto alla cascina una scolaresca della provincia di Milano e, dopo aver pranzato, stava mettendo ordine e preparando il materiale per il giorno seguente, quando era previsto l’arrivo di altri studenti.

Insieme a lui quel giorno c’erano dei lavoratori che spesso lo aiutavano nelle faccende agricole e tutti hanno fornito la stessa versione. Alcuni se ne sono andati dopo pranzo, altri nel pomeriggio: secondo quanto ricostruito dagli inquirenti Cosimo sarebbe rimasto solo in cascina dalle 16.30. Un elemento, questo, al quale i carabinieri non danno comunque troppo peso: l’assassino potrebbe essere anche tornato più tardi, magari insieme a un complice o a una persona che potrebbe aver assistito al delitto.

Complessivamente i militari dell’Arma hanno ascoltato 25 persone, molte delle quali gravitavano per motivi di lavoro attorno alla cascina ma anche vicini e residenti in paese che hanno riferito di diversi aneddoti e raccontato di lamentele per le feste che vi venivano organizzate, con musica ad alto volume fino a tarda sera.

E proprio alla cascina i carabinieri sono tornati venerdì, con una cinquantina di militari che hanno battuto a lungo la zona boschiva in cerca dell’arma del delitto: un rastrellamento che non ha dato i risultati sperati, così come l’analisi delle videocamere di sorveglianza del paese, troppo lontane dalla zona per poter fornire elementi di rilievo.
Quelli che, invece, i carabinieri sperano di avere dagli accertamenti su impronte e oggetti repertati all’interno del casolare ma per i quali ci sono tempi tecnici di esecuzione più lunghi.

Le indagini proseguono e sembrano puntare con decisione all’ambito lavorativo legato alla gestione della fattoria didattica: poco credibile la rapina, visto che il suo portafoglio è stato trovato con un centinaio di euro in contanti all’interno e che nessun inventario consente di risalire a eventuali oggetti mancanti in cascina, ed esclusa la pista scolastica, dove il professore ha sempre avuto rapporti normali e corretti con studenti, colleghi e superiori.

Completamente diversa la figura emersa invece dagli interrogatori dei lavoratori di “Cascina dei fiori” che lo hanno descritto come autoritario, spesso litigioso e aspro nel linguaggio: il movente potrebbe essere proprio una discussione di quel tipo, forse con qualche parola di troppo o per motivi economici legati a pagamenti troppo esigui o mai corrisposti.

 

 

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