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IL ROMANZO CRIMINALE COSENTINO (Sesta puntata)

Franco Pino Franco Pino

Verso la fine del 1985, dopo il clamore suscitato dall'omicidio di Sergio Cosmai si cerca da entrambi le parti in conflitto di ritrovare un periodo di tregua, ma nell'ambito della criminalità cosentina vi sono anche giovani che agiscono in proprio suscitando le ire del capi clan. Come nel caso di Marcello Gigliotti e Francesco Lenti i cui corpi vengono ritrovati in Sila nel marzo del 1986. I due, per motivi di gelosia e di poco peso, avevano ucciso, per come raccontarono diversi collaboratori di giustizia, nel 1985 Francesco Salerni e, poco tempo dopo, il dipendente comunale Francesco Palmieri. Per questo delitto venne ingiustamente accusato un innocente, Francesco Masala.

Un giovane incensurato e per bene che ha sempre proclamato la sua innocenza, che gli è stata, dopo una lunga battaglia, riconosciuta anche processualmente, dopo anni di ingiusta detenzione. Una vicenda che dimostra come in quegli anni anche le indagini spesso lacunose e poco professionali potessero poi scaturire in errori clamorosi. Marcello Gigliotti e Francesco Lenti avevano agito in proprio e questo era intollerabile per le regole delle conserterie mafiose. Vennero invitati ad una cena e lì si compì il loro tragico destino. Un loro amico che li frequentava assiduamente era Antonio De Rose, che, appena saputo della morte dei suoi compari, temendo di fare la stessa fine, il 10 marzo 1986 si consegnò alla giustizia e spifferò tutto quello che era a sua conoscenza.

Ed in seguito alle sue dichiarazioni alle prime luci dell’alba del 14 maggio 1986 scatta a Cosenza il blitz, che, per la prima volta in assoluto, delinea, almeno sul piano accusatorio, l’esistenza di due clan contrapposti in guerra fra loro. Ben 1000 fra poliziotti e carabinieri giunti da ogni dove partecipano all’operazione. 179 i mandati di cattura da eseguire e controfirmati dal Procuratore capo del tempo, Oreste Nicastro, e da suoi tre sostituti, Mollace, Licci e Scotto Di Carlo. Di questi 52 vengono eseguiti dai carabinieri, 24 dalla polizia. Altri 56 ordini di cattura vengono notificati in carcere a detenuti per altra causa. In 47 quella notte saranno gli irreperibili, dei quali alcuni si consegnarono successivamente. Da grandi numeri anche la corposa istruttoria che contempla 27 omicidi, 28 tentati omicidi e 13 rapine.

E partendo dai numeri del blitz e dalla veridicità delle dichiarazioni del De Rose, che negli anni successivi coincideranno con le dichiarazioni dello stesso Franco Pino, nella sua veste di pentito, il percorso processuale del blitz e la stessa storia di vita di Antonio De Rose consentono di comprendere appieno il livello di omertà, di connivenze e di assenza dello Stato che costituivano l’humus fondamentale di una città assediata dal crimine ed incapace di reagire. Antonio De Rose, ex affiliato del clan di Franco Pino , alla magistratura inquirente del tempo racconta con dovizia e particolari tutti gli assetti dei clan, fornisce l’elenco completo degli affiliati, addirittura indica il luogo dove sono sotterrati i corpi di persone che non si sapeva che fossero state uccise.

Alle dichiarazioni di De Rose vengono aggiunte quelle di Pino Scriva, primo e storico “canterino” della ‘ndrangheta reggina sulle cui dichiarazioni venne celebrato il processo della ‘ndrangheta delle tre province, l’antenato dei moderni maxiprocessi, e del pregiudicato messinese Giuseppe Insolito che aveva frequentato gli ambienti cosentini e che stava collaborando in altri processi. Antonio De Rose non solo fornì i nomi degli affiliati ma descrisse nei dettagli molti degli omicidi e dei tentati omicidi che vennero effettuati in città dal '77 all'85. Fra i mandati di cattura del blitz vi era anche quello destinato a Pietro Pino, fratello maggiore di Franco Pino, che già allora nel 1986 era latitante.

Latitanza che durò per molti anni e che contribuì a creare una vera e propria leggenda intorno ad un personaggio rimasto sempre nell'ombra, ma a parere di molti, la vera mente occulta del clan. L'uomo che era la vera cerniera con i vertici della 'ndrangheta reggina e della mafia siciliana. Rivelazioni dettagliate, quelle del De Rose, in un momento storico nel quale non esisteva alcuna legge sul pentitismo e non esisteva alcuna premialità su chi collaborava con le autorità. Si pensò, legittimamente, che tale imponente retata potesse essere decisiva per la sorte dei clan. Invece non fu così. In pochi giorni tutti coloro i quali furono arrestati vennero rimessi in libertà e le dichiarazioni del collaboratore “ante litteram”, Antonio De Rose, vennero giudicate prive di supporto e di attendibilità con la conseguente scarcerazione per insufficienza di prove.

Ed ancora più triste è la storia personale di Antonio De Rose, che dopo aver collaborato è praticamente sparito dalla circolazione andando a vivere al Nord. Vivendo di stenti e con enormi difficoltà, dopo venti anni è ricomparso ripresentandosi dinanzi ai magistrati chiedendo di riprendere la collaborazione. Aveva vissuto onestamente, lontano dal crimine ed era ridotto alla fame per la perdita del lavoro. Ma quando riprese la collaborazione vennero fuori dei verbali infarciti da tanti “non ricordo” al punto tale da essere totalmente privi di qualsiasi valenza anche perché i fatti narrati da De Rose erano stati già dettagliatamente spiegati da tanti altri pentiti e le dichiarazioni del De Rose, deflagranti nel 1986, venti anni dopo erano completamente inutili.

Al De Rose non rimase altro che uscire nuovamente dalla scena. Nella fase processuale seguita alle dichiarazioni di Antonio De Rose molti saranno quelli prosciolti addirittura in fase istruttoria, e l’imputazione originaria di associazione mafiosa venne derubricata in associazione per delinquere semplice. Decine di morti, una città in ginocchio, passanti che morivano colpiti da proiettili vaganti, ragazzini di dodici anni uccisi in agguati in pieno giorno, avvocati penalisti uccisi nel proprio studio erano frutto di associazione a delinquere semplice e senza alcuna connotazione mafiosa. Questa era la città di Tommaso Campanella nel 1986. Questo era l'humus nel quale i protagonisti della mala del tempo scrissero le pagine più cruente del romanzo criminale cosentino.

 

Gianfranco Bonofiglio

 

 

 

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