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Venerdì, 05 Ottobre 2018 08:08

6 ottobre 2018 - Galleria D’arte Ellebi - Personale di Ermanno Barovero, Landscape

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Ermanno Barovero Ermanno Barovero

LANDSCAPE, è il titolo della personale che la galleria Ellebi dedica all’artista torinese Ermanno Barovero. E’ un gradito ritorno, nella galleria cosentina dopo le importanti mostre degli ultimi anni tra cui spicca nel 2018 l’esposizione dell’opera “Golgota” nel Duomo di Torino e la successiva acquisizione da parte del Museo Diocesano della stessa città. Nessuna visione metropolitana, niente del mondo urbano, né agglomerati industriali, o case, strade, neppure un albero, solo pochi fili d’erba rigidi nella loro secchezza. Sono eliminati tutti i riferimenti spaziali, temporali, geografici. La stessa linea dell’orizzonte, instabile, imprecisa è vaga e indefinita, si scioglie nel colore e non delimita l’universo di sopra e quello di sotto.

C’è solo l’immensità di un mondo liquido e senza confini definiti e un vaporoso, denso cielo infinito, gonfio di nubi minacciose. Nei paesaggi scabri, essenziali, metafisici non intravedi presenza umana. Ecco la pittura di Ermanno Barovero: emozione, passione, eccitazione, turbamento e forse anche tormento. Sciabolate di colore spesso, concentrato; un turbinio di colpi di pennello nervosi, vibranti, sicuri, risoluti; unghiate graffianti, spatolate taglienti, gigantesche pennellate che rivelano il suo intento più segreto: attivare quasi una lotta, un corpo a corpo con la pittura che, qui e ora, diventa materia autonoma, vitale, pulsante, brulicante di fluidi, cosa viva, un gigantesco grumo di colore palpitante; una crisalide che prende forma propria, si sviluppa, si trasforma, sono forme che navigano sospese e senza peso in uno spazio diventato fluido, è un’immersione totale nel quadro che provoca un’immediata reazione emotiva in chi guarda. (Giovanni Cordero)

Saranno circa venti le opere che si snoderanno lungo le sale della galleria, produzione ultima di un artista che libera nelle sue opere l’urlo rabbioso e potente della pittura come risposta a chi pone domande oziose del significato del dipingere nella nostra epoca dominata dall’elettronica, dalla cibernetica, dai nuovi media. Figlio dell’ultimo naturalismo novecentesco, Barovero recupera, come i suoi padri, il Seicento rembrandtiano, dei pigmenti applicati a pasta alta, densa e magmatica, a generare impasti per «slittamento», sulla tela verticale, dei pigmenti e degli olii; ripensa, da un lato, a ritmo di tocchi e sfregazzi di certe tele velazqueñe ma anche alla lividezza delle carni di sante e martiri […]. Tecnica, soggetti, titoli, tutto conclama la ricerca della persistenza di una pittura articolata sui canoni classici della narrazione dipinta; pittura come pittura, allora, e non come strumento; e se «discorso intorno alla pittura» deve essere, quello di Barovero ripropone con vigore e senza inibizioni epocali, la strumentazione retorica del dipingere. (Franco Fanelli)

Dunque, sembra suggerirci Barovero, la pittura non solo possiede ancora molte possibilità di narrazione, ma ci invita a pensare. Essa può rendere più intelligente e sensibile la nostra vita quotidiana, il nostro modo di vedere il mondo esterno e aiutarci a esplorare quello interno a noi, perché l’arte parla a tutti, oltre gli steccati ideologici, oltre le incomprensioni linguistiche, oltre le afasie comunicative. Sotto una superficie della realtà descritta come paesaggio, con un’intensità cromatica che acuisce la tattilità delle immagini, l’artista porta avanti una riflessione sulla pittura come indagine sull’atto stesso del vedere, del percepire, dell’afferrare, dell’elaborare le nostre esperienze, un ragionamento su come noi stessi guardiamo la natura, l’universo fisico, proiettando su di essi significati che sono loro estranei e che provengono, invece solo dalla nostra esperienza autobiografica.

 

 

 

 

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