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IL ROMANZO CRIMINALE COSENTINO (Quinta puntata)

Sergio Cosmai Sergio Cosmai

Negli anni '81 e '82 nella città bruzia si raggiunse l'apice della guerra di mafia con un numero impressionante di omicidi, di tentati omicidi e di rapine. Ma nche il 1983 venne caratterizzato da episodi criminosi. Il 1983 si apre con l'omicidio di Mariano Muglia, esponente di primo piano, che cade il 28 gennaio sotto il piombo dei killer. Gli viene addebitato il tentativo di passare da un clan all'altro. E nel 1983 l'ennesimo caso di lupara bianca. Scompare nel nulla il giovane Maurizio Valder. Il 3 maggio viene ucciso a Rende Diego Costabile, commesso in una farmacia. Ma è nel 1985 che a Cosenza si consuma il delitto più eclatante con una sfida allo Stato che non ha precedenti nella storia della criminalità.

E' il 12 marzo. Il Direttore del nuovo Penitenziario di Via Popilia, Sergio Cosmai, che con la sua piccola Fiat 500 stava andando a prendere la figlioletta all'asilo sul vialone prospicente le casermette che oggi porta il suo nome, viene affiancato da un commando composto dai fratelli Stefano e Giuseppe Bartolomeo e dai fratelli Dario e Nicola Notargiacomo. In pochi minuti Sergio Cosmai viene colpito. Il commando si dilegua. Il direttore del carcere è ancora vivo. Viene immediatamente trasportato in ospedale, e dall'ospedale di Cosenza trasferito verso una clinica specialistica in Puglia dove però cesserà la sua esistenza a soli 37 anni. Sulla stampa dell'epoca il fatto creò grande scalpore. Sul quotidiano “La Repubblica” di allora si legge “E' chiaramente una vendetta della malavita locale, che si conferma così mafia vera e propria nonostante le sottovalutazioni del fenomeno fatte anche di recente”.

Ed era una affermazione sacrosanta dato che, nonostante quanto accadeva era palese ed evidente, vi era ancora una classe politica che tendeva a minimizzare tutto continuando ad alimentare la favoletta di Cosenza, città tranquilla e non pervasa da organizzazioni mafiose, ma tutt'al più con problemi di bande di quartiere. E rimane un inquietante interrogativo. Era un sentire sincero quello di sminuire i problemi o era una strategia mirata a sminuire il tutto per coprire eventuali collusioni o interessi che già allora potevano far presupporre l'esistenza di una vasta area grigia di professionisti, di politici e di rappresentanti delle istituzioni che in qualche modo potevano trarre vantaggi di natura elettorale e di natura economica. A tale interrogativo non vi è risposta. Sono solo delle teorie care ai professionisti dell'antimafia ma che, se non provate da fatti concreti non hanno, ovviamente, alcun valore.

I fratelli Bartolomeo ed i fratelli Notargiacomo vengono arrestati dopo pochi giorni dal delitto. Ad eseguire l'arresto il capo della squadra mobile di allora, Nicola Calipari. In primo grado i quattro vengono condannati all'ergastolo, in secondo grado vengono assolti. Sentenza passata poi in giudicato. Ma su tale processo alcuni pentiti svelarono, nel 1997, ben 12 anni dopo dal delitto, che ad una persona non identificata di Bari era stata consegnata una valigietta contenente 70 milioni con lo scopo di condizionare l'esito processuale. Affermazioni che non hanno mai avuto alcun riscontro preciso e che non hanno avuto alcun seguito dato che a tali dichiarazioni non è mai seguito alcun riscontro di attendibilità delle stesse. E l'ironia della sorte e beffa del destino è che per le sentenze passate in giudicate la revisione processuale è prevista solo se l'imputato riconosciuto colpevole dimostra di essere innocente.

Non vale per il contrario, cioè quando riconosciuto innocente, ammette poi di essere colpevole, come nel caso dei fratelli Bartolomeo, che, divenuti collaboratori di giustizia, hanno ammesso la loro partecipazione al delitto. Ma per la legge italiana il delitto Cosmai rimane impunito. E nel 1985 si verificheranno anche altri agguati. Ma l'omicidio del Direttore del penitenziario di Cosenza, Sergio Cosmai, segna una svolta importante anche nella strategia criminale cosentina. Quanto avvenuto è troppo eclatante e l'attenzione sulla città diviene pressante anche sul piano nazionale nonostante in molti erano impegnati nel sminuire la verità. Si intravede la necessità di far calmare le acque e quindi anche la necessità di giungere, costi quel che costi, se non ad una pace vera e propria almeno ad una tregua con la quale far cessare il triste rosario di morte avviato nel 1977.

Sono trascorsi sette anni di guerra e di scontro a tutto campo. Si sente l'esigenza di chiudere ed avviare una nuova fase. Si inizia ad instaurare un dialogo fra esponenti dell'uno e dell'altro clan, nel Penitenziario nell'ora d'aria si vedono colloquiare esponenti criminali prima in guerra fra loro, gli ambasciatori di pace avviano i primi contatti. Un intenso lavoro diplomatico che sancisce l'avvio della tregua, con l'accordo finale di pace che si terrà nel 1990 e la fine della prima guerra di mafia che seminò violenza e costò la vita anche ad innocenti che si trovarono solo casualmente sul luogo degli agguati.

Con la tregua raggiunta non vuol dire che erano finiti i delitti, perché la dura legge della 'ndrangheta impone la morte anche all'interno degli stessi clan quando qualche picciotto sgarra o non porta rispetto per le gerarchie che devono essere rispettate, pena la vita. Ed è lo scenario nel quale si inquadrano alcuni omicidi avvenuti nel 1985 e nel 1986 che interesseranno giovani che scalpitavano ed agivano di proprio conto. Ma questa è un'altra storia che rappresenta un ulteriore capitolo del romanzo criminale cosentino.

 

Gianfranco Bonofiglio

 

 

 

 

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