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Domenica, 03 Giugno 2018 11:11

Mauro De Mauro, ormai era un cadavere che camminava

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Mauro De Mauro Mauro De Mauro

È il 16 settembre 1970 quando la figlia Franca lo vede per l’ultima volta, davanti alla palazzina in cui abitano in via delle Magnolie. Insieme a lui ci sono degli uomini che lo costringono a rientrare in auto e a mettere in moto. Malgrado le dichiarazioni dei numerosi pentiti, resta un mistero ciò che gli accadde quel giorno. «Amunì». È un ordine perentorio, quello degli uomini di Cosa nostra, per fare rientrare Mauro De Mauro a bordo della sua auto. Ha appena posteggiato davanti al portone di casa, in via delle Magnolie.

La figlia Franca entra di corsa nell’androne del palazzo, lo aspetta davanti all’ascensore. Il padre però non spunta. Passano i minuti, perché ci mette tanto? Esce di nuovo, appena in tempo per vedere la scena: lui che risale in auto, circondato da alcune persone. Mette in moto e se ne va, non si volta nemmeno per salutarla. È l’ultima volta che lo vede. Da quel momento di lui si perderanno le tracce. Solo la sua auto viene ritrovata, la sera dopo, in via Pietro D’Asaro, a pochi chilometri di distanza. A bordo è rimasta la spesa che avrebbe dovuto salire in casa il giorno prima, ma nulla che fornisca un indizio su quanto accaduto a lui.

Che sia rimasto sepolto per anni sotto al ponte Oreto e poi discolto nell’acido o strangolato e buttato in un pozzo del fondo agricolo dei Madonia, non è dato saperlo. I pentiti che negli anni raccontano la loro versione della fine del cronista non hanno mai contribuito a fare chiarezza. Solo pochi mesi prima di sparire nel nulla, De Mauro viene trasferito alla sezione Sport de L’Ora. Non è un cronista sportivo, però. Originario di Foggia, arriva a Palermo insieme alla famiglia dopo la seconda guerra mondiale e subito inizia la collaborazione con alcuni giornali. Le sue inchieste per L’Ora, l’ultimo quotidiano in cui scrive, lo trasformano presto in un personaggio scomodo per gli ambienti mafiosi. Nel 1962 pubblica con un articolo in due puntate un verbale di polizia risalente a quasi trent’anni prima e ormai dimenticato.

Lì ci sono le dichiarazione di Melchiorre Allegra, un dottore siciliano e tenente colonnello medico del Regio esercito durante il primo conflitto mondiale affiliato alla mafia e poi pentito, che in quelle pagine racconta regole, segreti e retroscena di Cosa nostra. «Era un cadavere che camminava», racconta Tommaso Buscetta, il boss dei due mondi, a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino a quindici anni dalla scomparsa del cronista. Troppi erano stati gli scoop che la mafia gli aveva perdonato. Prima o poi sarebbe arrivato il momento di emettere una definitiva sentenza di morte. Arriva quando De Mauro decide di occuparsi della morte di Enrico Mattei, presidente dell’Eni, morto il 27 ottobre del 1962 a bordo di un aereo privato che doveva riportarlo a Milano da Catania. È una morte, la sua, che desta subito sospetti e perplessità. Il giornalista continua a indagare, per anni non abbandona la pista dell’omicidio premeditato che verrà poi confermata dalle indagini di Pavia e di Palermo.

Fino al 1970, quando torna a occuparsi del caso, in seguito all’incarico ricevuto dal regista Francesco Rosi, che progettava di realizzare un film su quella vicenda. Si tratta de Il caso Mattei, pellicola uscita nelle sale nel 1972, un film che De Mauro non vedrà mai e con uno straordinario Gian Maria Volontè nei panni del fondatore della multinazionale energetica. A seguire le indagini sulla sua morte sono soprattutto Carlo Alberto Dalla Chiesa e Boris Giuliano, uccisi entrambi, a distanza di anni, dalla mafia. Interrogata dal pubblico ministero di Pavia Vincenzo Calia, che a distanza di 36 anni dalla scomparsa di Mauro De Mauro decise di riaprire le indagini sulla morte di Enrico Mattei, la signora Elda Barbieri (moglie di De Mauro) raccontò che il generale Dalla Chiesa prediligeva la pista della droga.

E quando la donna fece notare al militare che il marito da oltre un mese si stava occupando esclusivamente della ricostruzione gli ultimi giorni del numero uno dell'Eni, Dalla Chiesa rispose: "Signora, non insista su questa tesi perché, se così fosse, ci troveremmo dinnanzi a un delitto di Stato e io non vado contro lo Stato". Nel 2001 la Procura di Palermo riapre il fascicolo sulla sua sparizione, dopo aver raccolto le dichiarazioni di un nuovo collaboratore di giustizia: Francesco Di Carlo, ex boss della famiglia di Altofonte. Racconta le confidenze che gli avrebbe fatto il capo dei capi in persona durante un summit di mafia in cui si sarebbe deciso proprio del sequestro e dell’omicidio del cronista.

Ed è lui, infatti, l’unico imputato nel processo che parte nel 2006: Totò Riina, accusato di essere stato il mandante. Una parabola giudiziaria che, però, nel 2015 si conclude con la conferma dell’assoluzione del boss da parte della Cassazione per non aver commesso il fatto. Ancora oggi resta un mistero cosa sia successo quel giorno a Mauro De Mauro. Mentre la vicenda continua ad appassionare soprattutto i giornalisti. Tra le ultime pubblicazioni in tal senso ci sono: quella del giornalista di Alcamo, ma cresciuto a Palermo, Giuseppe Pipitone con Il caso De Mauro - Così scompare un giornalista; il volume dei giornalisti palermitani Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, intitolato Profondo Nero e che lega in un fil rouge le morti di Mattei, Pasolini e De Mauro; e, ultimo in ordine di uscita, Il caso Mattei, scritto a quattro mani dalla giornalista Sabrina Pisu e dal pm Vincenzo Calia.

 

 

 

 

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