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Mercoledì, 16 Maggio 2018 11:36

Genitori e figli nella società di oggi

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Il rapporto tra genitori e figli è sempre stato molto complesso: le differenze da generazione a generazione, infatti, negli ultimi cento anni sono diventate enormi. Nella società attuale sembra però che le cose stiano cambiando in maniera ancora più veloce. Se essere genitori è sempre stato definito il "mestiere più difficile del mondo", ci si chiede oggi per quale ragione questa difficoltà sia così grande.

La famiglia tradizionale è certamente superata, per molti aspetti: innanzitutto non ci sono più grandi differenze tra il ruolo della madre e quello del padre che, un tempo, era di fatto il "capo famiglia", in una società patriarcale. Secondo molti il vero problema consisterebbe proprio nella mancanza di una figura di riferimento quale era quella del papà per i nostri genitori e ancora di più per i nostri nonni. Vi sono però storie di madri che hanno rivestito entrambi i ruoli e, nonostante ciò, i figli raccontano di avere avuto un modo di relazionarsi con loro in maniera molto diversa da come si fa oggi, anche nella "famiglia tradizionale".

Un genitore non può e non deve essere un amico: questa idea è nata dopo i grandi cambiamenti degli anni Settanta, dove davvero il genitore era troppo severo e le nuove generazioni chiedevano maggiore libertà, ma forse ora la cosa è sfuggita di mano. I giovani si sentono orfani di una guida sicura. E forse andrebbe riscoperto anche qualche rimprovero.

Il mondo sembra essersi rovesciato: i genitori non sanno imporsi, i docenti vengono rimproverati dai genitori per aver tentato di mettere un freno alle cattive abitudini dei figli. In tutto questo rovesciamento di ruoli, chi si scontra sono i figli con mamma e papà, che vedono poco, al termine delle rispettive attività, magari ognuno distratto dal proprio telefonino. La tecnologia, in questo senso, ci ha resi tutti alienati e non ci rendiamo conto che rincorriamo, nei discorsi, sempre gli stessi temi: come spendere, dove andare in vacanza, chi ha sbagliato. Raramente si affrontano i problemi con spirito critico e, soprattutto, con calma.

Tipico della nostra società, in particolare quella italiana, è l'attaccamento ai genitori fino a tarda età. Se da un lato i figli vorrebbero avere più libertà durante l'adolescenza, odiano i comportamenti di mamma e papà, talvolta vorrebbero fuggire, ma nel corso degli anni tendono a rimanere a casa con loro. Il rapporto tra genitori e figli, quindi, è difficile per sua natura, reso ancora più complicato da due fattori: l'eccessiva apprensività degli adulti, che non lasciano crescere i figli, e una società che costringe a rimanere adolescenti a vita.

Oggi il carico sulla maternità è un carico inedito, che non è mai stato così psicologicamente pesante. In altre epoche, la pesantezza dell’essere mamma era più fisica, oggi invece assume una connotazione più psicologica. Esiste, infatti, un’enorme aspettativa intorno alla maternità, spinta proprio dal discorso sociale. Il risultato? Le mamme, attorno ai 30 anni circa, hanno preso a cuore una vera e propria missione: l’essere mamma. E iniziano sempre più numerose a rinunciare al lavoro, a una vita professionale.

Inevitabile, a questo punto, pensare alle generazioni passate e alle nostre nonne. Donne per le quali la maternità era davvero fisicamente più pesante ma che, probabilmente, mentalmente si sentivano più libere. Donne che erano forse costrette a restare a casa a fare le mamme ma che hanno, come collettività, lottato con tutte le loro forza per poter lavorare. Come reagirebbero oggi queste donne di fronte alla nuova “professione mamma”?

Non sono poche le donne che decidono di lasciare il lavoro dopo aver avuto il primo figlio. E’ qui il problema. Le nostre nonne si sono battute per avere un lavoro, e si battevano per lavori ben peggiori dei nostri. Le condizioni di lavoro attuali non sono certo ottimali ma non è stando a casa che possiamo cambiare in meglio la condizione lavorativa e sociale femminile. C’è tutta un’organizzazione a cui ripensare, organizzazione che chiama gli uomini a parti più sostanziose.

Lasciare oppure no il lavoro? Questo è il dilemma di molte mamme. Che, a dire tutta la verità, spesso si ritrovano poi a casa, infelici e stressate. Questo dato è confermato anche da recenti sondaggi, che ci parlano di una percentuale molto più elevata di mamme esaurite tra le donne casalinghe, rispetto a chi ha scelto di tornare a lavorare dopo la maternità.

Se una donna mantiene il lavoro, non si appiattisce sul ruolo di mamma. Ma, soprattutto, fa del bene al figlio sia nel breve sia sul lungo termine. La mamma lavoratrice è una madre che ha un’attività, una vita e scambi sociali anche al di fuori della famiglia ed è vista in modo diverso dagli occhi del figlio. Diventando così per lui interessante, anche se in alcuni momenti la vorrebbe solo per sé.

Le mamme di oggi aspirano a essere madri perfette. È come se la donna affogasse nella mamma, attraverso una vera e propria celebrazione narcisistica della missione materna. Una missione che rema contro la condizione della donna, anche se lo fa in modo subdolo, nascosto. Ma, non per questo, meno grave.

Il contesto sociale si approfitta di questa nuova ondata di maternità perfetta. Infatti, il narcisismo materno si rivela estremamente funzionale ai fini demografici, al consumo. Stiamo affogando la donna dentro una madre, con i suoi desideri e i suoi interessi altri rispetto alla famiglia e ai bambini. Le domande che ogni donna dovrebbe rivolgersi: Come dormo? Come mangio? Quando esco da sola con il mio compagno? La vita di coppia viene azzerata e ci si trova di fronte a famiglie caustrofiliche. La caustrofilia diventa amore per il chiuso, annullamento dell’orizzonte sociale. E quando i figli crescono, e iniziano ad avere una loro vita sociale, cominciano i drammi. Perché la donna che si è completamente sacrificata nella maternità, inevitabilmente e inconsciamente, chiede poi il conto ai figli. E si tratta di un conto molto salato.

La donna che vive per essere mamma non fa del male solo a se stessa, ma anche ai figli. Oggi gli inserimenti ai nidi e alle scuole dell’infanzia durano settimane intere. Non si dà più valore al tratto di crescita dovuto alla separazione dalla mamma e al trauma che ne consegue. È necessario lanciare un vero e proprio allarme sociale: un figlio sempre protetto e senza traumi, non crescerà attrezzato alla vita. È ormai noto che un bambino fa quello che la mamma inconsciamente desidera. E se la madre dipende dal figlio, l’indipendenza vera non arriverà mai. L’atteggiamento di queste mamme crea una mancanza di desiderio nei bambini e anche l’assenza della capacità di battersi per ottenere qualcosa. Il bambino cresciuto così, sempre attaccato alla mamma, penserà di poter avere tutto il mondo quando lo richiederà con insistenza alle maestre, alle tate e poi al partner.

Oggi le nuove generazioni di mamme, con il benestare del contesto economico-sociale e persino di alcune femministe, rischiano di tirare su quelli vengono definiti “re imbecilli”. Bambini intelligenti e con molta padronanza di linguaggio ma incapaci di una sopravvivenza fisica e psichica fuori dalla madre e dalla famiglia. I danni di questo tipo di educazione si vedono proprio nel rapporto con il mondo, con l’alterità.

 

 

 

 

 

 

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